ARTICOLI DI TUTTO IL NEGOZIO

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ARTICOLI DI TUTTO IL NEGOZIO (249)

SOLA DI FRONTE AL LEONE - Una ragazzina resiste al regime nazista (Lingua Italiana)

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RETROCOPERTINA

Alsazia, anni Trenta. Simone, una ragazzina felice e spensierata, scopre a poco a poco la povertà, l'ingiustizia, l'intolleranza e quindi l'angoscia della guerra, degli arresti e degli interrogatori. A scuola, in città e ovunque è sempre più sola di fronte al "Leone", il sistema nazista avido di prede.
Costanza, 9 luglio 1943. La porta dell'istituto Wessenberg viene serrata pesantemente. Simone viene separata con crudeltà da sua madre e internata in un riformatorio nazista, Privata di tutte le sue gioie. Sola nella tana del Leone ...
Con uno stile vivace e anche un tocco di umorismo, Simone Arnold Liebster narra la sua sopravvivenza a un mondo diventato improvvisamente tragico e duro, e la vittoria di una ragazzina normale e vulnerabile in lotta contro il Leone. La sua autobiografia dà alle vittime ignote del nazionalsocialismo un viso, un'identità. È anche una prova molto avvincente che la coscienza ha la forza di resistere a ogni manipolazione, anche sotto pressioni estreme.
Fino a oggi il destino dei figli dei testimoni di Geova, che hanno rigettato l'ideologia nazista fin dai suoi albori, è stato totalmente occultato. Questo racconto, simile nella sua forma al Diario di Anna Frank, ci aiuterà a conoscerlo e a non dimenticare mai il pensiero riassunto da Primo Levi: "Nel rileggere le cronache del nazismo, dai suoi inizi torbidi alla sua fine convulsa, non riesco sottrarmi all'impressione di una generale atmosfera di follia incontrollata che mi pare unica nella storia".

Opera tradotta in 8 lingue

In tutto il mondo la sua vicenda ha commosso uomini e donne di ogni ideologia. Già pubblicata in inglese, è stata tradotta anche in tedesco, danese, francese, spagnolo, coreano e giapponese.

(All'AZZURRA7 EDITRICE, il libro è disponibile anche in lingua

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VITTIME DIMENTICATE - Lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omossesuali e dei Testimoni di Geova

giorgio-giannini-120L'Autore  Il Prof. Giorgio Giannini, docente nelle Scuole Superiori di Roma ed autore di altri 8 libri e di un centinaio di articoli, essenzialmente a carattere storico, sulla obiezione di coscienza al servizio militare e  sulla Resistenza popolare non armata, ha inteso dare un contributo  concreto per la conservazione della Memoria delle tragedie  compiute nel secolo scorso dal nazifascismo, affinchè non  siano dimenticate e restino come monito per le nuove generazioni, come  dispone  la Legge 20 luglio 2000 n. 211, che ha istituito il Giorno della Memoria, celebrato il 27 gennaio di ogni anno, soprattutto nelle scuole.


RETROCOPERTINA

Sulle Casacche Portavano Triangoli Neri, Marrone, Rosa O Viola. Erano Gli Internati Nei Lager Nazisti Che Appartenevano A "Categorie" Troppo Spesso Dimenticate Nelle Commemorazioni Ufficiali Delle Vittime Di Quella Barbarie. Oltre Agli Ebrei, Infatti, Il Nazismo Tentò Di Sterminare I Disabili, Condannati Alla Sterilizzazione O Al Lager In Nome Dell'eugenetica; Gli Zingari, Considerati Un Pericolo Sociale E Poi Internati E Uccisi; Gli Omosessuali, Perseguitati, Castrati E Rinchiusi Nei Campi Di Concentramento; I Testimoni Di Geova, Eliminati Per Il Loro Rifiuto Del Servizio Militare E La Loro Opposizione Al Regime. In Questo Libro Viene Ricordata La Storia Delle Vittime "Dimenticate" Che Affrontarono Tremende Vicissitudini Nel Periodo Più Cupo Del Novecento. Perché La Loro Tragedia Sia Di Monito Per Il Futuro.

PREMESSA

   Tutti conoscono la tragedia della Shoah, cioè lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei da parte dei nazisti.
   Molti ebrei morirono di malattie e di stenti nei ghetti, allestiti dopo l'occupazione della Polonia nelle principali città del Governatorato Generale - la Polonia occupata militarmente e non annessa al Terzo Reich - dove centinaia di migliaia di persone vivevano ammassate in condizioni estremamente precarie.
   Altri furono assassinati dagli Einsatzgruppen (Squadre operative), create nell'estate 1941 durante la guerra contro l'Unione Sovietica e aggregate alle Armate tedesche. Gli Einsatzgruppen avevano il compito di eliminare, nei territori sovietici occupati, tutti gli indesiderabili dal punto di vista razziale e politico: funzionari comunisti, ebrei, Rom.
   Molti ebrei, infine, furono uccisi nelle camere a gas dei campi di sterminio, allestiti nella primavera del 1942 dopo la decisione di avviare la "soluzione finale del problema ebraico".
   I nazisti hanno trucidato milioni di altre persone - soprattutto prigionieri di guerra polacchi, slavi e russi - considerati "sotto uomini'; internati nei lager e utilizzati come manodopera a bassissimo costo nell'industria bellica. La maggior parte di questi "schiavi di Hitler" morirono perché sottoposti a un regime detentivo durissimo, in condizioni estremamente precarie e con un' alimentazione insufficiente: il cosiddetto "sterminio tramite il lavoro".
   I nazisti, dunque, perseguitarono non solo gli ebrei, ma anche altre categorie di persone. In particolare, durante il periodo bellico hanno soppresso circa 500.000 Rom, considerati - oltre che ''pericolosi", perché "asociali" e con tendenze criminali - "ariani decaduti" e appartenenti a una "razza degenerata".
   Ad Auschwitz e negli altri lager, i Rom avevano tatuata sul braccio la lettera "Z" (iniziale di Zigeuner, zingaro) e sull'abito civile - non avevano infatti la casacca da internato e vivevano con i familiari veniva cucito il triangolo marrone o quello nero dei criminali.
   Subito dopo la presa del potere, i nazisti hanno discriminato e perseguitato gli omosessuali, perché, per le loro preferenze sessuali, erano dei "diversi". Migliaia di omosessuali, considerati "asociali". furono internati - insieme ai Rom, gli alcolisti e i senza fissa dimora nei campi di rieducazione, allestiti fin dalla primavera del 1933. L'omosessualità fu utilizzata anche come arma politica per l'eliminazione degli oppositori e dei dissidenti all'interno del regime e come pretesto per azioni repressive verso gruppi, come gli ebrei, da perseguitare.
   Gli omosessuali internati nei lager portavano un triangolo rosa, con chiaro intento spregiativo, e svolgevano i lavori più ripugnanti, come lo svuotamento delle latrine; spesso erano vessati e anche stuprati dai compagni di baracca. Molti hanno subito atroci sofferenze in seguito alle cure mediche loro imposte per cercare di "guarirli".
   Fin dall'inizio del loro regime, i nazisti hanno perseguitato anche i malati di mente, i malati incurabili e i disabili perché ritenuti "vite non degne di essere vissute". Secondo le teorie eugenetiche utilitaristiche, elaborate alla fine dell'Ottocento, questi esseri umani erano considerati elementi "improduttivi" per il Reich e costituivano solo un peso economico per la società. Per l'eliminazione dei disabili, fu avviato un programma di eutanasia, denominato Aktion T 4 (Operazione T4). Fu il primo programma di eliminazione collettiva nel quale venne sperimentata la ''gassazione'' - poi utilizzata su vasta scala nei campi di sterminio - per eliminare rapidamente migliaia di persone.
   Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, fin dal 1933, dai nazisti. Internati nei lager perché considerati "oppositori" del regime, avevano messo in evidenza nelle loro riviste, pubblicate anche all'estero, lo spirito liberticida e guerrafondaio del nazismo. Su circa 20.000 fedeli, oltre 6.000 furono arrestati e almeno 2.000 internati nei lager, dove circa 650 morirono per le malattie e gli stenti. Altri 250 furono condannati a morte, per impiccagione o decapitazione, soprattutto per aver rifiutato di prestare il servizio militare durante la guerra. I nazisti li consideravano ''prigionieri volontari" perché, abiurando la loro fede religiosa, sarebbero stati liberati. Invece rimasero "saldi" di fronte alle brutalità del regime nazista. Nei lager, portavano sulla divisa da internato il triangolo viola.
I Rom, gli omosessuali, i disabili e i Testimoni di Geova furono perseguitati dai nazisti perché, per il loro modo di essere e di vivere, rappresentavano un ''pericolo'' per il Terzo Reich. Dovevano, quindi, essere "eliminati" dalla società, internati nei centri di rieducazione o nei lager, dove molti furono utilizzati come cavie per esperimenti pseudoscientifici, oppure dovevano essere sottoposti a sterilizzazione o soppressi fisicamente.
   Lo scopo di questo libro è ricordare le "vittime dimenticate" della barbarie nazista, affinché la loro tragedia non si ripeta.

INDICE

Introduzione, Per non dimenticare     3
L'eliminazione dei disabili e dei malati incurabili     6
Il genocidio dei Rom     28
La persecuzione degli omosessuali     78
La repressione dei Testimoni di Geova     92
Bibliografia essenziale     117

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FRA MARTIRIO E RESISTENZA - La persecuzione nazista e fascista dei Testimoni di Geova

 

matteo-pierro-120L'Autore  Matteo Pierro è nato nel 1967 a Salerno dove vive con la moglie Nicoletta e la figlia Denise. E' da diversi anni impegnato nella ricerca di informazioni sulla vicenda dei Testimoni di Geova durante il nazismo e il fascismo.
   Ha raccolto finora oltre 2000 pagine di documenti dell' epoca, numerose testimonianze di ex deportati e decine di testi.
Su questo soggetto ha
scritto oltre cento articoli apparsi sulla stampa nazionale e locale.
   E' anche autore del libro "Geova e il Nuovo Testamento" (Sacchi Editore, 2000) e dei saggi: "I deportati delle provincie di Avellino e Salerno" e "JHWH: il tetragramma nel Nuovo Testamento" apparso in Rivista Biblica, edizioni Dehoniane Bologna, anno XVI, n° 2, aprile-giugno 1997.


PREFAZIONE
di Italo Tibaldi1

Dobbiamo alla tenace operosità di Matteo Pierro l'idea di pubblicare "Fra martirio e resistenza. La persecuzione nazista e fascista dei testimoni di Geova", frutto di una fondamentale ricerca su uno dei capitoli più tragici dell'ultimo conflitto mondiale. L'adesione a questa iniziativa risponde ad una pluralità di valutazioni tutte positive: la rigorosità dell'indagine e della ricostruzione storica condotta dall'autore, la riflessione profonda sull'esperienza concentrazionaria (I933-1945) specifica dei Bibelforscher, e il richiamo forte di una denuncia di un prototipo di applicazione a forme di oppressione a cui continuano a ispirarsi i regimi ed i movimenti illiberali di tutto il mondo.
   Dal 1995 si è iniziato a far conoscere in Italia in modo ufficiale e documentato quella esperienza ed il ruolo significativo di opposizione al nazismo ed al suo conseguente tentativo di distruggere gli avversari, letteralmente buttandoli nei campi di eliminazione e di sterminio. "Fra martirio e resistenza" è una pubblicazione "necessaria".
   Una persecuzione di lunga data che ebbe momenti di particolare tragicità rimane poco conosciuta, il grande pubblico ancora !'ignora. Per le generazioni successive a quel periodo, il fenomeno concentrazionario, la deportazione, l'istituzionalizzazione dogmatica della soppressione degli antinazisti hanno contorni nebulosi. Il ricordo diviene sempre più flebile e la storia delle deportazioni nelle sue varie motivazioni tende a perdersi. Oblio e dimenticanza per gli oppositori del nazionalsocialismo e quindi anche per i Testimoni di Geova che sin dal 27 febbraio del 1933, data in cui furono legalizzati i campi di concentramento "per rieducare", vi forono rinchiusi.
   Non mi soffermerò su quel "regno del nostro silenzio': il silenzio forzato del deportato che nulla può fare o decidere e dove è destinato a subire il potere e gli umori di tutti coloro che hanno nel lager una qualche autorità. Dalla più incisiva, quella dei Kapos, alla gerarchia delle 55, vi è un tessuto di maglie irrazionali che si scatenano sul deportato. I campi di eliminazione e di sterminio nazisti sono stati luoghi privilegiati per l'esercizio del potere arbitrario del quale si "fornisce" una possibilità di concreta applicazione. E dove ogni piccolo "fohrer" diviene l'esecutore della volontà suprema ed un'autorità discrezionale nella piramide del potere rendendo la vita in vivibile.
Il nuovo universo nazista restringendo lo spazio ed il tempo affermava un potere arbitrario e assoluto e si appropriava della vita. Nello spazio ridotto dellager i deportati tentano di sopravvivere calcolando ogni momento il limite della loro esistenza a fronte di scelte che hanno diritto di vita e di morte con un semplice sguardo, un gesto.
   In questo contesto quasi surreale ma drammaticamente reale vorrei collocare la deportazione dei Testimoni di Geova nei campi nazisti. E quindi "compagni di deportazione", "compagni di viaggio: di quei viaggi che molti conobbero solo all'andata.
   Matteo Pierro tende a colmare, dopo oltre mezzo secolo, una grande lacuna; quanti conoscono il destino dei Testimoni di Geova sotto il Terzo Reich? Eppure durante dodici anni di regime la persecuzione si è abbattuta su di loro con accanimento costante e violenza inaudita e hanno pagato un pesante tributo alla fedeltà delle loro convinzioni. Starei per dire anch'essi dimenticati dalla Storia, una Storia in gran parte bloccata.
   Dobbiamo quindi rendere loro un passato, un'identità, una memoria. Questo mio contributo vuole rafforzare tale significato. La logica nazionalsocialista volle bruciare ogni resistenza di quel pugno di irriducibili, simboli viventi della non-sottomissione. Ma le persecuzioni si scontrarono con la resistenza spirituale, tenace e capace di opporre la forza interiore della fede alla violenza fisica dello stato di polizia.
   Le dichiarazioni di Francesco Albertini, Alberto Berti, Vincenzo Pappalettera, miei compagni di deportazione, ricordano i "triangoli viola" che distinguevano i Testimoni di Geova (i ''Bifo ') e la loro intransigenza ad evitare la partecipazione ai lavori legati alla guerra, intransigenza che li valorizza nel giudizio e nella stima degli altri deportati.
Nella miseria del lager anche poche cose erano enormi ed i Testimoni - unici detenuti in condizione di concludere volontariamente la loro prigionia agendo di propria iniziativa per ottenere il "rilascio" - sono ricordati come compagni di sventura che divennero fratelli di sofferenze, esercitando nei confronti della dialettica politica clandestina del lager una forte neutralità. Il significato e l'importanza del loro atteggiamento è certamente l'aspetto simbolico che evidenzia l'incompatibilità fra la loro fede rigorosa e lo stato nazista.
   Da Testimoni religiosi divengono testimoni della storia, attivamente portati alla testimonianza della Parola di speranza, e testimoni silenziosi, ma paradossalmente eloquenti, nella sofferenza e nella morte.
   "Fra martirio e resistenza" ci aiuta ad approfondire la conoscenza di quella deportazione ed è una sosta obbligata per chi vuole capire l'orrenda persecuzione nazista degli obiettori di coscienza.
Primo Levi nel presentare il suo ultimo libro scrisse "non moriremo in silenzio: e dopo oltre mezzo secolo vorrei testimoniare quel vissuto per dare voce alla loro memoria ed una risposta tardiva della Storia. Non cederemo alla pericolosa tendenza dell'oblio affinché le giovani generazioni non accolgano le suggestioni di chi vorrebbe ridimensionare le reali proporzioni della tragica esperienza nazista, nella piena consapevolezza che l'enormità del male compiuto e delle sofferenze inflitte e patite impongono a tutti di vigilare al fine di prevenire sempre possibili ritorni all'indietro.
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1Italo Tibaldi è nato a Pinerolo nel 1927. Partigiano in val Maira venne catturato a Torino nel gennaio 1944 e deportato a Maurhausen. Trasferito nel sottocampo di Ebensee vi restò fino alla liberazione. E' vice presidente del Comitato internazionale del KZ Maurhausen, fa parte della presidenza dell'Associazione Nazionale Ex Deportati, conduce da molti anni ricerche sulla deportazione dall'Italia e ha pubblicato "Compagni di viaggio. Dall'Italia ai Lager nazisti. I trasporti dei deportati. 1943-1945", Franco Angeli, Milano, 1994. Ha ricevuto, il 26 novembre 1999, dal Presidente della Repubblica d'Austria l'alta onorificenza "per benemerenze verso la Repubblica Austriaca".

INTRODUZIONE

   Indubbiamente molti si meraviglieranno nel veder definire l'atteggiamento assunto dai Testimoni di Geova nei confronti della persecuzione nazista una via di mezzo tra il martirio e la resistenza. Perché definirli "martiri" o "oppositori" e non semplicemente "vittime" del nazismo?
   Bisogna chiarire il significato dei termini. "Vittima" è "chi subisce danni, gravi perdite, tormenti, persecuzione e la morte stessa senza sua colpa". (Grande Enciclopedia Universale, Curcio) Invece, il "martire" è "chi è ucciso perché si rifiuta di trasgredire la legge di Dio" o "chi si sacrifica per una nobile causa" (Grande Dizionario della Lingua Italiana, UTET) mentre l'''oppositore'' è il "sostenitore di un atteggiamento motivato da contrarietà di opinioni". (Il Dizionario della lingua italiana, G. Devoto e G. C. Oli, Le Monnier)
  Orbene, milioni di persone - ebrei, slavi, zingari, omosessuali e altri - vennero uccise, nella Germania nazista, solo a motivo di ciò che erano. Non avevano scampo, non avevano scelta, erano vittime. Sotto quel regime, la loro morte era inevitabile. I Testimoni di Geova, invece, non erano costretti a morire. Avevano una via di scampo, eppure, a motivo dei loro principi, scelsero di non valersene; divennero così dei martiri. Essi, inoltre, resistettero al nazismo, continuando ad attenersi alle proprie convinzioni, che erano in netto contrasto con l'ideologia hitleriana, e a fame ampia pubblicità.
   E' quindi opportuno chiedersi: In quale modo i Testimoni avrebbero potuto evitare la morte? E sotto quali aspetti si contrapposero al nazismo? Cosa contraddistingue la loro presa di posizione rispetto a quella delle altre chiese cristiane?
   Cosa accadde ai Testimoni italiani durante il fascismo? Il libro risponderà a queste e ad altre domande. In appendice ho inserito l'interessante saggio di Ciro De Angelis che dimostra come i Testimoni siano stati i pionieri dell' obiezione di coscienza In Italia e un capitolo su quanto accadde ai Testimoni in Campania durante il Ventennio.
   Inoltre, ho riportato quanto hanno dichiarato ex deportati e studiosi sulla vicenda dei Testimoni di Geova, la traduzione di alcuni documenti nazisti e un' ampia bibliografia. Spero che tutto questo possa, in seppur minima misura, contribuire a fare luce su una storia degna di attenzione e rispetto.

INDICE

Prefazione, Italo Tibaldi
Premessa alla seconda edizione    11
Introduzione    13   
La persecuzione nazista dei Testimoni di Geova    15
La persecuzione delle donne, Nicoletta Napoli 24
La persecuzione dei bambini, Nicoletta Napoli 30
La denuncia delle atrocità naziste    34
L'atteggiamento delle altre chiese cristiane    42   
Le accuse revisioniste    51
La repressione fascista dei Testimoni di Geova    61
Appendice 
I pionieri dell' obiezione di coscienza, Ciro De Angelis 69
Le strade di Geova    78
La persecuzione dei Testimoni di Geova in Campania    81
Dichiarazioni di studiosi sui Testimoni di Geova    84 
Dichiarazioni di ex deportati sui Testimoni di Geova    99
La storia di Narciso Riet    116
Documenti    127
Bibliografia    153
Hanno detto di questo libro    156
Questo libro è stato finora citato in:    159

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I BIBELFORSCHER E IL NAZISMO - (1933-1945) - I dimenticati della storia

foto non disponibile

L'Autore SYLIVE GRAFFARD - LÈO TRISTAN

 

Traduzione di una lettera di Thomas Mann.

Kiisnacht-Zurigo, 2 agosto 1938.

ILLUSTRISSIMO SIGNOR HARBECK,
   RingraziandoLa del dono che mi ha fatto del libro Crociata contro il Cristianesimo non faccio che compiere un atto di cortesia. Ma Le devo di più; ho contratto verso di Lei un debito di riconoscenza. È con la più viva emozione che ho letto il Suo libro così ricco di documenti terribili, e non posso descrivere il sentimento misto di disprezzo e di orrore che mi ha colto sfogliando queste testimonianze di una bassezza umana ineguagliabile e di una crudeltà inqualificabile. Le parole non riescono a descrivere l'abiezione della mentalità che è rivelata da queste pagine che ci raccontano le orribili sofferenze di vittime innocenti fermamente attaccate alla loro fede.
   Vorremmo tacere di fronte a ciò che è impossibile qualificare, ma la nostra coscienza non ci rimprovererebbe forse questo silenzio? Non ci accuserebbe forse di favorire così l'apatia morale del mondo, e di approvare tacitamente il suo miserabile principio di non intervento, oppure essa - anche solo per un istante - sarà scossa da questa lunga serie di fatti rivoltanti che Lei pone sotto i suoi occhi? Non osiamo quasi più sperarlo. In ogni caso, Lei ha compiuto il Suo dovere offrendo questo libro al pubblico, e penso che non vi possa essere appello più pressante alla coscienza del mondo.
Gradisca i miei ossequi,  
                                    
Thomas MANN

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Ogni detenuto portava un triangolo colorato (generalmente con la punta verso il basso) cucito (o dipinto) sulla sua uniforme da deportato. A seconda del colore, si distinguevano diverse categorie: i politici avevano un triangolo rosso con una lettera all'interno che precisava la nazionalità (salvo per i tedeschi). Gli ebrei politici portavano un triangolo rosso (con la punta verso l'alto) con sovrapposto un triangolo giallo (con la punta verso il basso).

   Gli ebrei avevano una stella gialla (formata da due triangoli), i Bibelforscher un triangolo color malva/viola. Alcune fonti attestano che certi Bibelforscher portavano un triangolo viola con sovrapposto un triangolo giallo. Gli internati di diritto comune avevano un triangolo verde, gli asociali un triangolo nero.

   I contaminatori della razza portavano un triangolo nero sovrapposto a un triangolo giallo, gli omosessuali un triangolo rosa, gli zingari un triangolo bruno e gli apolidi e gli emigrati (repubblicani spagnoli) un triangolo azzurro. I SAW (Sonderaktion Wehrmacht: epurazione dell'esercito tedesco), quanto a loro, avevano un triangolo rosso, con la punta verso l'alto.
                                    
Sylvie Graffard - Léo Tristan

PREMESSA


   Grande è stata la nostra curiosità di sapere chi fossero questi triangoli viola, o lilla, o color malva ... Quanto abbiamo desiderato dare un volto a questi Fondamentalisti, Scrutatori, Studenti Biblici, Bibelforscher* ... , nomi che in genere designano i Testimoni di Geova ...

   Non è stato facile, anche se l'accoglienza è stata calorosa e benevola, e dopo aver rotto il ghiaccio della diffidenza ci siamo immersi nel mondo dei Bibelforscher. Con passione, certo, e con stupore, sorpresa, delusione, ma con la ferma intenzione di conservare uno sguardo critico, il più obiettivo possibile, al limite dell'annullamento di ogni emozione ... i fatti, sempre i fatti. Dato che non eravamo, e che non siamo tuttora, né da vicino né da lontano, implicati in questa setta, o piuttosto in questo gruppo religioso, ciò che è contato per noi sono stati i fatti: la Storia è stata la nostra unica guida.
  Abbiamo voluto rendere omaggio a un popolo torturato, svilito, perseguitato, imprigionato, decapitato, assassinato, condannato alle camere a gas e ai forni crema tori a proposito dei quali oggi alcuni odiosi sofisti1 vorrebbero farei credere che servirono solo ad alimentare l'immaginario dei ricordi di milioni di vittime. TI Tribunale di Norimberga, parlando delle «persecuzioni per motivi religiosi» le ha incluse fra i suoi capi di accusa quali crimini contro l'umanità e crimini di guerra in un Paese occupato. «Le persecuzioni di tutte le sette pacifiste e dissidenti come quella dei Testimoni di Geova e dei Pentecostali erano particolarmente accanite e crudeli2».
   In Germania, come afferma la loro associazione e come è stato confermato dallo storico M.H. Kater3, si trovavano 19.268 predicatori attivi al momento dell' ascesa al potere dei nazisti, gli arrestati furono più di diecimila e furono tra i quattro e i cinquemila a perire per mano dei carnefici «per motivi religiosi». Queste persecuzioni si estesero all'Europa intera, e le cifre evocate in questo libro sono piuttosto istruttive riguardo allo sterminio di questo popolo e non si può non essere turbati dal silenzio che la Storia riserva loro.
   Certo, si constaterà e ci verrà fatto notare un «certo comportamento» dei Testimoni di Geova nei campi di concentramento. E questo è comprensibile se queste osservazioni nascono da un riflesso emotivo e dall'ignoranza della storia generale dei Bibelforscher e della loro parte di martirio che cominciò nel 1933. Per di più, processi recenti, che hanno rimesso in questione alcuni deportati nei campi, sono là per rispondere in parte; gli pseudostorici sono spesso complici dell' assassinio della nostra memoria collettiva ... Trattare così questo popolo, con tale disprezzo e in modo così cieco, significherebbe suppliziarlo una seconda volta. Il rimprovero più diffuso nei confronti di alcuni Bibelforscher è «di essere stati domestici nelle case delle S.S., o barbieri apprezzati, o lavoratori coscienziosi». Ma questi attacchi sono fondati?
   In particolare, si prende in considerazione la finalità di questo ruolo? Ma torniamo ai fatti. Hanno avuto un comportamento collaborazionista? Si sono mostrati privi di solidarietà? (Anche ammettendo la preponderanza dell'interesse per i loro confratelli e il fatto che si isolarono, come se non facessero parte di quel mondo, per salvaguardarsi tramite una resistenza nella resistenza). Ma hanno forse derubato gli altri detenuti? Hanno forse approfittato di un posto di «Prominent* »? Si sono appropriati di ciò che non apparteneva loro? Hanno denunciato o mentito per approfittare di una situazione? Sono restati insensibili e indifferenti al dolore? Hanno rifiutato, a discapito della propria sopravvivenza, del pane a un detenuto? Non hanno mai prestato soccorso? Non hanno mai aiutato gli altri?
   Le persone evocate da questi interrogativi, nella loro pluralità, rappresentano la verità di un popolo. Alcuni detrattori o pseudorìcercatori, «nella nobiltà della loro onesta contraddizione», citeranno casi isolati per provare e ripetere scientificamente che erano tutti dei «mascalzoni».
   Il nostro scopo non è di prendere posizione o di trasformarci in difensori accaniti; noi non quantifichiamo, vogliamo semplicemente dire che questo popolo fu cacciato, torturato, internato, perseguitato, sterminato «per motivi religiosi». Questo popolo non era forse costituito da uomini, donne, bambini?
   Per porre termine a ogni qui pro quo riguardo a queste vicende, apriremo il libro di Margarete Buber-Neumann Milena e la testimonianza del dotto A. Rohmer tratta dal libro Témoignages strasbourgeois e concluderemo con la deposizione del testimone polacco e cattolico Stanislaw Dubiel, fatta in occasione del processo contro i crimini hitleriani in Polonia, citata dal libro Auschwitz vu par les S.S. che includeremo nel dibattito. È questo crimine che vorremmo iscrivere nella memoria, prima che diventi «vana». Finkielkraut ha espresso qualche timore riguardo all'Umanità e si è mostrato, a questo proposito, ben consapevole della ipocrisia e del discorso della giustizia - prima di divenire negazione della memoria della Storia. Non dimentichiamo mai che la memoria si riveste sempre degli orpelli dell' oblio straziando le sue vittime.
   Abitualmente, l'universo dei Testimoni di Geova è piuttosto schernito, dileggiato, disprezzato dalla maggioranza dei francesi. Eppure noi non sappiamo, o forse sappiamo troppo bene, cosa avrebbe fatto un altro gruppo religioso sottoposto ad un martirio identico. Tuttavia loro sono rimasti muti, solo alcuni libri o periodici pubblicati da loro stessi evocano questo periodo. Ma bisogna dire anche che è spesso più facile vivere in questo rifiuto che essere riconosciuti, essere accettati: ciò rinforza in «questi dimenticati» l'idea di incarnare la Verità.
   La nostra ricerca non è stata sempre facile: rifiuti educati, assenza di risposte da parte delle autorità, impegni non rispettati, promesse e testimonianze omesse, sogghigni, scuotimenti di spalle, rinunce premature ... Ma fortunatamente anche accoglienze entusiaste, ringraziamenti, omaggi ...
   Che questo libro possa rappresentare modestamente il riconoscimento di una battaglia, di una resistenza, di una lotta, di un martirio, di un «genocìdìo», della volontà dell'assassino nazista di rifiutare alla sua vittima la scelta della propria spiritualità. Non dimentichiamo mai che questo popolo cristiano fu suppliziato perché i suoi membri si chiamavano Testimoni di Geova, un popolo che porta il nome del suo Dio.
  La Storia ha spesso delle strane trovate che la conducono a ignorare una parte del suo patrimonio, e la storia dei Bibelforscher ne fa parte, ne costituisce un elemento indistruttibile, incancellabile, inevitabile.
   Invitiamo il lettore, questo anonimo, alle prese con questi atti autentici e degni di considerazione, a osar domandare alla Storia di far propri questi dimenticati. Perché un domani, finalmente, si possa dire: Giustizia è fatta!
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1VIadimir Jankélévitch. Pierre Vidal-Naquet, li chiama: «Eichmann de papier»,
2 Capo d'accusa N. 1 del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga.
3Michael Kater, Die Ernsten Bibelforscher im Dritten Reich

INDICE

PREMESSA
A     GUISA DI INTRODUZIONE
1.    I NAZISTI AL POTERE   19
2.    IL NEMICO È INDIVIDUATO   28
3.    «SE IL GIORNO IN CUI a CHIEDERANNO   33
4.     NON SOTTOMETTERSI AL POTERE DELL'UOMO   37
5.     IL GRANDE RADUNO DI BASILEA   40
6.     «SOPRAVVNERE»   43
7.     «I "NEGRI" IN EUROPA»    46
8.     «DER ANSTREICHER ... »    52
9.     «TI ACCUSANO DI DIECIMILA CRIMINI   55
10.   « ALLE JUGEND DEM FùHRER»   59
11.   IL LINCIAGGIO DELLE COSCIENZE   64
12.   FAMIGLIE DEOMATE   67
13.   «IL PAPA? ... »   71
14.   1937: L'ANNO DELLA REPRESSIO   77
15.   I CAMPI DI CONCENTRAMENTO   86
16.   L'INVASIONE DELL'AuSTRIA E IL PLEBISCITO   90
17.   GLI AUSTRIACI NELLA SPIRALE DELLA REPRESSIONE   96
18.   «MENTRE LA FRANCIA È IN ARMI ... »    101
19.   L'OPPOSIZIONI AL DUCE   110
20.   L'ORRORE QUOTIDIANO   117
21.   LA «PESTE» DILAGA IN EUROPA   121
22.   LA REALTÀ CONCENTRAZIONARIA   129
23.   DUE BAMBINI DELL'ALSAZIA LORENA   133
24.   «IL PIANETA CENERE»    137
25.   L'ITINERARIO DI UNA TEDESCA    140
26.   IL REGIME DEL TERRORE    144
27.   IL RIFIUTO DI PARTECIPARE ALLO SFORZO BELUCO   148
28.   JOSEPH HISIGER    151
29.   ARTHUR WINKLER    154
30.   LE PUNIZIONI CORPORAU    157
31.  «MA CHE COS'È LA SCRITTURA?   160
32.   «COLORO CHE HANNO IL POTERE DI FERIRE   164
33.   L'INFERNO DI AUSCHWITZ   167
34.   LE KALFAKTORINNEN E LE DIENSTMÀDCHEN DELLE S.S.   171
35.   UN'INCREDIBILE VOLONTÀ DI FARE DISCEPOLI   174
36.   LA FAMIGLIA ARNOLD   177
37.   A DIECI ANNI NEI CAMPI DELLA 5LESIA   183
38.   L'HÀFfLING LOVIS PIÉCHOTA   188
39.  VIAGGIO NELLA NOTTE    193
40.   UN RESISTENTE GOLLISTA A DACHAU   201
41.  GENNAIO 1945, L'ARMATA ROSSA ARRNA AD AUSCHWITZ. LA DISFATTA DELL'ESERCITO
       HITLERIANO   207
42.  «LA VERITÀ AVRÀ L'ULTIMA PAROLA»   210
43.   L'EVACUAZIONE DEI CAMPI   213
        QUESTI DIMENTICATI   222
        GLOSSARIO    226
        BIBLIOGRAFIA    230
        INDICE    237

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MINORANZE COSCIENZA E IL DOVERE DELLA MEMORIA - Riflessioni recenti (1998-2000) DOCUMENTAZIONE STORICA

foto non disponibileIl dovere della memoria

 

L'Autore: GIURISTI E RELATORI VARI


PREMESSA

Dal 1998 al 2000 si sono tenuti in alcune città italiane incontri e convegni sui temi dell'Olocausto, dell'obiezione di coscienza al servizio militare e dell'intolleranza razziale, etnica e religiosa.
Tali argomenti hanno un filo conduttore in comune: la coscienza e l'esistenza degli individui e delle minoranze di fronte alla pressione del potere o all'oppressione delle dittature.
Questa pubblicazione si propone di non fare svanire nel nulla le testimonianze raccolte a tali convegni e si offre come contributo alla memoria di avvenimenti e di comportamenti che debbono essere ricordati, in positivo e in negativo: tutto ciò allo scopo di esaltare i valori della coscienza, come monito che induca gli esseri umani a non «viver come bruti, ma per seguir uirtute e conoscenza».

PREFAZIONE

È difficile, ma soprattutto è sgradevole, se non addirittura odioso, cercar di stabilire chi, in un immane, inumano sterminio d'innocenti, sia vittima più innocente degli altri. È in qualche modo come cercar di stabilire anche una graduatoria di giustificazioni per gli assassini, gli sterminatori.

Allo stesso modo è impossibile affermare se l'una o l'altra categoria di perseguitati, di deportati, di sterminati costituisca il simbolo della persecuzione, dello sterminio, degli sterminii.

Eppure qualcosa del genere si è certamente verificato e si verifica sotto i nostri occhi, quotidianamente. L'impossibile, assurda, odiosa discriminazione tra sterminati e, quindi, tra sterminii, negata oggi (e non è stato facile giungere a ciò) in teoria e in astratto, è praticata di fatto, con i mille espedienti della rarefazio ne della conoscenza e della memoria, fino a rendere fastidiosa e provocatoria l'evocazione di stragi e persecuzioni lontane o recenti o attuali, se non si è giunti a negarle e farle scomparire e ciò senza neppure ricorrere all' assurdità manifesta ed esibita del co-siddetto «revisionismo». Sopprimere la verità senza mai negare i fatti, ma negando, sopprimendo l'evocazione, la presenza, l'importanza, l'immanenza di essi.

Eppure, di fronte alla follia dell'umanità rappresentata da queste inumani tragedie, di fronte all'intreccio di esaltazioni, di furori, di cinismo, di indifferenza che ha reso possibili queste catastrofi, la soppressione della memoria, dell'importanza, del significato di uno solo dei momenti, delle categorie dei perseguitati e degli sterminati comporta la distorsione del significato del sacrificio di tutti, l'avvio alla soppressione della memoria di tutti, come pure già presuppone l'abbandono di una piena, totale e sincera ripulsa dell' orrore e dell' obbrobrio di queste tragedie.

Se dei testimoni di Geova, della pagina atroce ed esaltante della persecuzione da loro subita sotto il nazismo ed il fascismo si è potuto e dovuto dire che si è trattato dei «dimenticati dalla storia», credo sia lecito trame la considerazione che in ogni persecuzione, in ogni strage, in ogni genocidio c'è una componente rappresentata dall'intolleranza, dal furore scatenati contro la «testimonianza» che i perseguitati, i prescelti per la persecuzione e la soppressione, rappresentano per i loro persecutori.

I testimoni di Geova, i Bibelforscher, in effetti, tra tutti i perseguitati nei campi nazisti di sterminio e, probabilmente, tra tutti quelli che nelle varie parti del mondo hanno subito e subiscono una simile sorte, sono quelli che visibilmente, coscientemente, e quindi al massimo grado, hanno affrontato la persecuzione come testimonianza, giorno per giorno fino alla morte, rinnovando, con il rifiuto della sottomissione e dell' abiura, loro concessa e solo a loro come «via d'uscita», il loro «martirio» nel senso etimologico del termine, al punto da lasciare sbalorditi molti dei loro compagni di sventura e gli stessi aguzzini.

In fondo anche coloro che furono sterminati per la colpa di esistere rendevano, malgrado ciò, una testimonianza, perché i loro persecutori tale considerarono la loro stessa esistenza, quella del loro gruppo etnico, del loro passato. Una testimonianza di diversità per loro insopportabile.

I testimoni di Geova si posero essi stessi come testimoni di una fede e della libertà di professarla di fronte alla violenza ed alla sopraffazione estrema. E la professione del rifiuto della violenza, pagata con la vita, sembrava fatta apposta per mettere a nudo la vera essenza dei persecutori, cultori del terrore e della violenza elevati a metodo e, più che a metodo, a fondamento di un parossistico progetto di dominio universale.

Ma anche sotto altri aspetti la persecuzione dei testimoni di Geova può considerarsi rivelatrice dell'essenza meno appariscente dello sterminio, della persecuzione e dei persecutori.
È un fatto singolare che in Italia, malgrado il carattere composito e contraddittorio del fascismo e la gradualità con la quale questo spiegò la sua essenza totalitaria, i provvedimenti di polizia contro i testimoni di Geova incominciarono, si può dire, prima ancora della formale soppressione dei partiti politici e furono generalizzati prima ancora del concordato con la Santa Sede, che segnò la svolta clericale di quel regime. È pure singolare che la repressione contro questa confessione religiosa iniziò senza che se ne fosse individuata esattamente l'identità, confondendola con quella dei Pentecostali. Tipico modo di procedere dettato da una insofferenza epidermica ed approssimativa, che caratterizzò poi tanta parte della politica interna ed estera del fascismo.

In Germania, il nazismo appena arrivato al potere provvide subito all' opera di liquidazione della compagine dei Bibelforscher e dei suoi componenti, secondo un piano evidentemente concepito e preparato prima della presa di possesso dello stato.
Un piano frutto di ossessione a lungo covata.

Ma anche in Germania l'efficienza repressiva del nazismo non si scatenò avendo individuato chiaramente la «colpa» di queste sue vittime, accusate dapprima di «giudaismo», poi di fondamentalismo, al punto che è stato giustamente rilevato che i testimoni di Geova si conquistarono agli occhi dei loro persecutori e di fronte al mondo il diritto alla loro identità attraverso la persecuzione, i campi di concentramento, i patiboli, l'etichetta del triangolo viola che li segnava tra i destinati allo sterminio.

Ed anche questo dato così tragicamente tipico della vicenda dei Testimoni sotto il nazismo, può considerarsi emblematico non dello sterminio in sé ma di una lotta di libertà, di ogni lotta di libertà che, di fronte all' oppressione ed alla persecuzione, è anzitutto lotta di affermazione d'identità.

I Bibelforscher pagarono un prezzo altissimo tra quanti furono considerati nemici ideologici del nazismo e del fascismo: La totalità degli appartenenti a quella confessione in Germania e la grandissima parte in Italia subirono condanne, sorveglianza speciale, confino, deportazione, morte. Per le idee, per il credo professato, potendo tutti sfuggire ai rigori con l'abiura. In altri paesi occupati dai nazisti la loro sorte non fu diversa. Può dirsi che quell'identità, l'identità del triangolo viola, delle lacrime e del sangue sia stata pagata da tutti e da ciascuno con una testimonianza che ha reso tragicamente attuale, reale il nome di quei credenti.

Ed ora un interrogativo: perché il silenzio, perché la dimenticanza? La risposta è forse proprio nel carattere emblema tic o di sacrificio, di martirio di libertà e di fede che è proprio della vicenda dei testimoni di Geova.
Rimuovendo la loro persecuzione, il loro sterminio, molti, troppi, hanno voluto e vogliono rimuovere la loro responsabilità, la loro connivenza, il loro colpevole silenzio verso altre stragi, altre persecuzioni, altri attentati alla libertà ed anche le stragi stesse e le persecuzioni considerate «storicamente necessarie» o «spiegabili», cioè oscenamente, in fondo, «utili».

Dimenticando il sacrificio dei Bibelforscher, molti si aiutano oggi a mimetizzare, giustificare il loro «fastidio» per il proselitismo dei testimoni di Geova. Dimenticando le circolari di Bocchini, il processo al Tribunale Speciale, si vuole, in fondo, dimenticare quel ruolo di testimoni di libertà e di fede che essi si sono conquistati costituendo per lunghi anni la comunità, il gruppo, benché minuscolo, più integralmente colpito tra quelli che il regime considerò suoi nemici ed oppositori. E anche con questa rimozione si vorrebbe rendere meno aberrante e pretestuosa pure la persistente opposizione al pieno riconoscimento del diritto di libertà e di identità della congregazione di fronte alle leggi della Repubblica Italiana.

Il dovere della memoria, di una memoria non strabica né intermittente, è, in fondo, un dovere verso noi stessi, il dovere di essere capaci di vivere appieno libertà secondo giustizia e di misurare nella libertà del nostro prossimo il valore della libertà nostra.

La raccolta degli scritti, degli interventi in convegni e dibattiti, di persone di diversa appartenenza culturale, politica e religiosa che hanno affrontato questa pagina della storia ed hanno affermato la necessità di non indulgere a questa «dimenticanza», è opera doverosa, prima ancora che utile e positiva. Per l'affermazione del dovere di ricordare, di non dimenticare e rimuovere, prima ancora che per il ricordo, per l'informazione, che pure per molti potrà costituire fonte insostituibile di conoscenza e quindi di meditazione.

A questa affermazione è augurabile che segua una ricerca ed un' analisi ancora più estesa ed esauriente. Questo volume ne è garanzia e premessa.

MAURO MELLINI*

*Avvocato, è stato tra i fondatori, nel 1956, del Partito radicale. Deputato in varie legislature, ha difeso molti obiettori di coscienza sia dinanzi ai Tribunali militari che davanti alla Corte costituzionale. Autore di opere storiche e giuridiche, ha affrontato in più occasioni i temi dell'intolleranza religiosa.

INDICE

Premessa     p.     5

Mauro Mellini - Prefazione   7

TESTIMONIANZE  

Sergio Albesano - I testimoni di Geova e l'obiezione di coscienza   15

Giorgio Bouchard - I martiri dimenticati: i testimoni di Geova nel fuoco della persecuzione nazista    49

Roberto Castellani - Roberto Castellani: biografia e intervista   55

Alberto Cavaglion - «Gli aratori del vulcano». Riflessioni sul concetto di minoranza   65

Federico Cereja - Nazifascismo e minoranze religiose  71

Susanna Conti - Chi ha paura dell'agnello mite? Come e perché dimentichiamo una parte della storia  79

Giorgio Giannini - La repressione dei culti acattolici durante il fascismo   87

Pietro Ingrao - Difesa della libertà di coscienza   97

Gianni Long - Persecuzione religiosa e conquista dell'identità   105

Roberto Lorenzini - I testimoni di Geova durante il regime fascista   111

Claudio Marta - Lo stermtnio nazista degli zingari. Qualche riflessione su vecchi e nuovi razzismi  123

Domenico Maselli - Un grande bene da difendere   133

Gianfranco Monaca - Una documentazione particolarmente preziosa   137

Carlo Ottino - Dovere della memoria, libertà civili e libertà religiosa  139

Aldo Pavia - «Mai più!»   151

Aldo Pavia - Il valore della memoria   159

Bruno Segre - Obiettori: ieri e oggi   165

Paolo Soldano - «1 'triangoli viola' nei campi li abbiamo visti». Il racconto di un testimone oculare    173

David Sorani - Sentinelle della memoria     » 175

Italo Tibaldi - Il dovere della memoria     » 181
  
APPENDICE

     I. La condanna di Remigio Cuminetti per aver rifiutato di indossare la divisa militare   189

   II. I primi documenti che attestano il controllo delle autorità fasciste sull'opera dei testimoni di Geova (1924-26)   203

 III. Sentenze di condanna dei testimoni di Geova per avere distribuito stampa religiosa nel periodo della dittatura   209

  IV. Alcune circolari emesse per vietare l'introduzione in Italia di pubblicazioni dei testimoni di Geova   215

   V. Documenti relativi alla condanna al confino di alcuni testimoni di Geova   22l

  VI. Circolari emesse dal regime per reprimere i testimoni di Geova   239

 VII. Documenti che testimoniano la contrarietà dei testimoni di Geova alla guerra  255

VIII. Pagine del rapporto che fu il punto di partenza per istruire il processo davanti al Tribunale Speciale fascista   287

  IX. Condanna del Tribunale Speciale fascista di 26 testimoni di Geova a 186 anni e 10 mesi complessivi di reclusione   311

   X. La sentenza di condanna a morte di Narciso Riet   327

  XI. Alcuni documenti sulla persecuzione dei testimoni di Geova da parte del nazismo    335

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L'INVENZIONE DEL COMPLEANNO

RISVOLTO COPERTINA

«Il compleanno antico e pagano era concepito come un rito religioso ed è per questo che fu rifiutato dal cristianesimo; quello moderno è apparso soltanto quando ha cominciato ad affrancarsi dalla tradizione cristiana che, nel medioevo, vedeva nel battesimo una 'rinascita' e nelle feste dei santi il ricordo della loro 'nascita' alla 'vera vita'. Non c'era posto per una celebrazione religiosa della ricorrenza della nascita.
Questo cambiamento di contenuto è stato accompagnato da un cambiamento di ritmo: al tempo circolare dell' anno liturgico, supporto delle feste religiose e della memoria dei defunti, ha fatto seguito un tempo lineare, che capitalizza gli anni anziché riprodurli uno uguale all' altro. Insomma, la ricorrenza del compleanno per festeggiare la nascita dei nostri cari e la nostra con torta, candeline, regali e auguri di 'buon compleanno', è un'invenzione molto recente:
le cinquantatré candeline sulla torta di compleanno di Goethe nel 1802».

Tra immagini e testo, condotti per mano da Jean-Claude Schmitt, scopriremo non senza stupore il carattere tardivo di una celebrazione a noi così cara, prima negli ambienti aristocratici dell' epoca moderna, poi nella borghesia del XlX secolo e infine, ma non prima del XX secolo, negli ambienti popolari.

PREMESSA

Da quando festeggiamo il nostro compleanno? La domanda deve essere apparsa troppo aneddotica agli storici, visto che non se la sono posta mai, o a fatica. Questo libro invita il lettore a scoprire, non senza stupore, il carattere tardivo della celebrazione del compleanno. Al punto di partenza dell'indagine, troviamo un documento stupefacente, «l'autobiografia» di Matthaus Schwarz.
All'inizio del XVI secolo, questo borghese di Augusta, direttore finanziario della celebre impresa commerciale dei Fugger, ha ricostruito, a partire dal suo ventitreesimo compleanno, attraverso la parola e l'immagine, tutta la sua esistenza sin dalla nascita; e poi, nel corso degli anni, ha continuato a descrivere i cambiamenti del suo aspetto in relazione all' abbigliamento. La ricorrenza della propria nascita è spesso la causa di queste annotazioni e immagini. Una simile preoccupazione è davvero eccezionale nel rinascimento, benché non sia priva di precedenti a partire dalla fine del XIII secolo.
Marco Polo la scoprì con sorpresa presso il Gran khan e una miniatura di epoca successiva ci restituisce questa fastosa celebrazione. Nel XIV secolo, i re di Francia, come Carlo V, si preoccupano del giorno e dell' ora della propria nascita a fini astrologici, per i quali scrivono commenti e tracciano immagini di oroscopi. Così il medioevo, tradizionalmente poco preoccupato del giorno della nascita e dell' età esatta delle persone, e assai più interessato al giorno della loro morte, ha operato progressivamente un ribaltamento ricco di conseguenze: dalla morte alla vita, dall' anniversarium funerario a quello che i testi dell' epoca chiamano - da un antico vocabolo romano - «natalità».
Qui rintracceremo il lento costituirsi della pratica del compleanno, dei suoi riti - auguri, canzoncina, dolcetti, regali, candeline - soprattutto negli ambienti aristocratici dell'epoca moderna, nella borghesia del XIX secolo e infine, ma non prima del XX secolo, negli ambienti popolari. La storia del compleanno appartiene naturalmente alla «lunga durata» e bisogna attendere le 53 candeline sulla torta di compleanno di Goethe, nel 1802, per assistere all'invenzione del compleanno più o meno come lo conosciamo oggi.

INTRODUZIONE

«li ritmo della vita collettiva domina e abbraccia i diversi ritmi di tutte le vite elementari di cui risulta; perciò il tempo che lo esprime domina e comprende tutte le durate particolari», scriveva Émile Durkheim nelle conclusioni delle Forme elementari della vita religiosa (1912); e precisava: «è il ritmo della vita sociale che sta alla base della categoria del ternpo»1 .
Faceva eco a Marcel Mauss che, nel suo Étude sommaire de la catégorie du temps dans la religion et la magie (la cui prima edizione risale al 1909), osservava che «lo scopo del calendario non è di misurare ma di ritmare il tempo2. «Ritmare il tempo»: l'Essai sur les variations saisonnières des sociétés eskimos aveva dimostrato infatti, sin dal 1904 - 1905, che l'alternanza dell'inverno e dell'estate determinava per le popolazioni del Grande Nord l'alternanza di due forme diverse, su tutti i piani, di vita sociale: densa, collettiva e festosa nel ritiro invernale dell'iglù, dispersa e più individuale nella stagione estiva, consacrata alla caccia in zone remote3. Le intuizioni dei fondatori della sociologia e dell' antropologia hanno dato origine a diversi studi, i quali pongono al centro della riflessione la nozione di ritmo nelle sue varie accezioni e rispetto alla nostra stessa società (si pensi ai ritmi del lavoro, ai ritmi della scuola, agli effetti di dissolvenza sia per il tessuto sociale sia per la personalità dell'individuo, dell' «aritmia» sociale, per esempio nel caso della disoccupazione).4
In effetti, la società occidentale, passata o moderna, non è in grado di sfuggire alla preoccupazione, tipica degli antropologi, di analizzare sincronicamente i suoi ritmi fondamentali, come le categorie, le usanze e le tecniche del tempo che questi ritmi sostengono: dal tempo biologico (sonno e veglia, respirazione, mestruazioni) alla misurazione cronometrica del tempo diurno, dai ritmi del corpo a quelli della danza e della musica, dal calendario annuale alla periodizzazione della storia collettiva, dal tempo del lavoro e dello svago al tempo della vita e via dicendo, insistendo sul ruolo della combinazione di tutti questi ritmi nel processo d'individuazione collettivo e personale5 . Ma lo sguardo dello storico può e deve aggiungere ancora qualcosa: un'osservazione di questi ritmi e di queste «categorie del tempo» nella diacronia della storia, i cambiamenti di ritmo nel tempo, i conflitti tra ritmi rivali in quanto fattori del processo storico, la comparsa o la scomparsa di ritmi nuovi e il loro significato.
Tra i numerosi problemi posti, m'interesserò qui soltanto della storicità dei «ritmi della vita» e più in particolare del modo in cui gli attori sociali raffigurano la propria vita,
le proprie tappe, l'età che hanno avuto, che hanno, che avranno, nei loro scritti e, all' occorrenza, nelle immagini da loro prodotte. Il primo documento che ho esaminato da vicino è, dall'inizio del XVI secolo, «l'autobiografia relativa all' abbigliamento» di Matthaus Schwarz.
Tra i vari aspetti che fanno di quest'opera una testimonianza di prim'ordine, sono stato colpito dal posto che occupa nelle preoccupazioni dell' autore il suo compleanno.
Un aspetto, questo, non molto notato fino a ora. Forse perché il compleanno rappresenta un piccolo rito personale e familiare che non beneficia dei fasti dei riti religiosi e pubblici che hanno scandito e ancora scandiscono, in parte, le vite individuali (prima comunione, matrimonio, ecc.): festeggiare il proprio compleanno o quello dei nostri cari sembra essere scontato, al punto che non ci interroghiamo più di tanto sulla storia di una simile pratica,
Sono rari gli studi dedicati a questo argomento6 : gli antropologi non ne tengono granché conto e se, per esempio, Arnold Van Gennep aveva previsto nel suo questionario una voce «Compleanno», in seguito non ne parla più7. Alcuni lavori sociologici hanno mostrato di recente il ruolo del compleanno nella prima socializzazione del bambino: invitare i compagni di classe per l'occasione, scegliere liberamente quelli che si vuole invitare e quelli che saranno esclusi dalla festa, festeggiare una seconda volta a scuola, stavolta collettivamente e sotto 1'autorità della maestra, i compleanni della settimana, rappresentano per il bambino una delle prime esperienze della vita in società8.
Si trovano anche alcune informazioni sui canti per il compleanno, che tutti conosciamo, e che scopriamo essere assai recenti: in Francia, il ritornello «Buon compleanno, i nostri auguri più sinceri / Che questi fiori le rechino felicità», ecc. - spesso descritto come un «canto tradizionale» - è stato composto solo nel 19519 ; quanto a Happy Birtbday to you, cantato indifferentemente in inglese o nelle lingue locali di tutto il mondo, risale appena al 1924 per le parole e al 1893 per la musica10.
Ma cosa ne è stato del compleanno nei secoli passati?

Note

1 É. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse. Le système totémique en Australie (1912), PUF, Paris 1968, pp. 631 e 618 (trad, it., Le forme elementari della vita religiosa: il sistema totemico in Australia, Edizioni di Comunità, Milano 1963, pp. 482 e 480).
2 H. Hubert, M. Mauss, Mélanges d'histoire des religions (1909), Félix Alcan, Paris 1929, p. 195 [corsivo di J.-C1. Schmitt] (trad, it., L'origine dei poteri magici e altri saggi di sociologia religiosa, Newton Compton, Roma 1977, p. 200).
3 M. Mauss, Essai sur les variations saisonnières des sociétés eskimos. Étude de morphologie sociale (1904-05), ripreso in Id., Sociologie et anthropologie, introduction de Cl. Lévi-Strauss, PUF, Paris 1968, pp. 389-477 (trad. it., Saggio sulle variazioni stagionali delle società eschimesi. Studio di morfologia sociale, in M. Mauss, H. Beuchat, Sociologia e antropologia, Newton Compton, Roma 1976, pp. 141-234).

4 E. Zerubavel, Hidden Rhythms. Schedules and Calendars in Social Life, The University of Chicago Press, Chicago-London 1981 (trad. it., Ritmi nascosti. Orari e calendari nella vita sociale, li Mulino, Bologna 1985); E.T. Hall, The dance of life: the other dimension of time, Double-day, New York 1983 (trad. fr., La danse de la vie. Temps culturel, temps vécu, Seuil, Paris 1984); A. Geli, The antbropology of time. Cultural construction of temporal maps and images, Berg, Oxford-Berkeley 1992.
5 P. Michon, Rythmes, pouuoir, mondialisation, PUF, Paris 2005.
6 Ph. Ariès, nel suo libro L'enfant et la vie familiale sous l'Ancien Régime, Seuil, Paris 1975 (trad. it., Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Laterza, Roma-Bari 20064), non parla del compleanno nonostante la conoscenza delle fonti che ne trattano. L'opera di Françoise Lebrun, Le livre de l'annioersaire, Laffont, Paris 1987, elegantemente illustrato e destinato al grande pubblico, fa eccezione e fornisce utili informazioni.

7 A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, t. III, Picard, Paris 1937, p. 25. Nei «Questionari regionali», alla voce «Vita di relazione», l'autore prevedeva domande sulla «Famiglia», tra cui «Feste di famiglia. Compleanni. Nozze d'argento. Auguri. Regali». La mia impressione è confermata da Nicole Belmont, sapiente interprete di quest'opera. Le categorie del Manuel sono utilizzate da R. Vaultier, Le folklore pendant la guerre de Cent Ans d'après les lettres de rémission du Trésor des Chartes, Guénégaud, Paris 1965, che non contiene alcuna informazione sulla questione: se ne comprenderà la ragione più avanti. Cfr. inoltre: Handuiorterbuch des deutschen Aberglaubens, a cura di E. Hoffmann-Krayer e Hans Bachtold-Staubli, Walter de Gruyter, Berlin- Leipzig 1930-1931, s.v. «Compleanno», il quale annota a proposito di questa ricorrenza che «il popolo vi presta poca attenzione».
8 R. Sirota, Les civilités de l'enfance contemporaine. L'anniuersaire et le décbiffrement d'une configuration, in «Éducation et Sociétés. Revue internationale de sociologie de l'éducation» (Sociologie de l'enfance 2), III, 1999, 1, pp. 31-54. Successivamente è stato pubblicato il libro di Ch. Heslon, Petite psychologie de l'anniversaire, Dunod, Paris 2007, il cui argomento va ben al di là dell'anniversario della nascita dell'individuo e riguarda i ritmi temporali delle commemorazioni in generale; sul piano storico, l'autore si accontenta di una rapida panoramica, ma nondimeno il suo libro è molto interessante per la comprensione delle nostre attuali abitudini culturali.
9 Testo di Jacques Larue, musica di Louiguy.
10 Testo e musica dovuti a due sorelle, Milldred J. Hill e Patty Smith Hill, maestre d'asilo nel Kentucky tra il XIX e il XX secolo. Devo queste informazioni a Nadine Cretin, che ringrazio vivamente. Cfr. il sito internet

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GEOVA E IL NUOVO TESTAMENTO - Quanto è importante il nome divino? - Qual'era la sua pronuncia? - Si dovrebbe ripristinare il tutta la Bibbia?

matteo-pierro-120 L'Autore Matteo Pierro è nato nel 1967 a Salerno dove vive con la moglie Nicoletta e la figlia Denise. In qualità di studioso della Bibbia è impegnato da molti anni nella collezione di t esti biblici di ogni epoca e in tutte le lingue.
Attualmente la sua biblioteca ospita oltre 650 diverse edizioni bibliche in più di 110 lingue.
   E' anche ricercatore di informazioni sulla vicenda dei Bibelforscher durante il nazismo. Ha raccolto finora oltre 2000 pagine di documenti dell'epoca, numerose testimonianze di ex deportati e decine di testi. Su questi argomenti ha scritto numerosi articoli apparsi su periodici nazionali e locali.
   Ha pubblicato "Fra martirio e resistenza. La persecuzione nazista e fascista dei Testimoni di Geova" (Actac Edizioni, Como, 1997) ricevendo positive recensioni su periodici specializzati. E' autore del saggio "I deportati delle provincie di Avellino e Salerno" e della nota "JHWH, il Tetragramma nel Nuovo Testamento", apparsa in Rivista Bìblica, edizioni Dehoniane Bologna, anno XLV, n" 2, aprile-giugno 1997.


PREMESSA

     Quando, verso la fine del 1996, mi accinsi a redigere un breve saggio sulla presenza del tetragramma nel Nuovo Testamento, non credevo minimamente che da lì a qualche anno ne avrei tratto un libro.
     Inviai l'articolo al direttore di una nota rivista cattolica di studi biblici per conoscere il suo autorevole parere in merito. La risposta mi sorprese in quanto, non solo lo trovava interessante, ma desiderava pubblicarlo sul suo periodico. Dopo la pubblicazione ho ricevuto da diversi studiosi sincere espressioni di apprezzamento. Ma ci sono state anche aspre critiche. Ho appreso che al mio articolo è stata dedicata, da una nota emittente nazionale di ispirazione cattolica, una trasmissione durata oltre un'ora. Ho anche saputo che esiste un sito Internet riservato esclusivamente a questo saggio.
     Tutto ciò mi ha piacevolmente sorpreso in quanto non avrei mai pensato che un semplice articolo potesse produrre reazioni così conrrastenti. Ho quindi deciso di approfondire l'ipotesi che avevo proposto andando Più a fondo nella ricerca. E il panorama che mi si è gradualmente dischiuso dinanzi mi porta oggi a credere che non si tratti Più di una semplice teoria ma di un fatto ben assodato. Il risultato delle mie ricerche è racchiuso in questo libro.
     Numerose persone devono essere ringraziate per l'aiuto che, in vari modi, hanno dato alla realizzazione di questo scritto. Voglio quindi esprimere la mia gratitudine a Erminia Weber Carpi, Ciro De Angelis, Felice Buon Spirito, Massimo Sorichetti, Hal Flemings, Vincent Savarino, Rolf Furuli, Mark Gipe, John Carras e Ron Rhoades sia per i loro suggerimenti e incoraggiamenti che per le indicazioni di testi utili. Vanno ringraziati, a motivo delle loro consulenze, Francesco Venale, per i testi ebraici, Plinio Gracco, per quelli latini, Giovanni Avagliano e Antonio Ruggiero per la correzione ortografica del testo. Ringrazio David Giles per la fattiva collaborazione nella stesura del libro e per avermi instillato, tanti anni fa, la passione per la profonda ricerca biblica. Un grazie particolare a mia moglie, Nicoletta, per il suo indispensabile sostegno emotivo. Infine, ma non per ultima, ringrazio mia madre per avermi, come una moderna Eunice, incamminato nella via del solo vero Dio.


INTRODUZIONE

     Chi arriva a Salerno per la prima volta non può che rimanere colpito dall'imponente acquedotto medievale che prosegue verso il suo centro storico. Ma, ad un certo punto, le arcate dell'antica via dell'acqua si interrompono per cedere il passo alle costruzioni moderne. Ovviamente, lo studioso deduce che anticamente questo acquedotto doveva raggiungere il centro dell'antica Salerno, ma che, per varie ragioni (terremoti, guerre, etc.), deve essere stato interrotto nella sua parte finale. Nel caso egli volesse avere delle prove concrete per la sua logica deduzione potrebbe cercarne di due tipi: quelle indirette e quelle dirette. Le prove indirette potrebbero essere le notizie da ricercarsi nella storiografia della città.
     Quelle dirette potrebbero trovarsi scavando dove termina l'acquedotto onde riportare alla luce le fondamenta della parte non più esistente. Naturalmente, visto che non è possibile scavare al di sotto delle attuali costruzioni, lo studioso deve basarsi esclusivamente sulle testimonianze storiche per il suo lavoro di ricerca. Comunque, alla persona comune basta la logica per dedurre ciò che è ovvio: Non si costruisce un'opera maestosa per fermarsi poco prima dell'obiettivo. Di certo non avrebbe senso concludere il contrario solo perchè non si dispone per il momento di prove dirette.
     Eppure, per quanto riguarda la presenza del nome divino nel Nuovo Testamento,1 si segue proprio questo modo di pensare. Si afferma che, non essendoci per il momento antichi manoscritti neotestamentari col tetragramma, esso non doveva comparire negli originali. Ma nella prima parte della Bibbia, nota comunemente come "Antico Testamento",2 il nome divino ricorre migliaia di volte. Per quale ragione sarebbe stato usato dall'inizio alla fine dei primi tre quarti della Bibbia, per poi scomparire bruscamente nell'ultimo quarto? Ciò non ha senso, come non ha senso concludere che i costruttori dell'acquedotto si siano fermati poco prima della fine. La logica porta a concludere che esso sia stato usato anche nella parte finale della Parola di Dio.
     Come nel caso dell'acquedotto, per il momento non è possibile avere prove dirette, cioè manoscritti originali del NT contenenti il tetragramma. Comunque, esistono numerose prove indirette della sua presenza. Lo scopo di questo libro è di portarle all'attenzione di quanti non si accontentano della spiegazione più semplice per concludere che all'inizio il Nome c'era.
     Nei primi capitoli del libro viene spiegato quanto è importante il nome di Dio, per quali ragioni oggi è così poco noto e quale pronuncia moderna sarebbe più attendibile. Negli altri capitoli vengono fornite le prove indirette della sua presenza. Esse sono: 1) La presenza del tetragramma nell'antica versione in greco dell'AT, la Settanta.3 2) La scrittura in ebraico del vangelo di Matteo. 3) L'atteggiamento di Gesù verso il nome del Padre. 4) Quello dei suoi discepoli. 5) Quello dei cristiani dei secoli successivi.
     Numerose note confortano le affermazioni fatte. Incoraggio il le ttore a non sottovalutarle, benchè possano sembrare troppe, poichè troverà in esse dei dettagli molto interessanti. Al termine, un'appendice particolareggiata documenta quanto non è stato possibile includere nelle note a piè di pagina. Evidentemente non avrò riportato tutto quello che è stato scritto su questo argomento. Per tale ragione invito il lettore di questo libro a far melo notare. Saranno anche molto apprezzati i suggerimenti, le impressioni e le critiche costruttive. Il mio indirizzo: Matteo Pierro, Salita S. Giovanni 5, 84135 Salerno, E-mai! Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. fax 089/955047.

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1.  Da ora in poi abbreviato con NT.
2.  Da ora in poi abbreviato con AT.
3.  Da ora in poi abbreviata con LXX. 

 

INDICE

Premessa   9
Introduzione   11

Cap.       I     L'importanza del nome divino nella Bibbia   13
Cap.     II     Come scomparve Il esatta pronunica del nome divino.   23
Cap.    III    Yahweh o Geova, qual è la pronuncia corretta?   35
Cap.     IV    Il tetragramma nella versione greca dell'AT   47
Cap.      V    La stesura in ebraico del vangelo di Matteo   63
Cap.    VI    Gesù e il nome divino   81
Cap.  VII     I primi cristiani e il tetragramma   89
Cap. VIII    L'atteggiamento dei cristiani post-apostolici verso il nome divino   101

Conclusione   117
              
Appendice

- Le conseguenze della soppressione del nome divino di David Giles   128
- Elenco dei mss greci che riportano il tetragramma   137
- Rotoli del Mar Morto non biblici contenenti il tetragramma   138
- Il P458 aveva in origine il tetragramma ebraico?   139
- Versioni del NT che usano il nome divino nel testo   140
- Versioni bibliche nelle quali ricorre il nome "Geova" nel testo   147
- Versioni bibliche nelle quali ricorre il nome "Geova" nelle note in calce   151
- La grafia "Geova" nella letteratura   154
- La grafia "Geova" su statue, chiese, etc.   163
- Il nome divino secondo antiche fonti   164
- Versetti del NT dove andrebbe ripristinato il tetragramma   165
- Dove ripristinare il nome divino? di David Giles   167   
- Elenco delle versioni bibliche utilizzate   171
- Bibliografia essenziale   172

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IL NOME DI DIO NEL NUOVO TESTAMENTO + 2 DVD con 1050 immagini sul Nome su tutta la Terra

RETROCOPERTINA LIBRO

Il nome di Dio non finisce mai di suscitare delle reazioni, positive o negative. Per esempio, alla fine del mese di agosto del 2008 il Vaticano ha raccomandato al suo gregge di non far più uso del vocabolo Yahvé nei canti liturgici, ma di conformarsi alla tradizione “storica” dei Giudei e dei Cristiani di non pronunciare il nome divino ad alta voce. Numerosi canti dovranno così essere modificati per cancellare ogni menzione del Nome (Yahvé o Geova).
Questa notizia illustra molto efficacemente l'avversione che la cristianità manifesta nei confronti del nome di Dio, un'avversione che non è recente ma che percorre tutta la sua storia, fin dai primi secoli. Tale avversione, come dimostra Didier Fontaine in questo saggio, porterà i copisti cristiani perfino ad emendare il testo del Nuovo Testamento e della Settanta, sostituendo il nome divino, che vi compariva in caratteri ebraici, con Kyrios, un termine greco più universale e quindi più gradito ai cristiani d'origine pagana rispetto a Geova, un nome considerato barbarico e che identificava il Dio cristiano con quello dei disprezzati giudei.
Al contrario, le Sacre Scritture non contengono nessuna ambiguità nei confronti del Nome.
Esse insistono con l'importanza di invocare il nome di Dio, di lodarlo, di rifugiarvisi in tempo di sconforto. Contrariamente alle affermazioni del Magistero, né gli Israeliti, né i cristiani si sono astenuti dell'usare il Nome.
Gérard Gertoux lo ha dimostrato molto bene in un volume pubblicato da queste stesse edizioni, “Storia del Nome di Dio”. In effetti, è solo a partire dal momento in cui il culto cristiano si è progressivamente corrotto che la riluttanza ad usare il nome divino si è fatta via via sempre più forte, fino al punto che, scomparso dalle traduzioni, l'Occidente lo ha completamente dimenticato.
Per comprendere in quali circostanze storiche e culturali il cristianesimo si è allontanato dalle sue origini ed ha cessato di far menzione del Nome, il presente studio si concentra sul periodo apostolico e post-apostolico.
Quale era l'eredità culturale dei primi cristiani? Conoscevano il Nome? Lo usavano? Come sono arrivati a non pronunciare più il nome divino e addirittura ad eliminarlo dai loro scritti, al punto che oggi non vi si trova più?
Il DVD allegato invece, contiene circa 900 im- magini del nome sparse in tutta la terra, e dimostrano ai nemici denigratori di Yahvé o Geova, che il nome era conosciuto e usato nei secoli passati!
Questo studio, che concilia il rigore scientifico con l'accessibilità di lettura, permetterà di sensibilizzare il pubblico italiano al problema della presenza originale del nome divino nel Nuovo Testamento e darà un senso alla dichiarazione di Gesù: “Sia santificato il tuo nome”.


PREFAZIONE di
GÈRARD GERTOUX

Il nome di Dio è un oggetto di studio affascinante. Elemento centrale della maggior parte delle religioni dato che i cristiani iniziano la loro preghiera del Padre Nostro con “Sia santificato il tuo nome” e le sure del Corano iniziano con “nel nome di Dio”, il nome di Dio è allo stesso tempo completamente ignorato, al punto che il credente è incoraggiato a rendere un culto ad un Dio anonimo, il dio sconosciuto dei greci. Per uno strano paradosso il nome di Dio, essendo onnipresente, passa inosservato. Le religioni moderne hanno adottato il principio centrale dei culti misterici, prodotto di circoli gnostici e cabalistici, il nome di Dio è il Nome. D’altronde gli ebrei moderni chiamano D-io: Hashem “Il Nome”, nella stessa maniera con cui gli egiziani del passato chiamavano il loro dio supremo: Amon “il [nome] nascosto”.

E’ tuttavia facile verificare che il nome divino appare circa 7000 volte nella Bibbia ebraica nella forma del tetragramma YHWH, il famoso nome di quattro lettere, secondo Giuseppe Flavio composto, in effetti, da quattro vocali. Il testo biblico, Romani 10:13 che cita Gioele 2:32, insiste sull’invocare il nome di Dio per avere la salvezza.

Didier Fontaine ha condotto un’inchiesta appassionante per comprendere come mai questo nome, così sacro, ha cessato di essere pronunciato durante il periodo che va dal 35 al 135 della nostra era. Il processo di Gesù costituisce uno degli elementi determinanti per comprendere quest’enigma. In effetti, i capi religiosi giudei non volevano essere degli assassini, dunque hanno voluto condannare legalmente questo compatriota che consideravano come un impostore. Il principale capo d’accusa utilizzato, prima di appigliarsi al crimine di lesa maestà della legislazione romana, fu il crimine di bestemmia. La bestemmia era un crimine codificato, infatti Levitico 24:16 prevedeva la lapidazione per chiunque pronunciava il nome di Dio in maniera ingiuriosa. D’altronde nel primo secolo qualche giudeo-cristiano, come Stefano, fu lapidato per questo motivo.
Didier Fontaine, ricercatore appassionato, è riuscito a rendere semplice un argomento diventato complesso.


PREFAZIONE all'
EDIZIONE ITALIANA

Il nome di Dio non finisce di suscitare reazioni, positive o meno. Alla fine di agosto del 2008 il Vaticano ha raccomandato al suo gregge di non far più uso del vocabolo Yahvé nei canti liturgici, ma di conformarsi alla tradizione “storica” dei Giudei e dei Cristiani di non pronunciare il nome divino ad alta voce. Numerosi canti dovranno così essere modificati per cancellare ogni menzione del Nome (Yahvé o Geova). Questo illustra senza ambiguità l’attitudine della cristianità davanti al nome di Dio: nessun attaccamento. Essa non l’ha mai amato.

Le Sacre Scritture non hanno alcuna ambiguità. Insistono con l’importanza di invocare il Nome (Sofonia 3:9), di lodarlo (Salmo 113:1, 135:1), di rifugiarvisi in tempo di sconforto (Salmo 116:4, Proverbi 18:10). Contrariamente alle affermazioni del Magistero, né gli Israeliti, né i cristiani si sono astenuti di far uso del Nome. In un volume già apparso in questa collana, Storia del Nome di Dio, Gérard Gertoux l’ha dimostrato molto bene. In effetti, è solo a partire dal momento in cui il culto si è corrotto che una reticenza via via sempre più grande rispetto al Nome si è fatta sentire.

Per comprendere in quali circostanze il cristianesimo si è allontanato dalle sue origini ed ha cessato di far menzione del Nome, il presente studio si concentra sul periodo apostolico. Quale eredità culturale e cultuale possedevano i primi cristiani? Conoscevano il Nome? Come sono arrivati a non pronunciare più il nome divino? A non impiegarlo del tutto?

Il nome divino nel Nuovo Testamento è sicuramente un argomento polemico. Infiamma ed alimenta le controversie perché il suo epilogo spiega come Gesù è stato identificato con Dio. Ora, compromettendo un pilastro della fede cristiana”, suscita le più vivaci reazioni.

La presente edizione, che appare oltre un anno dopo quella francese, ha beneficiato di numerosi arricchimenti. Alcune parti sono state rivedute, riscritte o rese più chiare. L’apparato di note è stato verificato e completato con l’apporto degli studi più recenti. Il terzo capitolo è stato ampliato con un’importante esposizione sulla distinzione tra kyrios (Signore) e ho kyrios (il Signore) nella Settanta. Quest’utilizzo è messo in evidenza anche nei Padri apostolici. L’appendice è stata considerevolmente arricchita per servire come punto di partenza al lettore desideroso di seguire le ricerche: in effetti, gli oltre duecentotrenta versetti biblici dove il nome divino forse era presente in origine sono stati analizzati sotto un duplice aspetto: l’impiego o meno dell’articolo davanti al termine kyrios (un indice relativamente affidabile verso il tetragramma originale), e le varianti testuali concernenti l’uso dell’articolo, o dei termini kyrios, christos, theos, tutte molto significative in quanto alle esitazioni cristologiche caratteristiche del periodo di transizione tra il giudeo-cristianesimo e il pagano-cristianesimo. Più critica, l’appendice è stata riscritta in maniera di non escludere una rilettura dell’Antico Testamento in certe occasioni, e menziona i versetti dove, escludendo la menzione kyrios e il principio kyrios = tetragramma, il nome divino non è stato restaurato nelle versioni che ripristinano il Nome.

Spero che questo studio permetterà di sensibilizzare il pubblico italiano al problema della presenza originale del nome divino nel Nuovo Testamento. Approfitto dell’occasione per ringraziare calorosamente l’editore italiano di avermi concesso una tale opportunità, ed a Sara e Stefano Pizzorni di avervi lavorato diligentemente. Ci tengo ad esprimere loro la mia calorosa riconoscenza, non solo per il loro contributo, ma anche e soprattutto per le qualità cristiane che hanno manifestato a mia moglie e a me.

Il presente studio possa glorificare il Nome, e incitare sempre più persone a seguire i passi del Signore Gesù Cristo.

Didier Fontaine, Settembre 2008

INTRODUZIONE

Il lettore della Bibbia talvolta è confuso da una constatazione imbarazzante: il Vecchio Testamento è molto differente dal Nuovo. Il primo racconta delle tumultuose relazioni tra YHWH e un popolo che egli ha eletto a discapito di tutti gli altri, popolo “dal collo duro”, le cui peregrinazioni caotiche non sono certo un motivo di vanto. E’ il racconto di spietate guerre incessanti, di conquiste, di stermini. Le bassezze dei re si susseguono alla narrazione dei massacri. Alla fin fine questa nazione, tranne che per la rivelazione del Dio Uno e l’alleanza che ha contratto con Lui, fa una ben misera figura. In seguito si stabilisce una nuova alleanza, il cui “resoconto” costituisce un Nuovo Testamento. Il Dio che vi è rappresentato non ha nome. Lo si chiama con il titolo di “Signore”. E’ un Padre benigno e pieno d’amore che ci rivela il Cristo. Ben differente, in apparenza, dalla divinità nazionale della Prima Alleanza, questo “Dio buono” dando la sua grazia a tutta l’umanità, è universale.

Nel secondo secolo della nostra era la constatazione di questa separazione era già fonte di confusione e di conflitti, come ne testimonia la celebre eresia di Marcione, secondo cui il Dio dell’Antico Testamento, divinità malvagia e inferiore, non poteva in nessun caso essere quello del Nuovo. Per gli ebrei d’oggi, la Bibbia è formata dalla Torah, dagli Scritti e dai Profeti: non ci sono dunque due divinità differenti, ma solo il Dio Uno, YHWH, dal nome impronunciabile. Per quanto riguarda i cristiani per molto tempo si sono adattati al Vecchio Testamento – con fatica, bisogna dirlo – leggendo solamente dei pezzi scelti, e utilizzando ogni sorta di messali che non contenevano che il Nuovo Testamento e i Salmi. Ai nostri giorni, se la lettura liturgica o quella personale ha compiuto un’evoluzione nel senso di un approccio più completo alle Scritture, questa sfocia invariabilmente in un latente imbarazzo.

Ciò nonostante si potrebbero superare questa difficoltà, perché la storia mostra che giudaismo e cristianesimo sono madre e figlia. Il loro legame è viscerale. Come dunque, in questa epoca di intolleranza e fanatismo, spiegare queste disparità? L’esistenza di una Bibbia ebraica, e di una Bibbia cristiana? Le differenze tra YHWH e “il Padre”?

Lo scopo di quest’opera è di mettere in risalto una delle spiegazioni della rottura tra giudei e cristiani. Una spiegazione fra le altre, certo, ma che a nostro avviso è così importante che da essa ne derivano tutte le altre. Si tratta della questione del nome divino e del suo trattamento nella Bibbia, in particolare nel Nuovo Testamento. Sovrabbondante nei testi dell’Antico Testamento – vi compare circa 7000 volte – scompare del tutto nel Nuovo Testamento (almeno dai manoscritti che ci sono pervenuti): Dio è designato dai sostantivi “Dio”, “Padre” o “Signore”. Il nome divino nella Bibbia ha sempre suscitato delle reazioni diverse e questo è molto indicativo. E’ incontestabile che questo nome appaia nel Vecchio Testamento: lo s’incontra, più che ogni altro nome, sotto le quattro lettere YHWH, in ebraico hvhy. Una superstizione giudaica (diventata tradizione) ha diffuso l’idea che questo Nome era “troppo sacro per essere pronunciato”, così come la vocalizzazione di questo Nome, da molto tempo, pone un problema e contribuisce alla ricerca di sostituti: Eterno, Signore, YHWH o YHWH-Adonai compaiono spesso al posto del glorioso nome divino.

Nel Nuovo Testamento, dunque, Dio viene chiamato frequentemente (Kyrios), Signore. Perché non lo si chiama più con il suo nome hvhy ? Il Nome è imbarazzante o è lo spirito di un universalismo sincretico che lo suggerisce? E’ tanto più curioso che nella Bibbia, Dio afferma che il suo Nome deve durare di generazione in generazione, conservarsi all’infinito, essere proclamato fra tutte le nazioni. Se dunque il Dio degli Ebrei voleva che il suo nome fosse conosciuto in tutta la terra, perché non ha fatto in modo che esso fosse preservato, e questo a partire dalla sua vocalizzazione? Si potrebbe logicamente pensare che se questa vocalizzazione si è persa, semplicemente non è importante. E’ dunque opportuno oggi usare un nome ricostruito, e restituito almeno nel Vecchio Testamento dove esso compare incontestabilmente? Ecco le due domande che saranno alla base della nostra analisi.

Tuttavia noi concentreremo la nostra attenzione su un problema più delicato, che è quello del nome divino nelle Scritture greche cristiane, in risposta all’opera di Lynn Lundquist, The Tetragrammaton and the Christian Greek Scriptures.1 Come abbiamo accennato precedentemente, in effetti, nessun manoscritto del Nuovo Testamento riporta il tetragramma, nome proprio per eccellenza del Dio d’Israele. Tra rottura e continuità gli scritti neotestamentari lasciano dunque un sensazione strana per quel che riguarda la loro eredità: il nome sacro di Dio non è ripreso che sotto la forma ellenizzata di un titolo assai comune all’epoca, (Kyrios). Ora, il problema sorge dalla confusione nell’impiego di questo titolo. (Kyrios) può infatti indicare tanto YHWH che Gesù Cristo. Questo ha inevitabilmente generato una notevole confusione sull’identità di Gesù, che è stato assimilato, attraverso questo titolo comune di Signore, a Dio stesso… A nostro avviso questa confusione sull’identità di Cristo è direttamente legata alla presenza originale del tetragramma nel Nuovo Testamento.

Qui sosterremo la tesi che Gesù ed i suoi discepoli conoscevano ed impiegavano il Nome, e che gli scritti dei primi cristiani2 contenevano il tetragramma in caratteri ebraici. Fu soprattutto il diffondersi del messaggio evangelico alla Gentilità ellenistica che causò la perdita d’interesse per il Nome e, pertanto, la sua scomparsa totale nella trasmissione dei testi. Vedremo che questa “scomparsa” è nel caso specifico un termine ingannevole.

Il problema del nome divino nel Nuovo Testamento ha un inso­spettabile potenziale polemico. Ne saremo coscienti nel corso di tutta la nostra ricerca, non dimenticando mai che in un certo senso tocca l’essenza stessa del cristianesimo. Per di più questo sog­getto necessita di conoscenze specifiche che sono spesso assenti o, comunque, confuse agli occhi del non specialista. Ora quello che è confuso finisce per diventare una mezza verità. Sarà dunque giudizioso soffermarci innanzi tutto sulle seguenti questioni:

- Innanzitutto accenneremo all’impiego del nome divino nei tempi biblici e al problema della sua vocalizzazione (nei capitoli 1 e 2), soggetti che non interessano direttamente la nostra problematica, ma che permettono che la sua trattazione si liberi di informazioni e di analisi approssimative sulle quali è impossibile costruire qualunque ragionamento. Inoltre, non rimettendo in questione la presenza del nome divino nel Vecchio Testamento, le polemiche che tuttavia circondano la sua vocalizzazione e restituzione nelle nostre traduzioni sono molto rivelatrici,

- In secondo luogo, ci serviremo della testimonianza della Settanta. Alcuni considerano questa testimonianza senza valore; altri, al contrario, la ritengono una prova, o quasi. Senza collocarsi in questi due estremi, analizzeremo dunque in cosa questa traduzione delle scritture ebraiche, che impiegavano i cristiani, ci illumina sul comportamento nei confronti del Nome, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento.

In effetti, il lettore impaziente che pensa di avere abbastanza dimestichezza con i risvolti del nome divino nella parte ebraica della Bibbia può recarsi direttamente al capitolo 4, perché è in questo capitolo che inizieremo a raccogliere gli indizi del suo uso all’epoca di Gesù e dei suoi discepoli. Il capitolo seguente risponderà alla domanda che sorge naturalmente all’esame degli indizi: se Gesù ed i suoi discepoli hanno veramente impiegato il Nome, per quale ragione non appare nel testo del Nuovo Testamento?

Rispondere precisamente a questa domanda richiede di esaminare le condizioni di trasmissione di questo testo. In generale, il credente pensa che il testo che egli scopre nella sua versione biblica è assolutamente degno di fiducia, per la buona ragione che questa Parola è considerata come “ispirata”. Ma è, anche questa, una mezza verità, che ignora quali epoche turbolente ha attraversato il testo che ha sotto gli occhi (capitolo 6) dato che i primi due secoli della nostra era sono disseminati di avvenimenti uno più grave dell’altro: la rovina di Gerusalemme nel 70, le persecuzioni dei cristiani, demarcazione e poi rottura del cristianesimo dal giudaismo, seconda rivolta giudaica e seconda rovina di Gerusalemme… non sono che alcuni dei trascorsi di questo periodo agitato. Senza parlare delle controversie cristologiche che apparvero da che il messaggio evangelico uscì dalla Palestina (capitolo 7). E’ il rendersi conto di questo contesto che permette di collocare il problema del nome divino in seno alle Scritture greche cristiane nella sua corretta prospettiva. In quel periodo, il cristianesimo si definiva, allo stesso tempo, con una contraddizione interna ed un’apertura all’esterno. La proclamazione orale si fissa per iscritto. Un canone si costituisce. Le eresie sono smascherate. Un sentimento ortodosso si forma e il movimento esce dalla sua culla. Si proietta nell’oikouménè.3 Cambia di capitale. Cambia Dio?

NOTE

1 Word Resources, Inc, 1998, 2 ed. La nostra risposta non tratterà tuttavia punto per punto gli argomenti di Lundquist, poiché sono poco numerosi ed essenzialmente attaccano la Traduzione del Nuovo Mondo facendo disinformazione circa il suo comitato di traduzione (cfr. Stafford: 1-54, Mazzaferro, The Lord and the Tetragrammaton…). Il nostro obiettivo non è polemico quanto fornire la presentazione (in nessun caso, la soluzione) del problema al pubblico italiano.
2 In quest’opera i primi cristiani sono indifferentemente chiamati “giudeo-cristiani” o “ebrei cristiani”. La nozione di “giudeo-cristianesimo” indica una realtà di un’incredibile diversità che ha originato numerosi studi a volte contradditori. Da qui si impone questa precisazione terminologica: senza voler descrivere né risolvere questa nozione intenderemo per “giudeo-cristiani” gli immediati discepoli di Gesù, ed i primi Ebrei converti fino al 70. Per “pagano-cristiani” intenderemo invece i discepoli di Gesù non Ebrei.
3 “La terra abitata

INDICE

Prefazione di Gérard Gertoux
Prefazione all’edizione italiana
Introduzione

1. L’impiego del Nome nei tempi biblici

2. Signore, Yahweh o Geova?

La sostituzione
Le ragioni della sostituzione
Il problema della vocalizzazione
Il problema etimologico

3. La testimonianza della Settanta
Interesse di questa traduzione
Presenza del Nome divino
La distinzione tra ,rioj e o` ku,rioj
Lettura sinagogale e uso privato
Alcuni pregiudizi

4. Gesù, i primi cristiani e il Nome
Quali lingue si parlavano in Palestina nel I secolo?
Impiego del Nome da parte di Gesù
Impiego del Nome da parte dei cristiani

5. Ispirazione e conservazione delle Scritture
Ispirazione divina
Preservazione
Alcuni esempi di critica testuale

6. Un periodo agitato
Giudeo-cristiani e pagano-cristiani
Il cristianesimo dei Padri apostolici
Apostasia ed Eresie

7. Controversie & Corruzioni
L’influenza della filosofia greca
Alcune cause della divinizzazione di Cristo
Controversie & Corruzioni
Alcune varianti
Lo studio di Bart Ehrman
Nota su Giovanni 1:1

Conclusioni
Appendice: Versetti biblici dove il Nome potrebbe essere ripristinato
Ringraziamenti
Abbreviazioni
Fonti fotografiche


Abbiamo inoltre raccolto in 2 DVD audio/video, oltre 1050 foto
che mostrano come veniva usato nei secoli passati,
il nome di J
eH
oWaH

RETROCOPERTINA

Guardando l’universo visibile, il salmista Davide fu spinto a scrivere :“I cieli dichiarano la gloria di Dio... Non ci sono detti, e non ci sono parole; non si ode voce da parte loro”. Eppure il loro “splendore”, la loro “potenza” e la loro “gloria” lasciano senza fiato le creature umane oneste intelletualmente
In modo simile, questi 2 DVD contengono oltre 1050 foto di manufatti sui quali è riportato il Nome di colui che ha fatto i cieli e la terra. Benchè “non si ode la voce da parte loro”, nei passati secoli, hanno reso testimonianza all'umanità che il nome del “solo vero Dio” era "YHWH" [Devoto-Oli:Geova].
Avrete modo di vedere come nei secoli passati, in 35 nazioni della terra, il nome del “solo vero Dio”, YHWH
, veniva usato estesamente in tutte le attività umane. OGGI invece, ci sono addirittura grandi istituzioni religiose che cercano in tutti i modi di nasconderlo o ignorarlo!


LIBRO DVD LIBRO + DVD

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STORIA DEL NOME DI DIO - Un recente studio che fa luce sulla corretta pronuncia del Sacro Nome

"Io sono JeHoWaH,
questo è il mio nome
"
[Is. 42:8]

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Per chi cerca o ha conosciuto JHWH
e la sua meravigliosa personalità: UN BALSAMO!


Mentre per i DEMISTIFICATORI e i CRITICI:
qui "sarà il pianto e lo stridore dei denti"
[Matt. 13:42] - Interlineare letterale Greco/Italiano di A. Vianello

RETROCOPERTINA LIBRO

Il primo regalo che avete ricevuto: il nome. L'ultimo ricordo che resterà a lungo dopo di noi inciso sulla pietra: il nome. Quindi il nome è veramente importante! Eppure molti lo negano proprio a Dio.
Ma Dio ha un nome, la Bibbia lo riporta oltre 7000 volte e tutte le religioni ne convengono; allora perché così poca gente lo conosce? Alcuni dicono che è troppo sacro perché si usi, altri che Dio vuole nasconderlo, oppure che la pronuncia e andata persa quindi non è importante.
Però, nella Bibbia, il solo personaggio religioso che rifiuta sistematicamente di usare il Nome, è Satana il Diavolo.
Quando Gesù discusse con Satana, la discussione è edificante, Gesù usò soltanto il Nome e Satana solo il titolo anonimo “Dio”. (Mt. 4:1-11)
Questo antagonismo non è una novità tra coloro che evitano il nome di Dio (Ger 23:27) e quelli che accettano di usarlo! (Ger. 10:25).
Questo studio a carattere storico e filologico ha lo scopo di aiutare tutti a capire che per 6000 anni questo nome è stato conosciuto e usato, ma, nel giro di pochi secoli sono sorte filosofie e interessi umani, che hanno cercato di oscurare questo grande nome, sopravvivendo fino ai nostri giorni.
Il dottor Gèrard Gertoux con questo suo studio oltre a ripercorre i sei millenni di storia del nome di Dio, dimostra la correttezza filologica della pronuncia che risulta leggendo i testi antichi “secondo le lettere”, ovvero Y.EH.OW.AH.
Inoltre come specialista del tetragramma, dimostra la superficialità e l’infondatezza di tutti gli argomenti di quei studiosi che, sviliscono pregiudizialmente e quindi rifiutano anche oggi, di pronunciare il Sacro Nome.
Scoprirete anche che usare e pronunciare il nome di Dio in questo momento storico, è indispensabile per la nostra salvezza fisica e spirituale , in base alle dichiarazioni di Dio contenute nella Bibbia. (Gl. 2: 32; Ro 10:13)

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ITALIANA

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Dopo la pubblicazione di
questo libro in francese, inglese danese e spagnolo, sono lieto di scrivere la prefazione anche per la versione italiana.

E’ con molto piacere che ringrazio tutta l’èquipe italiana, re­sponsabile della pubblicazione del mio libro. Ho particolarmente apprezzato l’accoglienza molto piacevole e la professionalità della professoressa Gabriella Gabrielli, la tra­duttrice, insieme alla dottoressa Maria Grazia Aragone. Ringrazio anche la professoressa Elena Necchi che ha effettuato un’accurata revisione linguistica, rendendo il più scorrevole possibile il testo per i lettori italiani; il Prof. Stefano Pizzorni per la revisione finale.
Vorrei infine ringraziare il dottor Steno Sari, che ha coordinato l’insieme dei lavori e l’editore, per aver deciso di pubblicare questo libro in lingua italiana.
Gérard Gertoux



RECENSIONI

Desidero innanzitutto ringraziare le persone qui sotto elencate per le preziose parole di incoraggiamento che mi hanno espresso. Ricordo con grande piacere le loro osservazioni, pre­cisando che esse non costituiscono in alcun modo una garanzia per quanto riguarda le conclusioni della mia ricerca, ma stanno comunque a indicare al lettore la serietà del mio lavoro.

André Chouraqui (Biblista e traduttore).Si è detto personal­mente compiaciuto per questo lavoro che ha giudicato molto serio su di un soggetto tanto importante. L’ha citato nel suo libro Mosè.

Henri Cazelles (Direttore del’Institut Catholique di Parigi): “La ringrazio vivamente di avermi inviato il suo “In Fame only?”,1 molto ricco di documentazione. Lo depositerò presso la Biblio­teca Biblica, dove i ricercatori potranno trarne gran profitto. Complimenti egrazie”.

Edward Lipinski (Professore alla Katholieke Universiteit Leuven): “Ci tengo a ringraziarla per questo invio e a congratularmi per il lavoro coscienzioso di cui questa ri­cerca è la prova. Non mancherò di farne uso ogni qualvolta ritornerò su questo tema”.

Shelomo Morag (Professore alla Hebrew University di Geru­salemme): “Lo studio è ricco di importanti testimonianze e costituisce una buona sintesi della ricerca”.

Daniel Faivre (Professore presso l’Université de Franche-Comté CRNS): “La mia prima impressione è molto positiva. Presuppone una ricerca di impressionante erudizione sul Te­tragramma, che supera ampiamente le analisi che io ho sviluppato nel mio ultimo lavoro…”

Mireille Hadas Lebel (Professoressa all’Università Parigi IV Sorbona): “Sono rimasta colpita dal fatto che il Tetragramma scritto in geroglifici si pronunci Yehua. Il suo studio è tanto denso e ricco che meriterebbe una rilettura immediata”.

Marguerite Harl (Professoressa all’Università di Parigi IV Sor­bona, traduttrice e curatrice della Bibbia di Alessandria): “L’invio [del suo libro] mi riempie di ammirazione. Ancora una volta, tutti i miei complimenti”.

Jacques Duquesne (Scrittore biblico): “Sulla pronuncia del Tetragramma, io non possiedo un’erudizione paragonabile alla sua. Ma le argomentazioni sostenute mi sembrano del tutto con­vincenti e sono felicissimo di averne avuto conoscenza”.

R. Josy Eisenberg (Scrittore e animatore della trasmis­sione “Sorgente di vita”): “Tengo a dirle che condivido pienamente le sue opinioni. Attualmente ci sono troppi equivoci a proposito del Tetragramma”.

E. J. Revell (Professore emerito all’Università di Toronto): “Ero molto interessato a leggere la copia del suo lavoro da Lei speditomi. Prima della lettura del suo studio non avevo una particolare opinione sulla pronuncia del nome di Dio. Come studente, negli anni ‘50, appresi che gli studiosi avevano de­terminato che Yahweh fosse la pronuncia antica. Non ritenni l’argomento ben fondato, ma questa opinione era considerata quasi come un articolo di fede dai miei insegnanti, e non avendo argomenti migliori ignorai il problema. Da allora ho pensato alla questione occasionalmente, ma le informazioni da me acquisite sono tutte riportate nel suo studio. Lei ha certa­mente raccolto più informazioni sull’argomento di ogni altro studioso che io conosca e mi congratulo con lei per aver pro­dotto questo prezioso lavoro. Molte grazie per avermelo spedito”.

D. C. Hopkins
(Curatore del Near Eastern Archaeology): “Gra­zie per avermi sottoposto il suo ricco e dettagliato studio. Il soggetto è affascinante”.

G. W. Buchanan (Curatore del Mellen Biblical Commentary): “Mi permetta di ringraziarla molto per avermi spedito la sua eccellente tesi. Confido che venga presto pubblicata”.

E. A. Livingstone (Dottore all’Università di Oxford): “Ho in­viato una copia della sua garbata lettera e della sua tesi a uno dei miei colleghi che mi ha dato un grande sostegno nella scelta del materiale sull’Antico Testamento nella terza edizione dell’Oxford Dictionary of the Christian Church (…); mi ha detto di aver trovato la sua tesi molto interessante; ha detto anche che la sua posizione è ragionevole e ben argomentata”.

D. N. Freedman (Curatore dell’Anchor Bible): “Sono stato lieto di avere Sue notizie e la Sua trattazione dettagliata di questo prezioso e interessante soggetto, su cui ho scritto di tanto in tanto. Non sono mai stato completamente soddisfatto della mia stessa analisi e interpretazione del nome divino nella Bibbia ebraica, né di quella di altri, incluso il mio stesso professore, W. F. Albright e il suo insegnante (da cui Albright derivò la sua posizione), Paul Haupt. Allo stesso tempo non ho visto nient’altro che mi persuadesse del valore superiore di un’altra interpretazione, ma sarò felice di imparare dal suo studio e forse di scoprire che lei ha finalmente risolto questo enigma di vecchia data”.


1 La prima versione di quest’opera s’intitolava In Fame Only? ed è disponibile per la consultazione come tesi di laurea presso l’Istitut Catholique di Parigi (T594GER) 21, rue d’Assas F-75270


INDICE

PRESENTAZIONE
PREMESSA
PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ITALIANA
RECENSIONI
INTRODUZIONE

PARTE I - IL NOME

CAPITOLO 1

La potenza del nome
Il nome è più di un'etichetta

Il nome nella Bibbia
Un nome per esistere
Dare e ricevere un nome
Cambiare nome
Farsi un nome, avere una fama
Un nome preservato o cancellato?
Agire "in nome di"
Nomi di angeli

CAPITOLO2

Conoscere il Nome di Dio
Conoscere di nome
Invocare il Nome
Quando il Nome è posto "su" o "in"
Bestemmiare il Nome
Ricordarsi del Nome
Il nome di Dio nelle religioni

CAPITOLO 3

Gesù, Satana e la loro controversia sul Nome
L'identificazione di Gesù e di Satana
Qual è il significato del nome di Satana?
Qual è il loro attuale ruolo secondo le religioni?

CAPITOLO 4

Il Nome letto distintamente
La pronuncia del nome di Gesù

Metodi per restaurare una pronuncia
Metodo etimologico
Metodo delle fonti
Metodo di lettura delle lettere
Metodo dell'onomastica
Conclusioni sulla pronuncia del Nome

PARTE II - CRONISTORIA

CAPITOLO 5

Da Adamo a Mosè [4000-1500 a.e.v]
Concezione mistica dell'uso dei nomi
Tracce extrabibliche del nome divino
Problemi di trascrizione e di vocalizzazione

CAPITOLO 6

Da Mosè a Davide [1500-1000 a.e.v]
In che lingua parlava e scriveva Mosè?
Come comprendere Esodo 3:13,14
Etimologia religiosa ed etimologia tecnica
Una testimonianza egiziana
Nome Abbreviato e Grande Nome

CAPITOLO 7

Da Davide a Sedechia [1000-600 a.e.v]
Influenza dell'aramaico sull'ebraico
Testimonianze archeologiche

CAPITOLO 8

Da Sedechia a Simone il Giusto [600-300 a.e.v]
Il Nome smette di essere usato dai non-Giudei
Cambiamento di lingua e di scrittura
Giudea: un nome reso sacro
Qualche testimonianza del Nome vocalizzato

CAPITOLO 9

Da Simone il Giusto a Gesù [300-1 a.e.v]
Yahu: un sostituto del Nome verso il declino

Adonai contro Geova
Confusione tra Geova e Giove

CAPITOLO 10

Da Gesù a Giustino [1-150 e.v.]
L'uso del Nome nel Tempio
L'uso del Nome da parte dei primi cristiani
Invenzione di ‘nomi sacri' da parte dei primi cristiani
Filosofi e insegnanti religiosi si oppongono al Nome

CAPITOLO 11

Da Giustino a Gerolamo [150-400 e.v.]
Generalizzazione delle abbreviazioni
Il Tetragramma era pronunciato Yaho?

CAPITOLO 12

Da Gerolamo ai Masoreti [400-900 e.v.]
I Masoreti vocalizzano il Tetragramma
L'origine del divino Qere

CAPITOLO 13

Dai Masoreti a Maimonide [900-1200 e.v.]
Nel mondo Musulmano
Nel mondo Cristiano
Nel mondo Ebraico

CAPITOLO 14

Da Maimonide a Tyndale [1200-1500 e.v.]
La Cabala

L'Inquisizione
L'Umanesimo

CAPITOLO 15

Da Tyndale all'American Standard Version [1500-1900 e.v.]
Ritorno alla questione delle etimologie

La forma Jehovah (Geova)

CAPITOLO 16

Il nome di Gesù e il suo collegamento col Nome
Qual è il significato del nome di Gesù?

Qual è la storia del nome di Gesù?

PARTE III - EPILOGO

CAPITOLO 17

Conclusione della controversia
Il ruolo giocato dalla rinascita della lingua ebraica
Perché tante forme?
Primo dilemma: Iehoua o Ioua?
Il ruolo dei nomi teoforici nel dilemma
Secondo dilemma: Iehoua o Iahue ?
Ultimo dilemma: Iehoua o YHWH?

CAPITOLO 18

Conclusioni a proposito del Nome

CAPITOLO 19

Amore per la verità, il nome e l'incenso

PARTE IV - APPENDICI

APPENDICE A

GLOSSARIO, CRONOLOGIA

Lista abbreviazioni
Alfabeto
Lessico
Cronologia dei principali avvenimenti

APPENDICE B

Interpretazione dei nomi ebraici
Difficoltà grammaticali (es. Abdièl)

Soluzione di alcuni casi (es. Samuele)
Contrazione di alcune vocali (es. Gioele)
Confusione dovuta ad influenze straniere (es. Zorobabele)
Confusione dovuta all'etimologia (es. Babele)
Confusione dovuta all'etimologia (es. Yehowah)
Confusione dovuta ad insufficienza di dati (es. Euateose)
Confusione dovuta a variazioni di vocalizzazione (es. Jupiter, Giove)

APPENDICE C

Mancanza di nomina sacra nel più antico papiro cristiano

APPENDICE D

Pronuncia del nome y-h-w-h
Testimonianze copte e greche
Testimonianze accadiche
Onomastica della LXX
Confronto con un nome ben conosciuto

APPENDICE E

PRONUNCIA DEL NOME YHWH NELLA STELE DI MESA
L'ebraico della stele di Mesa è corretto?

Lettura naturale e sistema delle Matres Lectionis
L'alfabeto greco è derivato dalla lettura naturale


APPENDICE F

Yehowah derivò da una variazione?
Variazioni dimostrate

APPENDICE G

Processi religiosi del primo secolo
Tra gli Ebrei
Bestemmia
Il processo di Gesù
Il processo di Stefano
Il processo di Paolo
Il processo di Giacomo
Tra i Romani

APPENDICE H

CAMBIAMENTI DEL SISTEMA DI NUMERAZIONE
NOTE BIBLIOGRAFICHE
INDICE ANALITICO


Abbiamo inoltre raccolto in 2 DVD audio/video, oltre 1050 foto che mostrano
come veniva usato nei secoli passati
, il nome di JeHoWaH

RETROCOPERTINA dei 2 DVD

Guardando l’universo visibile, il salmista Davide fu spinto a scrivere :“I cieli dichiarano la gloria di Dio... Non ci sono detti, e non ci sono parole; non si ode voce da parte loro”. Eppure il loro “splendore”, la loro “potenza” e la loro “gloria” lasciano senza fiato le creature umane oneste intelletualmente
In modo simile, questi 2 DVD contengono oltre 1050 foto di manufatti sui quali è riportato il Nome di colui che ha fatto i cieli e la terra. Benchè “non si ode la voce da parte loro”, nei passati secoli, hanno reso testimonianza all'umanità che il nome del “solo vero Dio” era "YHWH" [Devoto-Oli:Geova].
Avrete modo di vedere come nei secoli passati, in 35 nazioni della terra, il nome del “solo vero Dio”, YHWH
, veniva usato estesamente in tutte le attività umane. OGGI invece, ci sono addirittura grandi istituzioni religiose che cercano in tutti i modi di nasconderlo o ignorarlo!


5 copie
assortite: OFFERTA Remainder -40÷60%

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