ARTICOLI DI TUTTO IL NEGOZIO

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ARTICOLI DI TUTTO IL NEGOZIO (249)

GANDHI - Il risveglio degli umiliati

RETROCOPERTINA

È una delle rare figure che hanno saputo cambiare il mondo con la sola forza dello spirito. Ma com'è riuscito, quest'uomo fragile e dalla voce esitante, questo giovane avvocato fallito, a riunire milioni di uomini? Com'è avvenuto che le sue mille sconfitte si siano mutate in trionfo?
La vita di questo "santo laico" mostra che per non essere più umiliati bisogna prima smettere di umiliare, cambiare il proprio rapporto con l'altro. E Gandhi lo fece, dando l'esempio piuttosto che lezioni, insegnando il coraggio di cambiare se stessi prima di pretendere di trasformare l'altro.
Oggi è quanto mai attuale, perché mai come ora la violenza nel mondo è tanto minacciosa e multiforme. La sua prodigiosa contemporaneità emerge da molti fattori, tra cui l'idea di economia etica, la condanna della violenza, l'appello all'opinione pubblica, il ripudio della nozione di "potere".
Furono i voti di sincerità, castità, nonviolenza e povertà a far sì che la sua lotta non deragliasse mai? Gandhi scrisse che in lui la fede «divenne una forza vivente».
Tutti conoscono la sua storia, ma lui rimane comunque un emgma.
Sono rari i grandi uomini che non schiacciano, in un modo o nell' altro, quelli che hanno la sfortuna di essere i loro eredi. Più di ogni altro, per il livello di esigenza che imponeva a se stesso e che pretendeva dagli altri, Gandhi non poteva offrire ai suoi cari che una vita di sofferenze.
Innanzitutto ai suoi figli, che considerò sempre meno importanti di nipoti ed estranei, volentieri chiamati "figli", con gran danno dei quattro che gli aveva dato Kasturba, lei stessa vittima delle sue battaglie, che condivise senza comprenderle sempre.
Il primo martire di questa eredità funesta fu il primogenito, Harilal, il figlio meno desiderato; nato quando Gandhi aveva solo diciott'anni, per lui fu sempre soltanto una specie di fratellino ingombrante che non seppe allevare, né sostenere, consigliare o semplicemente tenere in considerazione. Per tutta la vita, questo figlio si sforzò, a modo suo, pateticamente, di farsi ascoltare dal padre, e la sua morte fu l'espressione massima delle sue tribolazioni: il 17 giugno 1948, solo pochi mesi dopo l'assassinio del padre, una coppia di passanti lo trovò ubriaco fradicio su un marciapiede di Bombay e lo portò in ospedale. Leggenda vuole che al medico che gli chiedeva il nome di suo padre Harilal abbia mormorato «Gandhi», ma che il dottore, spazientito, abbia risposto: «Ma no! Gandhi è il padre di tutti gli indiani! Come si chiama tuo padre?». Harilal
trovò comunque la forza di farsi riconoscere; chiamarono due delle sue figlie, Rami Parikh e Manu Mashruwala, e lui morì il giorno dopo. Aveva sessant'anni.
Manilal, il secondogenito, rimasto da solo in Sudafrica a ventidue anni nel 1914, sposato con una ragazza scelta dal padre, diresse Phoenix fino alla sua morte, nel 1956, all'età di sessantaquattro anni; sua figlia, Gita, e il marito sono membri del Parlamento sudafricano e si occupano ancora di Phoenix; un altro dei figli di Manilal, Arun, vive negli Stati Uniti, a Memphis, dove gestisce un Gandhi Institute.
Ramdas, il terzo figlio, è stato a lungo padrone di una succursale dei frantoi Tata a Nagpur, la grande città vicino Sevagram dove si era trasferito lasciando il "villaggio costruttivo" , quando suo padre gli aveva proibito di mandare i figli a scuola; Ramdas muore a Bombay nel 1969 all'età di settantun anni.
Il figlio minore, Devdas, giornalista poi caporedattore dello «Hindustan Times», a Delhi, il più vicino al Mahatma, è morto d'infarto a Bombay nel 1957 all' età di cinquantasette anni; uno dei suoi figli, Ramchandra, è professore, e un altro, Rajmohan, è giornalista, uomo politico, e autore di un'importante biografia" di suo nonno.
Gli assassini, Nathuram Godse e Narayan Apte, furono impiccati il 15 novembre 1949; per evitare che fosse eretto un monumento sul luogo della loro cremazione, la polizia, riprendendo un' antica tradizione moghul, ne cancellò ogni traccia e vi seminò dell'erba, anche se si dice che qualcuno sia riuscito a spargere segretamente una parte delle loro ceneri in un fiume vicino". L'ideologo che li aveva ispirati, Savarkar, a cui nessun fatto poté essere imputato, fu prosciolto.
I quattro protagonisti della battaglia contro il Raj erano tutti avvocati: Gandhi, Nehru, Jinnah e Patel. Questi ultimi due, malati da molti anni, riuscirono a restare in vita abbastanza a lungo da vedere la fine della dominazione inglese.
Jinnah morì l'11 settembre 1948, per la congiunzione di una tubercolosi e un cancro ai polmoni, nel Pakistan che governava da tredici mesi.
Patel, molto malato, lasciò il governo nel giugno del 1948 per succedere a Lord Mountbatten come governatore generale dell'India fino all' entrata in vigore della Costituzione, il 26 gennaio 1950; troppo debole per diventare, come previsto, il primo presidente dell'Unione Indiana, lasciò quest'onore a un altro compagno di vecchia data di Gandhi, Rajendra Prasad, anch'egli avvocato, conosciuto ai tempi della sua prima battaglia in India, a Champaran. Patel morì il 15 dicembre 1950.
Dei quattro padri fondatori, l'unico sopravvissuto era Jawaharlal Nehru, che restò primo ministro per quasi vent'anni, elezione dopo elezione; salvò l'India dalla carestia nel 1956 con la "rivoluzione verde". Fece eleggere sua figlia Indira Gandhi come presidente del Partito del Congresso nel 1959 e morì ancora al potere per una crisi cardiaca, il 27 maggio 1964.
Almeno altri tre personaggi meritano che si dica qualche parola sul loro destino.
Il primo intoccabile ad aver ottenuto un dottorato, l'ex studente di Cambridge, Ambedkar, partecipò ai primi governi di Nehru in qualità di ministro della Giustizia e presidente del comitato incaricato della redazione della Costituzione; convinto che l'induismo non si sarebbe mai potuto liberare dell'intoccabilità, si convertì al buddhismo poche settimane prima di morire, il 14 ottobre 1956.
La dottoressa Sushila Nayar, compagna di sempre di Gandhi, divenne ministro della Sanità dei primi governi dell'Unione, restò in politica sotto Indira Gandhi, poi si ritirò nel 1969 per creare un Istituto Mahatma Gandhi per le Scienze Mediche. È morta alla fine del 2000.
Infine, Madeleine Slade, detta Mirabehn, visse fino al 1959 nell'
dsram
da lei fondato sull'Himalaya; poi lasciò l'India per stabilirsi a Vienna, come per tornare al suo primo amore: la musica, che era stata all' origine, tramite Romain Rolland, del suo incontro con Gandhi. La conclusione della sua epopea fu la conferenza che tenne nell'ottobre del 1969 , su invito di Lord Mountbatten, all' Albert Hall di Londra, in occasione del centenario della nascita di Mohandas, davanti a 7.000 persone tra cui il principe di Galles e il primo ministro. In seguito tornò a vivere nella capitale austriaca dove morì a novant' anni, il20 luglio 1982.

L'India, senza Gandhi

Il Mahatma avrebbe avuto buoni motivi per essere fiero dell'India di oggi: è rimasta un paese unito, con un musulmano come presidente [dal 2007 il paese è guidato, per la prima volta, da una donna; N.d.R.] e un sikh primo ministro; in essa convivono 900 milioni di hindu e 140 milioni di musulmani; l'età media di sopravvivenza aumenta incessantemente, il livello scientifico e intellettuale è ineguagliabile, la sua influenza nel mondo supera ampiamente quella dell'ex potenza occupante. Le idee di Gandhi continuano a vivere attraverso la Gandhi Peace Foundation; numerose associazioni (come il Sevak Sangh, i 'servitori del villaggio') proseguono l'opera di formazione che lui aveva lanciato nei centri rurali; una Commissione per la Promozione della kbad: e delle Industrie contadine, che lui desiderava, gestisce insieme allo Stato la produzione artigianale dei villaggi, in particolare della khiidl. Tre progetti che lui aveva in mente e che Vinoba Bhave portò avanti continuarono dopo di lui: la Sarvodaya Samaj ('Società del Servizio di Tutti'), creata nel 1948, il Bhudan (bhadiin, 'dono della terra'), creato nel 1951, e il Gramdan (griimdiin, 'dono del villaggio'). Essi permisero di trasformare un quarto dei villaggi del Bihar in comunità in cui un sesto della fortuna dei proprietari era destinato a beneficio dei meno abbienti.
Più in generale, Gandhi è divenuto un elemento essenziale dell'identità indiana; dal 1995, il governo di Delhi assegna un premio Mahatma Gandhi che ricompensa un' azione a favore della pace o della nonviolenza conforme ai suoi principi.
Il comitato Nobel si pentì tanto di non avergli assegnato il premio che, quando il Dalai Lama lo ricevette nel 1989, il presidente del comitato si sentì tenuto a dichiarare che era anche un «omaggio alla memoria del Mahatma Gandhi».
Gandhi sarebbe stato inoltre felice di notare l'influenza da lui esercitata su importanti leader del movimento di decolonizzazione e di lotta contro la discriminazione. Negli Stati Uniti, Martin Luther King lo citava spesso: «Il Cristo ha fornito lo spirito e la motivazione, e Gandhi ha fornito il metodo». Come anche Nelson Mandela: «Anche se il tempo ci separa, resta tra noi un legame, quello della comune esperienza della prigione, la nostra sfida lanciata a leggi ingiuste e il fatto che la violenza minacci le nostre aspirazioni alla pace e alla riconciliazione».
Altri ancora presero il testimone della sua opera, come quello studente cinese sconosciuto che, nel maggio 1989, affrontò, in piazza Tien An Men, a Pechino, una colonna di carri armati; o come Ibrahim Rugova nel Kosovo, e ancora oggi, Aung San Suu Kyi, in Birmania, che la giunta militare al potere a Rangoon non riesce a mettere a tacere.
La sua influenza è stata ulteriormente marcata dalla sua nomina, nel 1999, a "personaggio del secolo numero due", dopo Albert Einstein, e dall' approvazione all'unanimità, da parte dell' Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 15 giugno 2007, di una risoluzione che decretava il giorno della sua nascita "giornata internazionale della nonviolenza".
Ma tutto questo non gli sarebbe di sicuro bastato. Sarebbe stato probabilmente addolorato nel vedere che niente del suo progetto di società è stato davvero tenuto in considerazione dalla classe politica indiana; che non è stato fatto niente di serio per frenare l'esodo rurale, per alfabetizzare le campagne, per attirarvi le industrie, per migliorare le condizioni di vita e allontanare i cittadini dai prodotti alla moda provenienti dall'estero. Essendo morto senza eredi il suo discepolo Bhave, la khiidi e l'arcolaio sono ormai poco più che elementi di folklore, in una società animata da una sete di modernità occidentale. In questo universo, il Mahatma non è altro che un simbolo troppo esigente di cui non bisogna parlare troppo, quello di un progetto di società che più nessuno vuole, se mai qualcuno l'ha davvero voluto. Triste ironia, Gandhi oggi è più conosciuto dalle nuove generazioni indiane per due film bolly-woodiani del 2006, che per la sua opera e la sua azione reali:
Lage Raho Munnabhai, che lo fa rivivere nel mondo contemporaneo e che ha fatto la fortuna di un neologismo oggi più popolare dello stesso Gandhi, gandhigiri - traducibile con 'gandhiano' -, e Gandbi, My Father, che ben racconta la vita di Harilal e i suoi problemi con il genitore.
Ma sarebbe ancora più afflitto nel sapere che nessuno dei problemi indiani che tentò di affrontare è stato risolto. Senza dubbio condividerebbe in parte il sentimento di Joseph Brodskij che osservava nel 1984: «Niente è cambiato in India dopo il ritiro degli inglesi, se non il colore della pelle dei suoi funzionari». Di sicuro, col triste sorriso degli ultimi anni della sua vita, stigmatizzerebbe la persistenza della povertà, l'ineguaglianza economica, la stagnazione della produttività agricola, lo sfruttamento del suolo, l'infanticidio delle figlie femmine, il matrimonio dei bambini, la reclusione delle vedove, la corruzione dell' amministrazione e del Partito del Congresso. Resterebbe indignato dall'aumento del consumo di alcolici, dalla corruzione dei costumi, dal degrado dell' ambiente, dall'immensità delle bidonville, dall'emarginazione dei dalit che si vedono rifiutare, ancora oggi, in quasi la metà dei villaggi, l'accesso a una fonte, a un tempio, a un ospedale o a un ristorante, e i cui figli, in oltre due terzi dei villaggi, non sono autorizzati a mangiare insieme agli altri nelle mense scolastiche.
Resterebbe sconvolto e costernato nel constatare che la violenza regna più che mai e dappertutto, specialmente nel Gujarat, sua terra natale, dove il governo regionale, retto dalla frangia più dura del Bharatiya J anata Party, ha lasciato infuriare, nel 2002, le peggiori insurrezioni dai tempi dell'indipendenza, nel corso delle quali più di 2.000 musulmani furono massacrati dagli hindu. Constaterebbe con desolazione che, nel mondo, la violenza prolifera, i massacri interetnici si moltiplicano, la povertà si aggrava; si rivolterebbe contro l'aumento del numero degli umiliati, degli sfruttati, del lavoro minorile, delle vittime dello sfruttamento sessuale. Si rattristerebbe nel vedere che pochi, nel mondo, credono ancora nella nonviolenza, e che lo stesso Nelson Mandela, malgrado la sua ammirazione per lui, non la utilizzò molto nella sua lotta contro l'apartheid. Prenderebbe atto del fatto che dopo di lui nessuno si è arrischiato a intraprendere una tale battaglia, se non dei terroristi pronti a fare uno sciopero della fame dopo aver lanciato le loro bombe. Sempre invano: Margaret Thatcher, ad esempio, contrariamente a Churchill, lasciò morire del loro digiuno in prigione dei militanti irlandesi condannati per atti di sangue. Gandhi osserverebbe che negli Stati Uniti nessuno osa riprendere la lotta di Martin Luther King e realizzerebbe che la maggior parte di quelli che subiscono ingiustizie e umiliazioni pensano ormai che l'accettazione della sofferenza non ha mai fatto piegare un dittatore. Resterebbe sconcertato nel sapere che il terrorismo guadagna terreno ovunque, in tutti gli Stati, su ogni continente, e che, nel suo stesso paese, Osama Bin Laden contende a Bhagat Singh il titolo di eroe degli umiliati.


Idee di un' estrema modernità

Malgrado o a causa di tutto ciò, la sua sfida al mondo rimane di una prodigiosa attualità. Prima di tutto perché la questione che lui pone resta il principale interrogativo di tutti i leader rivoluzionari: bisogna respingere tutto ciò che viene dal colonizzatore, compresa l'industrializzazione, o solo appropriarsene?
In secondo luogo perché ha visto prima di tutti gli altri l'importanza, per l'India come per il resto del mondo, del miglioramento della situazione delle campagne, del rifiuto delle bidonville, dello scambio equo tra produttori e distributori, del rispetto dell' ambiente. Inventando i rudimenti di quella che sarebbe divenuta l'economia etica, ha aperto una strada straordinaria, che riprenderanno dopo di lui tutti coloro che comprendono che la concentrazione dei mezzi di potere equivale solamente a un suicidio.
E più ancora perché ha compreso le conseguenze profonde dell'uso della violenza. Certo, non ha potuto impedire la divisione dell'India, ma almeno è riuscito, lì dove è intervenuto, a calmare quelli che erano pronti ad ammazzarsi tra loro, ma non a lasciarlo morire.
È vero, non ha potuto arrestare la barbarie di chi, come Hitler, non dava peso né alla ragione né alla propria reputazione, ma ha posto dei principi che oggi acquistano una forza tutta nuova. Molto prima di chiunque altro, Gandhi ha visto che ottenere qualcosa con la violenza significa condannarsi a fame nuovamente uso per conservarlo e svilupparlo. Ha compreso, molto prima dei leader indipendentisti, che l'indipendenza non è un fine valido, se lo sfruttamento continua.
Infine perché ha realizzato, molto prima dei leader mediatici creati dalla nascita della televisione, che era essenziale rendere partecipe l'opinione pubblica. Ha potuto così trascinare decine di migliaia di persone con lui in Sudafrica, decine di milioni in India, facendo addirittura appello all' opinione pubblica inglese contro i politici di Londra.
Oggi, con i nuovi mezzi di comunicazione, un dittatore non potrebbe nascondere a lungo al suo popolo le sue nefandezze e tutti i leader, anche i dittatori, sono bene o male sottoposti al controllo dell' opinione pubblica, nazionale o per lo meno internazionale. Dunque si potrebbe benissimo immaginare che un uomo o una donna, o anche migliaia di persone, potrebbero trascinare con sé miliardi di esseri umani in un satyiigraha planetario con slogan come «non paghiamo tasse per finanziare le armi!», «rifiutiamo di chiedere il permesso di soggiorno in un paese straniero!», «boicottiamo i prodotti che danneggiano l'ambiente!» oppure «smettetela di combattere!». Niente vieta di immaginare che un essere umano potrà un giorno più o meno lontano esercitare una sufficiente influenza e ascendente per pesare sui governi semplicemente mettendo a rischio la propria vita, o che potrà addirittura, magari, far tacere le armi intraprendendo uno sciopero della fame a oltranza in mezzo ai belligeranti.


Cambiare se stessi

L'impatto di qualcuno che dica così la verità sarebbe tanto più grande se costui avesse il coraggio di trasformare se stesso prima di pretendere di trasformare l'altro. E Gandhi sapeva, per esperienza, che ogni uomo, lui compreso, può diventare un bruto, un mostro, un assassino. Che ciascuno ha dentro di sé allo stesso tempo una bestialità smisurata e una formidabile capacità di amore. Dunque si riconosceva il diritto di predicare solo ciò che lui stesso riusciva a mettere in pratica. Mentre tutti gli altri leader rivoluzionari si accontentavano di elaborare dei piani per cambiare il mondo dalla loro scrivania, lui non voleva imporre un "uomo nuovo", ma voleva diventarlo lui stesso, e convincere poi con il suo sacrificio. Preferiva dare l'esempio piuttosto che lezioni.

Ecco, senza dubbio, l'aspetto più affascinante e importante di Gandhi: per cambiare il mondo, bisogna cambiare se stessi e avere come più alta ambizione, modesta e orgogliosa al tempo stesso, quella di dominare la propria violenza, i propri desideri, la propria sessualità, i propri sentimenti, per liberarsi di qualsiasi traccia di bestialità; poi, con l'aiuto delle pratiche ascetiche e di meditazione, ottenere un potere su di sé rinunciando al potere sulle cose; infine, e solamente infine, mettere questo potere al servizio di un ideale di un' estrema esigenza' facendone dono agli altri.

Oggi, mentre pulizie etniche e guerre di religione, mille e una divisioni, e barbarie di una portata spaventosa incombono ovunque, questa strategia della nonviolenza resta l'unica ad avere senso. Essa presuppone che qualcuno abbia il coraggio di venire a dire la verità, di viverla, di incarnarla. Ma, oggi, non si accetta più che qualcuno la gridi, tranne qualche volta i comici: come se solo la risata potesse renderla sopportabile.

La risata di Gandhi è senza dubbio ciò che chi ha incrociato la sua strada ricorda di più. Una risata di sfida, di tristezza e di compassione insieme; la risata di chi sa che il segreto della civiltà non è tanto amare il prossimo come se stessi quanto dirgli la verità, dopo aver avuto il coraggio di dirla a se stessi.

INDICE

Il Raj britannico p. 7 - Modh Vanik (1869-1888) p. 18 - Nascita a Porbandar, p. 19 - Matrimonio a Rajkot, p. 24 - La morte del padre, p. 33 - Prima ribellione: partenza per Londra, p. 34 Satavadhani (1888-1893) - p. 38 La scoperta della propria identità, p. 43 - «Vivere leggeri per arrivare a Dio», p. 47 - L'avvocato mancato, p. 51 - In mancanza di meglio, p. 53

Satyàgraba (1893-1914) 5;5 I coolie, p. 55 - L'umiliazione di Pietermaritzburg, p. 60 - Prime lotte, p. 62 - «Girmitiya Gandhi», p. 64 - «li primo chiodo sulla vostra bara», p. 66 - "Avvocato coolie", p. 70 - Nuove umiliazioni, p. 72 - Le ventisette domande, p. 74 - Scoprire Tolstoj, p. 75 - Il "quaderno verde", p. 76 - L'ombrello dell'inglese, p. 80 - L'avvocato prospera, p. 81 - Il giubileo della fame, p. 82 - Barellieri per gli inglesi, p. 84 - Abiti indiani, p. 87 - Kallenbach prende il posto di Rajchandra, p. 88 - Secondo ritorno in India: il primo Congresso, p. 90 - L'«lndian Opinion», p. 92 - Un'India immaginaria in Sudafrica, p. 95 - Prime riforme in India, p. 98 - Dai massacri all'astinenza, p. 101 - Il giuramento dell'11 settembre e il fallimento del primo satyàgraha, p. 104 - Prima ambasciata a Londra, p. 106 - Non registrarsi, p. 110 - Prima volta in prigione, p. 112 - Bruciare i documenti: il secondo satyiigraha, p. 114 - La prigione, ancora e ancora, p. 115 - Dolcezza contro brutalità, p. 118 - Contro 1"'Englishstan", p. 121 - La fattoria Tolstoj, p. 124 - Il terzo satyiigraba, p. 128 - La marcia delle donne, p. 130 - Il massacro di Durban, p. 131 - Vittoria con lo sciopero della fame, p. 134 - Fine dell'avventura sudafricana, p. 136 Hind swaraj (1914-1930) p. 141 - Dimenticare Kallenbach, p. 141- Uno sparviero affamato, p. 145- In prima linea, p. 148 - Primo lHram, p. 150 - Lo scandalo di Benares, p. 152 - Prima battaglia: l'indaco del Champaran, p. 155 - Liifram si trasferisce: Sabarmati, p. 159 - I due primi satydgraba in India: Kheda e Ahmedabad, p. 163 - Sergente addetto al reclutamento, p. 167 - Il primo soadesi, p. 170 - Il massacro di Amritsar, p. 172 - L"errore himalyano", p. 173 - Il silenzio, l'arcolaio, la dboti, p. Riunire i musulmani, p. 176 - Chiusura del caso Amritsar, p. 178- Un grande amore, p. 179 - La casta, prova «essenziale per una buona evoluzione dell'anima», p. 181 - Un satyàgraba per l'islam, p. 184 - "La legge della spada", p. 186 - L'imprudente promessa: l'indipendenza in un anno, p. 188 - L'anno del tutto o niente, p. 192 - Primo fallimento, p. 193 - Il massacro di Chauri Chaura, p. 194 - Sei anni di prigione, p. 196 - Leggere, scrivere, p. 199 - Liberazione nell'insuccesso, p. 201 - Il satydgraha di Vikom, p. 203 - In disparte, davanti alla violenza, p. 206 - Mirabehn e altre donne, p. 208 - Un anno nell'iifram, p. 212 - Nuovi viaggi, p. 218 - Prima rottura con Nehru, p. 220 - I "lavoratori silenziosi", p. 223 - Il «vangelo dei rivoluzionari», p. 226 - Scegliere una lotta, p. 227 - «Paralizzare il governo», p. 229 - Le undici richieste, p. 233 - Ultimi preparativi, p. 235 - La marcia del sale, p. 239 - Paralizzare il Raj, p. 243 - «Yerawada Palace», p. 248 Abimsà (1931-1939) - p. 251

Il Patto di Delhi, p. 252 - Difendere un terrorista ... , p. 255 - Una star a Londra, p. 257 - La capra da Mussolini, p. 259 - Ritorno a Yerawada, p. 262 - Lahin;zsii: un'etica indispensabile all'indipendenza, p. 264 - Difendere gli intoccabili loro malgrado, p. 265 - Rottura con il Congresso, p. 268 - Un «àiram nomade», p. 272 - La folle tournée, p. 274 - Primi attentati, p. 276 - L'India del polo e della caccia al cinghiale, p. 277 - Il «programma costruttivo», p. 279 - Sevagram: il villaggio sprimentale, p. 281 - «Mio figlio? Un miserabile», p. 283 - Il Mahatma fa i governi, p. 286 - Il passo falso con Jinnah, p. 289 - Il programma di Wardha, p. 291 - Ancora le donne, p. 292 - «Sushila resterà?», p. 294 - Due eiaculazioni involontarie ... , p. 296 - La nonviolenza contro Hitler, p. 299 - «Un mio amico ebreo» ... , p. 301 - Un nuovo satyiigraha?, p. 306 - Ritorno a Rajkot, «laboratorio prezioso», p. 308 - Lettera di un «amico sincero» a Hitler, p. 311 «Qui! India!» (1939-1945) - p. 314

L'indipendenza o la neutralità, p. 315 - La rottura con Jinnah, p. 317 - L'errore del Congresso, p. 320 - L'ostinazione pacifista, p. 323 - L"offerta d'agosto", p. 325 - Il "satyiigraha rappresentativo", p. 328 - «Lei non è il mostro ... », p. 330 - «Sepolto a Sevagram», p. 331 - Bose diventa Netaji, p. 333 - Tra la Germania e il Giappone, p. 335 - L'Inghilterra vacilla, p. 338 - La missione Cripps, p. 339 - «Quit India'», p. 345 - Non voglio che il Giappone vinca la guerra, p. 350 - Il palazzo-prigione, p. 354 - Netaji in Giappone, p. 355 - Traditore della patria, p. 357 - Il "governo provvisorio dell'India libera", p. 359 - «Una coppia fuori del comune», p. 361 - Ritorno a Imphal, - p. 363 - «Ma quel tizio è morto o no?», p. 364 - Faccia a faccia con l'assassino, p. 366 - La doppia integrità, p. 369 - Disfatta di Netaji, p. 370 - La pace, e poi?, p. 372 «He Rdm!» (1945-1948) 375

Le due utopie, p. 375 - «Come incanalare l'odio?», p. 379 - Scegliere Nehru, p. 381 - «L'odio è nell'aria», p. 383 - «Le fauci della morte», p. 385 - La grande carneficina di Calcutta, p. 386 - Ben oltre l'India ... , p. 389 - «I più bei momenti della mia vita»: il Noakhali, p. 391 - «La quantità di polvere ... », p. 392 - Violenza e sessualità, p. 395 - Ishwar e Allah sono i tuoi due nomi, p. 398 - «Il cammino della verità è lastricato di scheletri», p. 400 - L'offerta del 25 febbraio, p. 402 - Nel Bihar per proteggere i musulmani, p. 403 - «Sul mio cadavere», p. 405 - «Vivisezione dell'India», p. 406 - L'accordo del 2 giugno, p. 409 - Fine della paramountcy, p. 411 - Dimenticare Gandhi, p. 412 - Il miracolo di Calcutta, p. 413 - «La vita e la libertà», p. 414 - «Se Delhi affonda, siamo perduti», p. 415 - Il digiuno di Calcutta, p. 417 - Birla House, p. 420 - La scelta del Kashmir, p. 422 - «Il cuore pesante», p. 424 - La «mostruosa vivisezione», p. 426 - «L'unico sano di mente», p. 427 - «Lasciate morire Gandhi! Dateci un tetto!», p. 430 - Il Patto di Pace, p. 432 - Primo attentato, p. 433 - La promessa di Merhauli, p. 435 - L'assassinio, p. 438
Epilogo
L'India, senza Gandhi, p. 447 - Idee di un'estrema modernità, p. 450 - Cambiare se stessi, p. 452

Ringraziamenti 453

Bibliografia 455

Indice analitico 467

Leggi tutto...

DOMANI, CHI GOVERNERÀ IL MONDO

RETROCOPERTINA

"È la prima volta che succede nella storia: ci ritroviamo in un mondo senza governo. La globalizzazione dei mercati non si è accompagnata alla globalizzazione del diritto. Questa è la fonte dei nostri malanni".
Jacques Attali

Domani, chi governerà il mondo? Gli Stati Uniti La Cina, l'India, l'Europa, il G20, l'ONU, le multinazionali, le mafie? Quale paese, quale coalizione, quale istituzione internazionale avrà i mezzi per fronteggiare le minacce ecologiche, nucleari, economiche, finanziarie, sociali, politiche militari che pesano sul futuro del mondo? Chi saprà valorizzare il formidabile potenziale delle diverse culture? Bisogna lasciare le redini del mondo alle religioni? Agli Imperi?Ai mercati? O forse andranno restituite alle nazioni, chiudendo di nuovo le frontiere. Un giorno l'umanità capirà che la strada più vantaggiosa e quella di costituirsi un governo democratico del mondo, che superi di interessi delle nazioni più potenti, protegga l'identità di ogni cultura è interesse generale dell'umanità. Cogliendo le difficoltà di un sistema sempre più incapace di gestire le crisi economiche e le grandi questioni internazional, Attali lancia la proposta di un "governo mondiale" a partire da dieci "cantieri" concreti: da un'alleanza per la democrazia ha un codice mondiale. Un governo del genere esisterà un giorno. Dopo un disastro, o nel migliore dei casi al suo posto. È urgente iniziare a pesarci, per il bene del mondo.

INTRODUZIONE

Da quando ha l'uso della ragione, l'uomo si è posto il problema del governo del mondo. Dapprima ha immaginato che fossero gli dèi a dominare la natura, e di non aver nessuna possibilità di controllarla. Poi alcuni uomini - preti, militari, oligarchi - hanno preteso di governare parti di mondo sempre più grandi, fino a cercare di conquistarlo tutto. Con la fede. Con la forza. Con il commercio:
Domani sarà controllato dagli Stati Uniti? Da una loro alleanza con la Cina? Dalla sola Cina? Dall'India? Dall'Europa? Dalle imprese? Dalle mafie?
Senza dubbio né dagli uni né dagli altri. Anche se i primi continueranno a essere molto potenti e gli altri lo diventeranno. Perché, diversamente da quello che si crede troppo spesso, il mondo sarà sempre meno sotto il controllo di un impero e sempre di più sotto quello del mercato.
Arriverà però un momento in cui si imporrà questa realtà: il mercato non può funzionare correttamente senza uno Stato di diritto; lo Stato di diritto non può essere applicato e rispettato senza uno Stato; uno Stato non può durare se non è realmente democratico.
Ma né un impero né il mercato possono governare gli immensi problemi che il mondo deve affrontare. Per fare questo servirà un governo mondiale, che dovrà assumere una forma molto simile ai sistemi federali di oggi; l'Unione Europea ne rappresenta senz'altro il miglior laboratorio. Lasciando ai governi delle nazioni il compito di assicurare il rispetto dei diritti specifici di ciascun popolo e la protezione di ogni cultura, questa amministrazione si farà carico degli interessi generali del pianeta e verificherà che ogni nazione rispetti i diritti dei cittadini dell'umanità.
La sua nascita sarà il risultato di un processo caratterizzato da un gigantesco caos economico, monetario, militare, ambientale, demografico, etico, politico; o invece, meno probabilmente, avverrà semplicemente al posto di questo caos. Prevederà una terapia choc; oppure si formerà gradualmente, nelle pieghe dell' anarchia, con l'accumularsi di reti tessute dagli Stati, dalle imprese, dai sindacati, dai partiti politici, dalle ONG, dagli individui. Sarà un governo totalitario o democratico, a seconda di come si instaurerà. Ma è ormai urgente cominciare a pensarci, prima che ci piombi addosso cogliendoci di sorpresa.

Da millenni, gli uomini si riuniscono in gruppi creando tribù, poi villaggi e, infine, insiemi sempre più grandi di individui. Dapprima pensano di essere sottomessi a forze superiori, quali la natura, gli dèi, un Dio, da cui ricevono tutto: la vita, il nutrimento, la salute, la morte. Per loro, l'invisibile guida il mondo e gli dèi ne costituiscono il primo governo.
Poi alcuni uomini, dei ribelli, pensano che non sia giusto essere sottomessi completamente alla natura e alla divinità. E si reimpossessano del governo del mondo.
Tra questi, alcuni principi - babilonesi, egiziani, assiri, cinesi e altri ancora in Africa, in America, nel resto dell'Asia - decidono di giocare il ruolo di padroni del creato, in nome degli dèi. Perlomeno, padroni di quelle parti di esso che riescono a immaginare. Per suggellare la loro alleanza con gli dèi, danno forma a una religione, mantenendo sotto il loro controllo i sacerdoti; ricevono tributi, creano un esercito e un' amministrazione, sorvegliano il resto del mondo, fanno trionfare il loro diritto, trasmettono ordini a distanza, attirano le élite dei popoli che hanno sottomesso prendendo in ostaggio i figli dei loro principi, gestiscono le coalizioni, scatenano conflitti tra i loro rivali.
Talvolta questi sovrani vivono in capitali stanziali, altri invece sono incessantemente in movimento. Governando aree sempre più estese, senza altri mezzi, per millenni, che il cavallo e la ruota, si allontanano dalla loro base, per realizzare nuove conquiste. Alla loro morte, o dopo qualche generazione, i loro imperi si sfaldano. E ne compaiono altri. Così, per alcune migliaia di anni, si affiancano e si succedono in alcune parti del mondo governi guidati di volta in volta da uomini dall' energia e dall' arroganza smisurate.
Gli ebrei sono forse i primi a concepire l'idea che esistano un solo Dio e un'unica specie umana, che non è composta solo da loro e alla quale non sono superiori.
Senza pretendere di dominare gli altri, senza altra volontà di conquista che quella di una terra detta "promessa", si dotano di una Legge. Secondo loro, perché venga il Messia destinato a salvare l'intera umanità e a regnare su di essa, tutti gli uomini devono rispettare sette importanti regole. Si tratta della prima definizione di uno Stato di diritto planetario, di un governo globale.
Più o meno nello stesso periodo, cinque secoli prima della nostra era, in un luogo vicino, alcuni filosofi greci, sofisti e poi stoici, che viaggiano per il Mediterraneo, pensano anche loro all'uomo come" cittadino del mondo" (letteralmente "cosmopolita"); proclamano l'uguaglianza dei greci e di tutti gli altri esseri umani, chiamati "barbari". Nel IV secolo prima della nostra era, in un piccolo paese, Alessandro tenta di creare un governo del mondo sulle basi di questa filosofia. Dall'Albania all' attuale Pakistan, dalla Macedonia all'Egitto, riesce nell' arco di qualche anno a conquistare tutti i popoli che lì vivono e a mescolarli tra loro.
Un po' di tempo dopo, da Roma, un nuovo impero, erede della civiltà greca, conquista più di un terzo del mondo, applicando le stesse regole degli imperi precedenti; e intanto in Cina, in India, in Africa e in America prendono forma altri governi.
Con l'avvento del cristianesimo in Occidente e in Medio Oriente, un nuovo potere, quello della Chiesa, rivaleggia con l'Impero romano. Entrambi sono convinti di avere ricevuto dall'unico Dio e da suo Figlio la missione di guidare tutti gli uomini.
Altrove, altri imperi - dalla Cina all'Ungheria, dall'Africa all' America - pensano anch' essi di essere padroni del mondo. Sono molto più vasti, più potenti e più civilizzati di quelli dell'Europa.
Tutti applicano gli stessi principi, utilizzano gli stessi mezzi, ricorrono alle stesse astuzie, esercitano lo stesso tipo di potere. Alcuni si legittimano con la fede, altri con la forza militare, tutti devono controllare le ricchezze e disporre di guide ambiziose e senza limiti.
Nell'VIII secolo l'islam concepisce l'Umma come fondamento di un nuovo impero, militare e universale, di fronte ai due imperi cristiani di Oriente e Occidente e al papa. La Cina e l'India sono ancora, economicamente e demograficamente, le prime potenze del mondo, ma non si spingono fuori dalle loro frontiere.
A partire dall'anno 1000, grandi imperi asiatici, dalla Cina a Tamerlano, da Gengis Khan ai Moghul, si dissanguano in continue battaglie; in Europa, alcune città mercantili inventano un nuovo modo di governare il mondo: mentre ovunque gli imperi sopravvivono solo con la guerra, il mercato ha bisogno di pace. Di volta in volta, Bruges, Venezia, Anversa e Genova impongono la loro legge, diventando, una dopo l'altra, i "cuori" del mondo mercantile. Esse governano zone sempre più ampie dei territori conosciuti.
Alla fine del XV secolo, dopo la scoperta del Nuovo Continente da parte degli europei e del fatto che la Terra è rotonda, quando i vari avatar dell'Impero romano sono scomparsi in Oriente e quasi altrettanto in Occidente, gli imperi dei nativi americani si sfaldano e quelli asiatici si richiudono nei propri confini; la Chiesa Cattolica (ovvero "universale") si crede ancora così potente da decidere di spartire le terre e i mari del pianeta fra i due nuovi imperi cristiani, la Castiglia e il Portogallo. Nel 1648, la fine della guerra dei Trent'anni lascia apparentemente il potere ai grandi Stati d'Europa, a scapito della Chiesa. In realtà, i centri mercantili, nomadi, s'impongono sempre di più sugli imperi e sulle nazioni stanziali: Amsterdam supera Lisbona, Madrid, Parigi e Vienna, e i Paesi Bassi, a loro volta, si affermano come i veri padroni del mondo.
La Cina e l'impero moghul in India producono ancora la metà del PIL mondiale con una popolazione superiore alla metà di quella dell'intera terra. Però, né l'una né l'altro influiscono più sulle dinamiche generali. In vari momenti, in ciascun "cuore", teorici e filosofi, quali l'abate di Saint-Pierre, Kant e Hegel, elaborano dei progetti in cui concepiscono un governo a livello globale o, perlomeno, un trattato mondiale, destinati ad assicurare infine la pace tra le nazioni.
Nel 1815, dopo la sconfitta del sogno rivoluzionario di un governo del mondo nel nome dei diritti dell'uomo, e mentre in America emerge un nuovo candidato all'egemonia planetaria, in Europa si costituisce un assetto definito "Concerto delle Nazioni". In realtà, sotto questa etichetta, la Gran Bretagna prende il potere su una vasta area che va dal Canada all'India. E sotto la facciata del sistema aureo, è la sterlina a governare il sistema monetario mondiale.
Le tecnologie si rivoluzionano, assicurando il trasporto degli uomini e delle idee. Alla fine del XIX secolo, ci vogliono ottanta giorni per fare il giro del mondo. Darwin sancisce l'unità della specie umana. Il libero scambio è presentato come un mezzo per realizzare la fraternità tra gli uomini, sbarazzandosi dei vincoli nazionali. Perché il mercato funzioni nel modo migliore possibile, crollano delle frontiere, si creano nuove norme, mettendo insieme iniziative provenienti da imprese capitaliste e da qualche utopista. I potenti cominciano ad aver bisogno di istituire governi che coinvolgano il mondo intero, non potendo più lasciare che siano solo dei sognatori a immaginarli. Questa è l'euforia di una mondializzazione felice.
Appaiono le prime "internazionali": quella dei lavoratori voluta da Marx nel 1864; l'Unione internazionale delle telecomunicazioni nel 1865; i primi giochi olimpici dell' era moderna nel 1896. In Occidente, la pace sembra assicurata perché rappresenta la condizione del progresso. La ricchezza prodotta in Europa supera per la prima volta quella prodotta in Asia. E le potenze europee continuano a sfruttare le loro colonie in nome di quella che chiamano civilizzazione.
All'inizio del XX secolo, una nuova crisi economica, poi politica, questa volta transatlantica, porta al protezionismo e a un conflitto per la prima volta "mondiale".
Di nuovo, francesi e tedeschi, rivali storici nell'impero dominante, si distruggono gli uni con gli altri, lasciando che un terzo incomodo, che si è mantenuto ai margini del conflitto, gli Stati Uniti, prenda il potere: il "cuore" lascia Londra e attraversa l'Atlantico per installarsi a Boston.
Una guerra mondiale, implacabili dittature e odiose ideologie invadono allora la terra. E anch' esse ne rivendicano il completo controllo.
Falliscono due tentativi di governo mondiale - ciascuno concepito dopo un conflitto e non per evitarlo la Società delle Nazioni e l'onu. La prima impotente davanti al nazismo, la seconda depotenziata dalla guerra fredda.
Dopo il 1945, due "cuori" sostituiscono Boston: prima New York, poi la California. Il dollaro prende il posto della sterlina. La coppia antagonista americano-sovietica domina il mondo. Per la prima volta, con l'arma nucleare, l'umanità ha i mezzi per suicidarsi e comincia a rendersi conto della scarsità delle sue risorse.
Nel 1989, dopo l'esplosione del blocco dell'Est, il potere è saldamente nelle mani degli Stati Uniti. 0, in ogni caso, essi credono che sia così. Si tratta, secondo loro, del "nuovo ordine mondiale".
Poi, come alla fine del XIX secolo, un ottimismo mondialista si impadronisce del pianeta; i continenti si aprono e si uniscono; i mercati diventano globali; alcune imprese assumono una dimensione plarietaria; nuove tecnologie, come Internet, riducono ancora il costo e il tempo necessari per far percorrere lunghe distanze alle persone, alle cose e alle idee. I valori dell'Occidente, primo fra tutti la libertà individuale, con le sue due incarnazioni, il mercato e la democrazia, diventano rivendicazioni universali, molto recentemente anche in Tunisia e in Egitto. Il mondo sembra uniformarsi, distruggendo le differenze culturali. In Asia, in America Latina, nell'Europa dell'Est e nel mondo arabo una parte dei poveri accede alla classe media. Numerose istituzioni internazionali, pubbliche e private, formali e informali, sembrano gestire tutti i problemi tecnici, politici, economici, culturali, sociali del pianeta; esse formano una sorta di amministrazione del mondo, multipla e disarticolata: per non parlare ancora di "governo", si parla di governance.
Oggi, i circa duecento capi di Stato possono andare ogni anno a quattromila conferenze organizzate per loro, contro una media di due all'anno nel XIX secolo. E ogni anno si contano più Stati e più conferenze.
Tuttavia, ancora una volta, niente da fare, tutto si spezza: una grave crisi economica mondiale sembra per molto tempo fuori controllo; le istituzioni internazionali, di ogni tipo, sono molto deboli; il loro impatto, su qualsiasi problematica, supera raramente lo 0,5 per cento di quello dei governi. I mercati diventano globali senza che si instaurino regole generali di diritto, e ancor meno una democrazia planetaria. Gli Stati più potenti possono assicurare al meglio il rispetto del diritto solo sul proprio territorio, lasciando incontrollati degli spazi dove potrà essere facilmente aggirato.
Gli Stati Uniti si indeboliscono senza che alcun paese sia nella situazione di prendere il loro posto alla guida degli affari mondiali; le più antiche nazioni si sfaldano; decine di Stati non trovano il modo di difendere la propria identità e di assicurare alloro interno un minimo di solidarietà in favore dei più deboli; Intere regioni diventano zone senza diritti; la finanza, le assicurazioni e le destinazioni a fini illeciti prendono ovunque il sopravvento a scapito dell'economia reale e dell'interesse generale; le valute sono instabili; si accentuano le disuguaglianze; aumentano le migrazioni; l'ambiente è sempre più degradato; manca l'acqua; proliferano i mezzi nucleari, biologici, chimici, genetici per distruggere l'umanità; si moltiplicano i rischi sistemici. Infine, catastrofi di ogni natura, come quella verificatasi nel marzo 2011 in Giappone con il terremoto, lo tsunami e il disastro nucleare, ci ricordano che siamo alla mercé dei flagelli naturali con conseguenze planetarie.
Oggi siamo a questo punto, trascinati da una forte crescita mondiale oppure sull' orlo del caos. La nostra concezione del futuro e del modo in cui potrebbe - dovrebbe o non dovrebbe - essere indirizzato sarà in grande misura conseguente a questa lunga storia.
Quale potrà essere la nuova superpotenza di domani? Chi potrà disporre di tutti i mezzi economici, militari, finanziari, demografici, culturali, ideologici per governare il mondo? Chi potrà averne voglia? Potremo di nuovo pronosticare, come molti fecero negli anni Settanta, la scomparsa degli Stati Uniti? E, questa volta, a vantaggio di chi? Chi potrà indirizzare le dinamiche planetarie di domani? In che cosa la storia degli ultimi tre millenni ci può aiutare per rispondere a queste domande relative ai prossimi tre decenni?
Se la Storia tende a ripetersi, gli Stati Uniti resteranno per molto tempo ancora la prima potenza militare, tecnologica, finanziaria, politica e culturale del pianeta, continuando però a regredire, almeno in valori relativi.
Poi, per la decima volta, un nuovo "cuore" rimpiazzerà quello vecchio e il sistema si riorganizzerà intorno a esso. Questo "cuore" imporrà il suo governo, come hanno fatto in passato i fiamminghi, i veneziani, i genovesi, gli inglesi e gli americani. Questo "cuore" ancora non identificato sarà americano, cinese, indiano o europeo.
Ciò non vuol dire che avrà i mezzi per governare il mondo: un paese potrà dominare gli altri senza però avere la capacità di gestire le minacce di qualsiasi natura che pesano sull'umanità. Nessun paese, nessuna alleanza, nessun G20 ne avrà i mezzi.
Ma la Storia non ripeterà lo stesso scenario: nessuna potenza avrà la possibilità di assumere il controllo del mondo; nessuna potrà farsi carico di questo fardello. Gli Stati Uniti non avranno più la leadership globale. La Cina non ne avrà mai i mezzi né il desiderio di prenderne il posto. Neppure l'Europa, né il G20. Un G2 tra Cina e Stati Uniti si sostituirà progressivamente all' attuale onnipotenza di questi ultimi, senza però poterli rimpiazzare del tutto e assumere il governo del mondo. Nessuno sarà in grado di gestire i problemi sistemi ci del futuro.
Si verificherà un caos policentrico, prima di lasciare il posto a un governo generale del mercato, cioè a delle imprese onnipotenti - per la maggior parte compagnie di assicurazione -, alla scomparsa progressiva di qualsiasi Stato di diritto, a un'anarchia esplosiva, a disuguaglianze estreme, a sempre maggiori migrazioni, al rarefarsi di numerose risorse, a guerre regionali molto violente, a disordini finanziari e climatici. Nessuna delle attuali istituzioni internazionali - né l'ONU, né il G8, né il G20 - resisterà alla potenza dei mercati e alla durezza delle crisi. Niente e nessuno sarà in grado di contenere l'economia criminale, la proliferazione delle armi, i disordini ecologici e tecnologici.
Si potrà allora vedere su scala planetaria ciò che si è conosciuto su scala nazionale all'inizio del xx secolo, dopo il fallimento della prima globalizzazione: un ritorno di nazioni, rette da dittature arroccate nei propri territori, che rivendicano l'ambizione di proteggere la loro cultura o di governare il mondo. Due ideologie con questa ambizione, potenzialmente totalitarie, si stanno già annunciando: quella ecologica e quella religiosa' curiosamente rappresentate entrambe dal colore verde. Dapprima tenteranno di imporsi con la sola forza della dottrina, per poi cercare di inserirsi nell'ideologia di una nuova democrazia.
Apparentemente, nulla sembra annunciare una simile evoluzione: il mondo è nelle mani di potenti, in primo luogo degli Stati Uniti, che non hanno alcuna ragione per voler cambiare alcunché dell' ordine costituito nel 1945; e, anche se lo volessero, avrebbero sempre meno mezzi per farlo. Da parte loro, le nuove potenze - Cina, India, Brasile, Indonesia, Messico, Turchia, Sudafrica, Nigeria ecc. - rifiuteranno anch' esse la creazione di un governo sovranazionale e democratico e preferiranno rivendicare il loro diritto al governo planetario.
Pensare a un governo mondiale non è però illusorio: la Storia ha molta più immaginazione di qualsiasi romanziere.
Bisognerà senza dubbio attendere che catastrofi di ordine finanziario, ecologico: demografico, sanitario, politico, etico, culturale, come quella del Giappone nel marzo 2011, facciano capire agli uomini che i loro destini sono comuni. Essi prenderanno allora coscienza delle minacce sistemi che che hanno di fronte. Realizzeranno che il mercato non può funzionare correttamente senza uno Stato di diritto mondiale, che lo Stato di diritto non può essere applicato senza uno Stato, e che uno Stato, anche se mondiale, non può durare se non è realmente democratico. Si renderanno conto che l'umanità dispone di importanti carte da giocare per crearsi un futuro: tecnologie, competenze, risorse umane, materiali e finanziarie. Manca soltanto un' organizzazione, un governo democratico efficace.
A questo punto, si apriranno molte questioni: un tale governo democratico sovranazionale potrà esercitare un potere reale su tutto il pianeta senza lasciare che sussistano numerose zone di non-diritto? In che cosa sarà meno corrotto, meno burocratico, più efficace dei poteri attualmente in carica? Come potrà dividere in modo equo risorse sempre più rare? Sarà in grado di ridurre i rischi di conflitto planetario? Potrà tener conto degli interessi di lungo termine? È immaginabile che un tale governo riesca a. combinare la democrazia liberale americana' la socialdemocrazia europea e la capacità di pensare a lungo termine della Cina? Infine, come evitare che questa struttura sia la semplice ratificazione della nuova onnipotenza di qualcuno, nazioni o imprese, che tenta di imporre a tutti gli altri una nuova forma di totalitarismo, nel momento in cui gli ultimi popoli sottomessi si liberano dai loro dittatori?
Molti hanno riflettuto su questi problemi per secoli. Soprattutto per inventare dei meccanismi di mantenimento della pace tra le nazioni; oggi, se la guerra resta un elemento di grande rilevanza, non è più il solo: gli uomini possono distruggersi in molti altri modi oltre che con la violenza delle armi.
Esistono innumerevoli progetti di governo del mondo. Il posto occupato dagli europei in questa riflessione non deve sorprendere: da una parte, almeno otto paesi del Vecchio Continente sono stati imperi con ambizione planetaria (greci, romani, spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi, tedeschi, inglesi); il Vaticano e gli Stati Uniti sono anch'essi ispirati dal sogno europeo mondialista; d'altra parte, tutti gli europei e gli americani avrebbero interesse a un governo mondiale che espandesse la loro influenza sul resto dell'umanità. Questa constatazione non sarà di ostacolo alla seguente riflessione: l'Europa è stata anche la culla della democrazia; non deve dunque stupirsi di essere oggi uno dei luoghi in cui è maggiore la possibilità che venga ideato un governo democratico del pianeta. Non è il solo: anche in Cina, in India e in Africa si sta lavorando sul tema.
Per definizione, il miglior governo del mondo dovrà farsi carico del pianeta e dell'umanità. Non potrà dunque essere semplicemente multilaterale. Dovrà avere una certa dimensione sovranazionale.
Per delinearlo non basterà riformare uno Stato imperfetto: non c'è da prendere una Bastiglia, non c'è da rimpiazzare un sovrano, non ci sono ministeri o palazzi nazionali da occupare. L'aereo non solo non ha il pilota, ma neppure la cabina di pilotaggio. Non si può dunque pensare a un governo di questo genere in termini di presa del potere, né che esso scivoli dentro a un apparato di potere preesistente.
Si tratta sia di una difficoltà sia di un' opportunità: un' opportunità relativamente al pensare, una difficoltà relativamente all' agire.
In un mondo ideale, dove ciascuno avrà il diritto di circolare liberamente, si potrà immaginare un governo democratico planetario. Sarà dotato di un parlamento, di partiti, di un' amministrazione, di giudici, di forze di polizia, di una banca centrale, di una moneta, di un sistema di welfare, di un'autorità delegata al disarmo e di un'altra delegata al controllo della sicurezza del nucleare civile, e di un insieme di contropoteri. Avrà soltanto il compito di tutelare gli interessi generali del pianeta, aiuterà i più deboli a proteggere la loro identità e la loro cultura e verificherà che ogni nazione, ogni regione rispetti i diritti di ogni cittadino dell'umanità, lasciando ai governi di ciascun sottoinsieme il compito di assicurare il rispetto dei diritti specifici di ciascun popolo.
Nel mondo reale un simile governo è impossibile da realizzare. Però è invece possibile realizzarne un altro, più modesto e più pragmatico, in grado di trasformare progressivamente le organizzazioni esistenti per orientarle verso il modello ideale. Per evitare il disastro, basterebbero alcune riforme, quali la fusione del G20 con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ponendo sotto la sua autorità tutte le organizzazioni di competenza mondiale, come il FMI e la Banca Mondiale, e sottoponendo l'insieme al controllo dell' Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un simile trattato sta in due righe. Può essere adottato in una giornata.
Alcuni lo vivranno come un' opprimente dittatura a livello globale. È verosimile che, se votasse oggi, gran parte dell'umanità vi si opporrebbe, mentre voterebbe senza dubbio un testo generale che affermi l'unità e la solidarietà della specie umana, o che arrivi persino a reclamare la costituzione degli stati generali del mondo. È dunque da qui che bisognerà cominciare.

INDICE

Introduzione 9
I primi sovrani del mondo - p. 23 Gli dèi, primi sovrani del mondo, p. 23 - Gli uomini-dèi, p. 25
- Il governo giudeo-greco del mondo, p. 28 - Il mondo secondo Roma, p. 34 - Città degli uomini, città di Dio (I-XII secolo) - p. 39 - Il governo cattolico, cioè "universale", p. 39 - I barbari governano il mondo, p. 47 - La Umma, governo mondiale dell'islam, p. 49 - Ritorno del governo romano in una parte del mondo: il "cesaropapismo", p. 55 - Il mondo in frantumi, p. 58 - Il progetto svizzero, p. 63 - Il "governo del mondo" in Oriente, p. 64 - I primi governi mercantili del mondo (1300-1600) p. 69 - Bruges, Firenze e "la società universale del genere umano", p. 71- Tentativo di governo cinese del mondo, p. 74 - Il governo veneziano del mondo, p. 78 - Scoperta del resto del mondo, unità del mondo, p. 81 - Il governo della ragione, p. 83 - All'ombra di Carlo V, re dell'universo, p. 86 - Il futuro delle anime, p. 89 - Genova, l'ultimo governo mediterraneo del mondo, p. 91 - La fine di Genova, p. 94 - Il primo governo atlantico del mondo (1600-1815) 96

La vittoria di Arnsterdam: l'esiguità fa la forza, p. 97 - Organizzare il mare, p. 99 - Declino dei vecchi governi del mondo, p. 101 - Primo progetto di governo mondiale, p. 104 - Il diritto di circolare, p. 106 - Apogeo e declino del governo olandese del mondo, p. 108 - Il governo del nuovo mondo: l'''Impero della libertà", p. 110 - La Rivoluzione, per la nazione e per il mondo, p. 112 - Governo unico del mondo, p. 115 - Primo governo contrattuale del mondo: il Concerto europeo, p. 118


I primi governi del mondo intero (1815-1914) p. 121 - La "super Gran Bretagna", p. 122 - L'emergenza dell'utopia europea e mondiale, p. 125 - Viaggi degli studiosi: sull'unità del mondo e degli uomini, p. 131 - L'utopia Bahà'i, p. 133 - La Prima Internazionale del Lavoro, p. 134 - Le prime istituzioni internazionali informali: il sistema aureo, p. 136 - Le prime istituzioni internazionali, p. 139 - Il giro del mondo in 80 giorni e l'unità di misura del tempo, p. 143 - L'Internazionale operaia, p. 147 - Esperanto o la lingua del mondo, p. 149 - La mondializzazione della concorrenza, p. 152 - Il governo del mondo attraversa l'Atlantico, p. 156 - Lo "Stato-mondo" o la guerra, p. 158 - Grandezza e decadenza del governo americano del mondo (1914-2011) p. 164 - Primo G2: la coppia angloamericana, p. 164 - Primo governo multilaterale del mondo: la SDN, p. 168 - I sogni di un governo totalitario del mondo, p. 174 - Il secondo governo multilaterale del mondo: l'Organizzazione delle Nazioni Unite, p. 179 - Il secondo G2: Stati Uniti e URSS, p. 195 - Il Sud entra nel mondo, p. 196 - Emergenza della "governance mondiale": dal G5 al G7, p. 199 - Il "governo del mondo" si sposta dalla parte del Pacifico, p. 203 - Inizio della seconda "globalizzazione", p. 204 - Alcuni successi del governo mondiale, p. 206 - Dal G8 al G20: i cinque choc, p. 209

Il governo del mondo, oggi p. 215 - La coscienza della razza umana, p. 215 - I valori del mondo:
Occidente e Brasile, p. 223 - Il governo mondiale di oggi: il terzo G2, p. 225 - L'ordinamento del diritto mondiale: l'OMC e la giustizia penale, p. 231 - Le istanze mondiali multilaterali, p. 233 - I trattati internazionali senza interventi governativi, p. 242 - Le istanze pubbliche informali, p. 244 - Le istanze private formali, p. 248 - Le istanze mondiali informali: le ONG, p. 253 - La seccante credenza in un governo mondiale segreto, p. 257 Domani, l'anarchia del mondo - p. 260 Il decimo introvabile "cuore" del mondo, p. 261 - Il governo mondiale del mercato, p. 269 - Disordini finanziari a catena, p. 272 - Una demografia fuori controllo, p. 274 - Da un conflitto a un altro, p. 276 - La penuria di materie prime, p. 279 - La distruzione della natura, p. 281 - La distruzione della vita dovuta all'impatto di un asteroide, p. 284 - TI mondo nel 2030, p. 286 - TI doppio verde, p. 289 Un governo ideale del mondo p. 291 -Le utopie teoriche, p. 294 - TI progetto federale, p. 302 - Diritti e doveri dei cittadini del mondo, p. 304 - Complernentarietà e ingerenza, p. 306 - Un Parlamento tricamerale, p. 306 - Un esecutivo planetario, p. 309 - Un sistema giudiziario credibile, p. 311 - Gli strumenti della democrazia, p. 311 - Un sistema finanziario mondiale sotto controllo, p. 312 - Domani, il governo del mondo p. 314

Alcune riforme proposte, p. 315 - Aprire dieci cantieri, p. 320 - 1. Trarre pragmaticamente vantaggio dal processo federale d'integrazione, p. 321 - 2. Prendere coscienza della ragione d'essere dell'umanità, p. 323 - 3. Essere più attenti alle minacce, p. 324 - 4. Far rispettare il diritto internazionale esistente: un Codice mondiale, p. 327 - 5. Procedere progetto per progetto: il rninilateralismo, p. 329 - 6. Un Consiglio di governo, p. 333 - 7. Una Camera dello sviluppo sostenibile, p. 335 - 8. L'Alleanza per la democrazia, p. 336 - 9. Liberare risorse per il governo del mondo, p. 337 - 10. Gli stati generali del mondo, p. 340

Appendice 1. Gli organismi mondiali 347

Appendice 2. I trattati "universali": un progetto di Codice mondiale? 365

Bibliografia 377

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IL SENSO DELLE COSE

RETROCOPERTINA

"Per sfuggire all'ignoto, l'uomo ha inventato delle cosmologie, delle teologie, delle mitologie, e poi delle teorie, delle concatenazioni di cause ed effetti. E se qualcosa resta il irriducibilmente e enigmatico, ci si sforza di attribuirgli nonostante tutto un senso, in un modo o nell'altro. Si inventano quindi parole diverse per dissimulare questa impossibilità di spiegare le cose. Si parla di Destino, Dio, Caso: questa è in primo luogo la funzione del religioso, poi quella della scienza, in ogni caso quella del potere".
Partendo da questa riflessione, Jacqes Attali confronta il suo punto di vista con quello di alcuni importanti intellettuali del nostro tempo e si e si concentra sulle mille sfaccettature del vivere quotidiano: dalla condizione della donna a quella del consumatore in rapporto al mercato, dalle trasformazioni nel campo della famiglia a quelle nel lavoro o nelle arti, dalle nuove sfide del diritto ad quelle della politica. Il senso delle cose é un resoconto appassionato e scrupoloso sulle realtà di inizio millennio e sul futuro del mondo immaginato attraverso le parole chiave del XXI secolo.

IL SENSO DELLE COSE

A partire dal 2006, ogni estate, abbiamo il privilegio di discutere ai microfoni di France Culture con alcune delle nostre menti migliori sul senso delle cose.
La peculiarità della condizione umana è di non accettare mai che un avvenimento, un fenomeno naturale, una morte rimangano senza spiegazione. L'uomo non ha mai potuto tollerare che un solo aspetto della sua storia, per quanto ridicolo o comune, resti per lui incomprensibile: non capire significa non riuscire a prevedere, soprattutto non riuscire a prevedere le minacce. Decisamente troppo rischioso!
Quindi, per sfuggire all'ignoto, l'uomo ha inventato delle cosmogonie, delle teologie, delle mitologie, e poi delle teorie, delle concatenazioni di cause ed effetti. E se qualcosa resta irriducibilmente enigmatico (come la morte, quasi sempre), ci si sforza di attribuirgli nonostante tutto un senso, in un modo o nell' altro. Si inventano quindi parole diverse per dissimulare questa impossibilità di spiegare le cose. Si parla di Destino, Dio, Caso: questa è in primo luogo la funzione del religioso, poi quella della scienza, inogni caso quella del potere.
Il senso, i sensi, l'essenza delle cose si illuminano spesso a partire da uno scambio, da una conversazione. È così che è nato questo libro ... E gli enigmi che affronta, sia che riguardino la natura, la politica, la scienza oppure gli uomini, ruotano intorno a un'unica questione che le comprende tutte: come dare senso al corso della storia?
Queste conversazioni inducono a riflettere sul fatto che il senso fondamentale, quello che sta dietro a tutti gli altri, almeno nel mondo degli uomini, rinvia a una sola dinamica' quella della conquista della libertà. Sotto ogni forma: la libertà di scelta politica, la libertà nel lavoro, la libertà nei rapporti amorosi, la libertà di vivere dove si vuole.
Tuttavia, chi dice libertà dice anche reversibilità di scelta. E chi dice reversibilità dice precarietà. Questa precarietà è il risvolto della medaglia della libertà. Troppa libertà, ed ecco il caos, l'assenza di senso. Al contrario, troppo ordine implica un unico senso, la dittatura. Troppa libertà, ed è il disordine. Troppo ordine, ed è il silenzio.
Cosa c'è quindi tra il caos e il silenzio, tra il senso e il non-senso? La conversazione, da cui può nascere appunto un senso comune. Le conversazioni contenute in questo libro ci insegneranno come il confronto di sguardi diversi su un pezzo di mondo possa creare senso; come, malgrado l'immenso frastuono della storia, le sue grandi sfide restino invariabilmente le stesse; come i momenti di interruzione del senso, quelli che definiamo «crisi", possano dare un significato nuovo a ciò che sembra averlo perduto; come la comprensione di un senso sia condizione necessaria all' azione. li senso attraverso il non-senso. L'ordine attraverso il rumore: questo è il grande segreto della vita.
Le personalità con cui discutiamo in questo libro su tutti questi argomenti non sono degli spettatori del mondo ma degli attori della sua Storia. E quando chiediamo loro se sono ottimisti o pessimisti, ognuno risponde, a modo suo, che la questione è priva di interesse: è lo spettatore a essere ottimista o pessimista, mentre un attore non lo è: si limita a fare il suo gioco meglio che può e, per fare questo, deve conoscere le sue forze, quelle dei suoi avversari, quelle dei suoi compagni di gioco, e cercare di vincere. Deve trovare il senso delle cose per gestirle.
Tocca a noi quindi, a seconda della nostra condizione sulla scala del tempo, prendere in carico il mondo per cercare prima di tutto di capirne il senso. E di cambiarlo, se ci sembra insopportabile.
Questo è senza dubbio l'unico messaggio che tali testi vogliono modestamente trasmettere: il senso delle cose è quello che l'umanità, ultimo giocatore dell'universo, riuscirà a trovare.

Stéphanie Bonvicini e Jacques Attali

INDICE

Il senso delle cose di Stéphanie Bonvicini e Jacques Attali 7

Parte prima: SOCIETÀ

La condizione della donna nel mondo sta peggiorando? di Simone Veil 13
Il XXI secolo sarà delle donne? di Jacques Attali 27

Il religioso, elemento fondamentale del nostro futuro? di Malek Chebel 29
La religione LEGO di Jacques Attali 38


Le trasformazioni della famiglia e dei rapporti amorosi di Philippe Sollers e Christophe Girard 43
Il futuro dell'amore di [acques Attali 52


Il lavoro. Nuove pratiche, nuove precarietà? di Vincent Champain e Jean-Philippe Courtois 56
Il futuro del lavoro di Jacques Attali 75

La droga. Forma estrema di divertimento? di William Lowenstein 78
Il futuro delle droghe di Jacques Attali 85
Il tempo di [acques Attali 87

Parte seconda: CULTURA

Il genio francese è in declino? di Éric Lecerf ed Erik Orsenna 97
Il futuro della Francia di Jacques Attali 107

I cambiamenti nella musica di Dominique Meyer e Patrick Zelnik 110
Il futuro della musica di Jacques Attali 124
La letteratura e il teatro. Arte o intrattenimento? di Claude Durand e Daniel Mesguich 130
Il futuro del libro, dello spettacolo dal vivo e della distrazione di Jacques Attali 144
Il nuovo ruolo della gratuità nelle nostre società di Roland Castro e Bernard Miyet 148
Il futuro della gratuità di JacquesAttali 157

Parte terza: SCIENZA E TECNOLOGIE

Alcune riflessioni improvvisate sul futuro della scienza di Claude Allègre 163
Il futuro dell'istruzione di Jacques Attali 172

Il futuro della vita di Daniel Cohen 175
Il futuro della salute di Jacques Attali 186

Scienza: gli avatar della persona umana di Henri Atlan 190
Il futuro della riproduzione umana di Jacques Attali 200

Parte quarta: ECONOMIA E POLITICA

Il ruolo del politico di Miche! Rocard 205
Il futuro del politico di Jacques Attali 217

Il denaro di J ean-Claude Trichet e Xavier Emmanuelli 220
Il denaro di Jacques Attali 233

La sicurezza del domani di Denis Kessler e Jacques Attali 235

L'avvenire del diritto di Jean-Micbel Darrois 246
L'avvenire del diritto di Jacques Attali 259

Parte quinta: MONDO

La democrazia di Christophe Aguiton e Marcel Gauchet 265
Il futuro della democrazia di Jacques Attali 278

I nuovi temi della sicurezza internazionale di Mare Perrin de Brichambaut 283
La democrazia mondiale del futuro di [acques Attali 296

Si può immaginare un mondo senza violenza? di Max Gallo e René Girard 300
Il futuro della violenza di Jacques Attali 309


Pace in Medio Oriente, pace sul pianeta? di Boutros Boutros-Ghali e Jacques Attali 314
Il futuro del Medio Oriente di Jacques Attali 328

L'AIDS. Una questione di solidarietà internazionale di Michèle Barzacb 331
Pandemie, povertà e nomadismo di Jacques Attali 337

I problemi climatici di Nathalie Kosàusko-Morizet e Cedric du Monceau 342
Il futuro del clima di Jacques Attali 356


Gli autori 363

Ringraziamenti 371

Note 373

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LA CRISI. E POI?

RETROCOPERTINA

"Come siamo arrivati fino a questo punto? Sembrava che il mondo stesse procedendo per il verso giusto, La crescita economica era la più rapida della storia e tutto lasciava presagire che sarebbe continuata per molti decenni, grazie alla presenza disu scala mondiale - di abbondante risparmio e a progressi tecnologici straordinari. Ed ecco che, improvvisamente, siamo all'alba di una depressione planetaria, la più grave da 80 anni a questa parte. In apparenza nulla di grave, se non che alcune famiglie americane non sono più in grado di pagare i loro debito immobiliare. L'obiettivo del libro è quello di spiegare questo mistero nella maniera più semplice possibile e prevedere dove la crisi ci porterà, in modo da non ricascarci più".
In La crisi, e poi? Attali descrive tutte le fasi del crac, andando a indagare i precedenti storici e le ragioni socioeconomiche che hanno portato a questa situazione. Ma delinea pure i possibili scenari che a breve termine potranno verificarsi e le scelte che i governi occidentali possono ancora fare per evitare il tracollo totale.

INTRODUZIONE

Come siamo arrivati fino a questo punto? Sembrava che il mondo stesse procedendo per il verso giusto; pareva che la libertà politica e l'iniziativa individuale potessero sbocciare negli angoli più reconditi della Terra; la povertà iniziava a ridursi in Asia e in America Latina; la crescita economica del pianeta era la più rapida della storia e tutto lasciava presagire che sarebbe continuata per molti decenni, grazie a un forte aumento demografico, alla presenza di un abbondante risparmio e ai progressi tecnologici straordinari che permettevano inoltre di riorientarla verso uno sviluppo più duraturo.
Ed ecco che, improvvisamente, siamo all'alba di una depressione planetaria, la più grave da ottant' anni a questa parte.
In apparenza nulla di grave, se non che alcune famiglie americane non sono più in grado di pagare il loro debito immobiliare.
L'obiettivo del libro è quello di spiegare questo mistero nella maniera più semplice possibile e prevedere dove la crisi ci porterà, in modo da non ricascarci più. Per farlo, dovremo collocare gli eventi recenti nel loro contesto storico, demistificare i ragionamenti che suscitano panico, proporre una nuova lettura di questa crisi e di ciò che ci attende.
Ma poiché nulla si spiega con chiarezza se non enunciandolo brevemente, ecco allora una sintesi del contenuto del libro prima in poche righe, poi in una decina di pagine.
Iniziamo con la più breve: questa prima crisi finanziaria della globalizzazione si spiega in gran parre con l'incapacità della società americana di dare salari accettabili alle classi medie, spingendole a indebitarsi per finanziare l'acquisto della casa e causando una crescita del valore dei patrimoni e della produzione; le istituzioni finanziarie e gli "iniziati" che le animano si attribuiscono, senza alcun controllo delle banche centrali, dei governi o delle istituzioni internazionali, la maggior parte della ricchezza così prodotta, senza correre alcun rischio, grazie alla cartolarizzazione (CDO) e a una pseudo-assicurazione (CDS); ciò provoca, come conseguenza, una crescita dell'indebitamento che finisce per diventare intollerabile, provocando panico, perdita di fiducia e fuga da qualsiasi debito. Ecco cosa potrebbe riservar ci prossimamente una depressione planetaria, che però potrebbe essere il punto di partenza di una formidabile crescita armoniosa. Quest'ultima eventualità presupporrebbe però la riduzione reale degli indebitamenti e non, come invece si sta cominciando a fare, il loro trasferimento esclusivamente sui contribuenti. Essa esige soprattutto di riequilibrare su scala mondiale il potere dei mercati attraverso quello della democrazia. E inizialmente quello dei mercati finanziari tramite quello del diritto; quello degli "iniziati" tramite quello dei cittadini. C'è ancora tempo: si può evitare una valanga, non fermarla.
Tutto ciò si può riassumere anche solo in qualche pagina. L'umanità ha sempre attraversato crisi religiose, morali, politiche ed economiche. Da quando il capitalismo ha preso il potere, la crisi sembra essere una sua condizione naturale. Tuttavia, tutti sentiamo che è in atto una grossa crisi, che una grande depressione ci minaccia, come una brutta sorpresa in un mondo pieno di promesse; e ciascuno intuisce che, in una certa maniera, qualcosa di molto profondo, nel nostro modo di vita e nel nostro modo di pensare, sta confusamente cambiando.
A mio avviso, l'attuale crisi si spiega in modo semplice: se il mercato è il migliore meccanismo di ripartizione delle risorse rare, è però incapace di creare lo Stato di diritto di cui ha bisogno e la domanda necessaria al totale impiego dei mezzi di produzione. Affinché una società di mercato funzioni efficacemente, occorre allo stesso tempo che uno Stato di diritto garantisca il diritto alla proprietà, imponga il mantenimento della concorrenza, crei una domanda attraverso salari accettabili e commesse pubbliche; ciò presuppone un intervento politico, possibilmente democratico e non totalitario, nella ripartizione dei redditi e dei patrimoni. Ma non essendo riusciti a imporre questa migliore ripartizione dei redditi, abbiamo visto crescere, da vent'anni almeno, in particolare negli Stati Uniti, una domanda alimentata dall'indebitamento dei lavoratori dipendenti, garantito a sua volta dal valore dei beni comprati con questo stesso debito.
Per rendere tollerabile questo indebitamento, la banca centrale americana ha dovuto, dal 2001, abbassare i tassi d'interesse, fornendo così una nuova fonte d'arricchimento a chi sapeva come investire al meglio, indebitandosi. Infine, per difendersi dai rischi creati da questi debiti, le istituzioni finanziarie private e gli "iniziati" che le animano hanno scelto, per massimizzare i loro guadagni, di istituire meccanismi d'assicurazione molto complessi (come i CDS e i monolines) e meccanismi di cartolarizzazione ancora più complessi (come i CDO e gli ABs), di cui spiegherò più avanti il significato. Ciò permette di trasferire il rischio ad altre banche o istituzioni finanziarie di tutto il mondo e a investitori inconsapevoli. Anche in questo caso, senza alcun controllo. Al primo posto tra questi padroni dei mercati finanziari e dell'informazione ci sono gli Stati Uniti d'America. La Cina (con il suo risparmio intrappolato in buoni del Tesoro americano che non può rivendere senza far crollare il dollaro e distruggere la competitività nell' esportazione della sua industria) e l'Europa (con il suo risparmio intrappolato nelle sue banche con cartolarizzazioni e assicurazioni) finanziano entrambe un' America che sta vivendo sempre più al di sopra dei propri mezzi.
Questi rendimenti molto elevati e il trasferimento dei rischi sono stati largamente incoraggiati, a partire dal 1990, dai fondi di investimento (in azioni o speculativi), che hanno bisogno di profitti sempre più elevati, in virtù di un' avidità senza freno né limiti dei loro investitori, ma sono stati incoraggiati anche dai fondi pensione, di cui si sente l'esigenza man mano che la popolazione invecchia.
Poiché in questo periodo tutto va per il meglio in California e le prodezze tecnologiche americane su Internet continuano a stupire il mondo, nessuno si rende conto che una parte essenziale dei talenti e dei capitali è dirottata verso lo stesso sistema finanziario a scapito dell'industria e della ricerca.
Intuendo che questa situazione è destinata a finire, gli ideatori dei prodotti finanziari indirizzati ai prestatori e ai mutuatari (che fanno parte del gruppo che definisco degli "iniziati") aumentano i prelievi sulle ricchezze prodotte.
Dall'altra parte della scala sociale, le famiglie americane più povere o più indebitate, alle quali sono stati proposti nuovi prestiti immobiliari (i cosiddetti subprime, i prestiti "sotto la prima categoria"), hanno creduto di uscire dalla precarietà accettando il denaro che l'aumento del valore delle loro case permetteva di prendere in prestito, mentre le istituzioni che hanno emesso questi crediti li impacchettano in titoli per trasferire il rischio su altri risparmiatori. Dall'inverno del 2006 si sono trovati nell'impossibilità di pagare le scadenze di questi prestiti.
A partire dalla metà del 2007, senza che le agenzie di rating notassero qualcosa, senza che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) dicesse nulla, e nemmeno i G8 ne parlassero, si inizia a dubitare degli attivi cartolarizzati.
Le banche americane, poi quelle svizzere, e dopo di nuovo quelle americane, poi le inglesi, belghe, tedesche e francesi scoprono, con l'aria di non saperne nulla, di avere nei loro bilanci questi titoli. E molti. Le agenzie federali americane responsabili del settore immobiliare, poi le compagnie di assicurazioni, quindi i risparmiatori vanno nel panico. Ciascuno vuole sbarazzarsi dei propri debiti. Numerosi paesi vedono fuggire i loro capitali; le banche di tutti i paesi sviluppati, preoccupate da ciò che di "tossico" può ancora trovarsi nei loro conti, bloccano il credito a molte imprese sane. Banche e paesi, che finora non avevano esitato a finanziare i deficit americani, cominciano a porsi delle domande.
All'inizio di settembre del 2008 si passa così dall'economia della fiducia al panico. Esplode una grave crisi finanziaria. È una buona occasione per scoprire che il sistema è in gran parte corrotto, che remunera generosamente chi lo controlla e lo valuta, e che distribuisce redditi indecenti ai responsabili di questi disastri.
Il timore continua a crescere. Ciascuno si protegge risparmiando ancora di più e rifiutando di assumersi altri rischi. I mercati interbancari si fermano. Come sempre, questo è il momento che i governi scelgono per dichiarare che tutto va bene! Totalmente lucidi, i cittadini ne desumono che la catastrofe è dietro l'angolo. E, convincendosi, la accelerano.
Il 3 ottobre 2008, il sistema finanziario mondiale sfiora il crollo, in mancanza di liquidità. Il 13 i governi del G8 annunciano la loro intenzione di fornire alle banche delle risorse che però non hanno. Dopo una formidabile carambola ideologica, banche e assicurazioni americane e inglesi vengono salvate da una sostanziale nazionalizzazione e dalla promessa di denaro pubblico inesistente. Il debito privato diventa un debito pubblico.
Tuttavia, nulla è stato risolto: la crisi è solo all'inizio; la recessione è già alle porte; la riduzione dei debiti sta accelerando; la depressione incombe. Se non si prenderanno radicali provvedimenti, verranno profondamente colpite le imprese, i consumatori, i lavoratori, i risparmiatori, i mutuatari, le città, le nazioni. Preoccupate del loro futuro, le banche, avendo visto liquefarsi i propri fondi, rifiuteranno prestiti a imprese perfettamente sane che falliranno. Dovranno inoltre ridurre i loro crediti o essere nazionalizzate. La Cina, che dopo il Giappone permette da anni agli Stati Uniti di "arrivare alla fine del mese", rimpatrierà gradualmente i suoi risparmi. Gli Stati Uniti non troveranno allora più nessuno che finanzi il loro debito, se non ricorrendo a una moratoria o all'inflazione, che rovineranno, sia l'una che l'altra, tutti coloro che detengono un patrimonio, e che faranno crollare il dollaro, già screditato dal debito estero americano.
Aleggia la minaccia di due, cinque, se non addirittura dieci anni di depressione: il tempo di ridurre a zero i debiti dei principali paesi occidentali. Questa depressione porterebbe con sé un crollo dei prezzi che neanche un grande rilancio attraverso massicce spese pubbliche basterebbe a rallentare.
La crisi finanziaria mondiale, diventata economica, si trasformerebbe allora in un'enorme crisi sociale e politica; centinaia di milioni di persone si troverebbero minacciate dalla disoccupazione; il regime politico stesso sarebbe criticato, respinto come incapace di gestire il "golem" dei mercati che avrà contribuito a creare. Poi arriverebbe, violenta, l'inflazione. Tutta l'ideologia delle nostre società individualiste e sleali sarebbe rimessa in discussione. E la democrazia con essa.
Se si vuole evitare che la Storia prenda questa piega terribile, bisogna capire che tutto ciò ha origine nello squilibrio tra il mercato e lo Stato di diritto: tale squilibrio riduce la domanda, la trasferisce sul debito e crea rendite finanziarie poderose, legali, extra-legali, illegali o criminali. Perfettamente coscienti dei rischi che lo sviluppo anarchico dei mercati fa correre al mondo, gli "iniziati" fanno di tutto per massimizzare i loro profitti, come dei ladri che si affrettano ad arraffare più oro possibile dalla cassa di una banca, rischiando il tutto per tutto negli ultimi secondi della rapina, poco prima che arrivi la polizia.
È venuto il momento di capire che i contribuenti pagano oggi i bonus dei banchieri che li hanno gettati in una simile situazione. Ma è venuto anche il momento di rendersi conto che questa crisi può rappresentare un'opportunità per il mondo intero, un ultimo avviso su tutti i pericoli di una globalizzazione anarchica e sprecona. È venuto il momento di convincerei che disponiamo dei mezzi umani, finanziari e tecnologici per far sì che questa crisi sia soltanto un incidente di percorso; che ne usciremo solo se l'informazione economica e finanziaria sarà equamente distribuita e disponibile per tutti e nello stesso momento; se i mercati finanziari, mondiali per natura, saranno regolamentati da uno Stato di diritto planetario; se cesseranno queste finanze-casinò; se il mestiere di banchiere ridiventerà modesto e noioso, ciò che non avrebbe mai dovuto smettere di essere; se sarà compiuto su scala mondiale un reale controllo dei rischi e delle esigenze di liquidità; se verrà fatta una revisione dei sistemi di retribuzione, una separazione tra attività dei mercati e attività bancarie e stabilito un obbligo per chi fa correre un rischio ad altri di accollarsi la sua parte; se si sapranno organizzare, su scala mondiale, grandi opere ecologicamente durature, come è stato fatto finora in alcuni paesi.
Purtroppo c'è da temere che quasi nulla di tutto ciò possa essere fatto tempestivamente.
E tuttavia, come la "crisi dei tulipani" ha potuto, nel 1637, aprire la via a centocinquanta anni di formidabile crescita dei Paesi Bassi, la crisi dei subprime, prima vera crisi della globalizzazione, potrebbe accelerare considerevolmente la presa di coscienza della necessità di realizzare, un giorno, una socializzazione della maggior parte delle funzioni monetarie, strumenti di sovranità, un accesso uguale per tutti alla conoscenza, una domanda mondiale stabile, un salario mondiale minimo, uno Stato di diritto mondiale, che porterà nel tempo a un governo mondiale.
Un secolo circa ci separa da questo scenario. E, probabilmente, anche un certo numero di crisi e guerre ...

INDICE

Introduzione 3

1. Le lezioni delle crisi passate 13

2. Come tutto è cominciato 37

Scarsezza della domanda, p. 38
Creazione della domanda con il debito, p. 40
La riduzione dei tassi, l'effetto leva e l'effetto ricchezza, p. 42
Ricerca sfrenata del risparmio: cartolarizzazione e derivati, p. 44
Vista la difficoltà di attirare capitali, gli assicuratori creano CDS e monolines, p. 47
Accecamento delle aziende di rating, p. 50
Esplosione del debito globale, p. 51
Coloro che avevano previsto la crisi, p. 51
Perché non li abbiamo ascoltati?, p. 54
L'affondamento del mercato dei subprime. Economia del panico, p. 56
Cronologia, p. 57


3. Il giorno in cui il capitalismo stava per scomparire 69

4. Le minacce prossime venture 87

Le nuove sfide del sistema finanziario, p. 89
La recessione, p. 93 - La depressione, p. 94
L'inflazione, p. 95
Il fallimento dei grandi paesi e il futuro del binomio "Cbimerica", p.97
Crisi dei cambi, p. 99
La crisi sociale, ideologica e politica, p. 101


5. La base teorica delle crisi e delle soluzioni: le contraddizioni tra le esigenze della democrazia e quelle dei mercati 103

Mercati, democrazia e "iniziati", p. 107
Slealtà e primato del finanziere, p. 109
Scomparsa dello Stato di diritto, p. 110
Trionfo del capitalismo finanziario, p. 112
Inizio della crisi finanziaria, p. 113
La soluzione: il riequilibrio del mercato con lo Stato di diritto, p. 114


6. Un programma d'urgenza 117

Rimettere ordine in tutte le economie nazionali, p. 119
Rafforzare la regolazione europea, p. 122
Mettere in atto un sistema normativo finanziario globale, p. 125
Una gestione internazionale, p. 127 - Grandi lavori planetari, p. 128


7. Ultimo avvertimento, promesse di futuro 131

Le prossime crisi finanziarie, p. 131
Gli altri pericoli: il futuro dei sistemi complessi globali, p. 134


Glossario 139

Schemi 143

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SOPRAVVIVERE ALLA CRISI

RETROCOPERTINA

"Un giorno o l'altro questa crisi si concluderà, come tutte le altre, lasciando dietro di sé innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma ciascuno di noi potrebbe anche uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e adottare audaci strategie di sopravvivenza personale.
Il mio scopo non è pertanto quello di esporre un programma politico per risolvere questa crisi e tutte quelle che seguiranno, e neppure quello di offrire vaghe generalizzazioni dimora aleggiandoti, bensì di suggerire strategie precise concrete che permettono a ognuno di "cercare uno spiraglio nella sventura" e di sapersi destreggiare tra gli ostacoli che si presenteranno, senza affidarsi ad altri per sopravvivere, per vivere meglio".

Dopo aver analizzato il crac del 2008 e le sue cause socioeconomiche nel precedente saggio La crisi, e poi?, Jacques Attali estende ora la sua riflessione alle fasi cruciali della vita personale e collettiva. In una realtà complessa come quella di oggi, però, diventa sempre più arduo superare le difficoltà che incontriamo nel nostro cammino.
Per questo l'autore individua sette principi da applicare, di volta in volta, di fronte alle avversità, siano esse di natura non macroeconomica e internazionale di (la crisi finanziaria) o privata (La fine di un amore) E chi offre una sorta di manuale d'uso per ricominciare a vivere pienamente sotto ogni aspetto: come individui, come lavoratori e, come cittadini.

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Stiamo attraversando ogni sorta di crisi. Personale o collettiva. Fisica o psicologica. Materiale o soggettiva. Economica o sentimentale. La crisi economica attuale non è che una delle manifestazioni di queste innumerevoli sfide a cui l'umanità sta andando incontro.
Di fronte alle crisi, alcuni decidono di non lottare: si lasciano andare e morire, fino al suicidio. Altri pensano che sia il destino a imporsi. Altri ancora si aspettano, da un aldilà o da una reincarnazione, la fine delle loro sofferenze. Altri invece scelgono di reagire: per sopravvivere, per proiettare in avanti il loro destino, per essere utili agli altri. Perché sanno che non serve a niente aspettarsi tutto dagli altri. Anche se bisogna tenersi pronti a fare tutto per gli altri.
Ogni cultura, passata e presente, si definisce dal modo in cui affronta i suoi ostacoli. Con [atalismo, rassegnazione, allegria o rivolta. Ognuna ha messo a punto le proprie ricette per attraversare le tempeste. Dato che ne ho affrontate parecchie anch'io, ho pensato fosse utile raccogliere qui il meglio di queste lezioni di sopravvivenza, di queste lezioni di vita.
Sono sette: voler sopravvivere, darsi un progetto a lungo termine, mettersi al posto degli altri, essere ridondanti, trasformare le minacce in opportunità, prepararsi a divenire altro da sé e infine, in casi estremi, ribellarsi contro tutte le regole.
Queste lezioni sono molto difficili da mettere in pratica. La loro potenza è tale che esse si applicano a ogni crisi. E se ho scelto di illustrarle in questo libro, in particolare applicate all' universo materiale dell' economia, è perché ognuno di noi, nella propria vita privata, nell'impresa o nella nazione, vi troverà i principi di comportamento necessari per vivere davvero, liberamente e dignitosamente.

INTRODUZIONE

Un giorno o l'altro questa crisi si concluderà, come tutte le altre, lasciando dietro di sé innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma ciascuno di noi potrebbe anche uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e di adottare audaci strategie di sopravvivenza personale.
Il mio scopo non è pertanto quello di esporre un programma politico per risolvere questa crisi e tutte quelle che seguiranno, e neppure quello di offrire vaghe generalizzazioni moraleggianti, bensì di suggerire strategie precise e concrete che permettano a ognuno di «cercare crepe nella sventura» e di sapersi destreggiare tra gli ostacoli che si presenteranno, senza affidarsi ad altri per sopravvivere, per vivere meglio.
Ma, nel frattempo, occorre salvarsi dalla crisi attuale. Perché, contrariamente a quanto vogliono far credere le grida di trionfo di qualche politico e di un ristretto gruppo di banchieri, la crisi finanziaria del 2008 - che non faceva altro che rivelare quella economica che veniva da molto più lontano - è lungi dall'essere terminata. Negli Stati Uniti come altrove, anche se le Borse sono in alcuni casi in crescita, molte banche continuano a essere insolventi; i prodotti speculativi più rischiosi ad accumularsi; i disavanzi pubblici a crescere; il livello della produzione e il valore dei patrimoni restano ancora in grandissima parte inferiori a quelli precedenti la crisi; i rischi di fallimento delle imprese aumentano; la disoccupazione è in crescita; molte famiglie non potranno far fronte alle loro scadenze; infine, nonostante tutti i discorsi e le promesse, nessuna regolamentazione del sistema finanziario e nessuno dei cambiamenti strutturali resi necessari dalla crisi è ancora stato messo in atto.
L'incapacità dell'Occidente di mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi, che è la causa più profonda di questa crisi, è lungi dall' essere stata riassorbita. E la strategia messa in atto finora dai governi per rimediare è riassumibile nel far finanziare dai contribuenti di dopodomani gli errori dei banchieri di ieri e i bonus dei banchieri di oggi. Inoltre, molti altri cambiamenti radicali - tecnologici, economici, politici, sanitari, ecologici, culturali, personali - si aggiungeranno a questi, rendendo meno decifrabile e ancora più precario il mondo nel quale ciascuno di noi dovrà cercare di vivere e sopravvivere. Crisi e scosse varie porteranno alla gente, alle imprese e alle nazioni diverse delusioni e molti pericoli.
Ci toccherà riconoscere questa realtà da capogiro: i nostri sistemi sociopolitici non fanno nulla, assolutamente nulla di serio per allontanare le minacce che incombono sulla sopravvivenza degli individui, delle imprese, delle nazioni, dell'umanità stessa. Peggio ancora: nonostante i tentativi di legittimarsi, non ne hanno alcun diritto, poiché si nutrono della vitalità delle persone che abitano questi sistemi: il mercato non ha alcun interesse a far sì che la gente vivi a lungo, che le imprese durino, che le nazioni prosperino. Al contrario, ha interesse alla loro cancellazione per poter allocare nel modo più efficace e secondo i propri interessi le scarse risorse disponibili.
Alcuni continueranno però a credere che ciò che viviamo oggi è soltanto il punto più basso di un ciclo economico come altri, e che basta attendere due o tre anni perché tutto rientri nell'ordine finanziario, economico e sociale; continueranno a condurre i loro affari come prima e andranno dritti contro il muro. Altri, meglio informati sulle cause profonde dei problemi attuali e futuri, troveranno invece le opportunità per costruire nuove fortune sul fallimento altrui, comprando a basso prezzo dei beni che un giorno varranno molto di più.
Altri, infine, preparati da queste lezioni, ricorderanno che alcuni dei nostri antenati avevano capito di non poter attraversare i labirinti della condizione umana e sfuggire ai suoi trabocchetti se non prendendo in mano il proprio destino e facendo uso di strategie molto sofisticate. E si ricorderanno che tutte le cosmogonie fanno di questi rari uomini liberi, ultimi testimoni delle esperienze delle generazioni precedenti, le avanguardie di una nuova saggezza.
Di fronte ai pericoli del prossimo decennio - che è l'orizzonte cronologico di questo libro - chi vorrà sopravvivere dovrà, come le avanguardie del passato, accettare il fatto di non doversi più attendere nulla da nessuno; e che qualsiasi minaccia è anche un'opportunità per ognuno di noi, in quanto lo costringe a riconsiderare il proprio posto nel mondo, ad accelerare i cambiamenti nella sua vita, a mettere in atto un' etica, una morale, dei comportamenti, delle attività e delle alleanze radicalmente nuovi. Costui saprà che la sopravvivenza non implica per forza la necessità di aspettare questa o quella riforma generale, quella grazia o quel salvatore; che non esige la distruzione degli altri, ma soprattutto la costruzione di sé e l'attenta ricerca di alleati; che non risiede in un ottimismo illimitato, ma in un'estrema chiarezza in relazione a se stessi, in un desiderio selvaggio di trovare la propria ragion d'essere; la quale non è da costruire soltanto nel singolo momento, ma anche sul lungo periodo; la quale non è finalizzata alla conservazione di ciò che si è acquisito, ma può riguardare il superamento dell'ordine attuale; la quale non si limita soltanto a mantenere l'unità del proprio io, ma esige di prevedere tutte le possibili diversità.
Per arrivare a questo punto, costoro dovranno cominciare un lungo apprendistato relativo al controllo del sé, a cui nulla, per il momento, li prepara. In particolare, dovranno saper riconoscere, in alcune situazioni specifiche, l'importanza di caratteristiche che raramente vengono identificate e riconosciute come qualità: la paranoia, che aiuta a individuare i nemici esterni; l'ipocondria, che conduce a valutare i pericoli provenienti dall'interno; la megalomania, che incita a fissare degli obiettivi. E dovranno infine utilizzare gli ultimi risultati dell' antropologia, della storia, della biologia, della psicologia e delle neuroscienze per scoprire le prossime fonti di crescita e di occupazione, la formazione necessaria e il profilo futuro della felicità e della serenità.
I sette principi di questo apprendistato saranno applicabili a qualsiasi epoca, qualsiasi minaccia e qualsiasi tipo di crisi: che si tratti di una crisi economica come quella di oggi, di una carestia, di una guerra, dell'avvento di una dittatura, di uno tsunami, di una valanga, o anche di una crisi sentimentale o di un collasso cardiaco. A condizione, però, di applicarli ogni volta con approcci diversi e con metodi specifici, utilizzando, naturalmente, alleati e consigli differenti a seconda della natura delle minacce.
Questa strategia, frutto di un lungo ragionamento su quelle utilizzate finora, permetterà di sopravvivere in particolare ai rischi di disoccupazione, fallimento e declino.
Essa si snoda, a mio parere, attorno a sette principi da attuare nell'ordine suggerito qui di seguito, il cui utilizzo, per ciascuna di queste minacce, sarà esposto nei dettagli - per gli individui, le imprese, le nazioni, l'umanità - nella seconda metà di questo libro. Va da sé che la loro messa in opera richiede sforzi considerevoli e che pure io, come tutti, fatico molto a metterli in pratica. Vi invito a riflettere su di essi, fin da questa introduzione.

1. IL RISPETTO DI SÉ: innanzitutto, voler vivere, e non soltanto sopravvivere. Quindi, prendere pienamente coscienza di sé, attribuire importanza alla propria sorte, . non provare né vergogna né odio verso se stessi. Rispettarsi e dunque cercare la propria ragione di vivere, imporsi un desiderio d'eccellenza in relazione al proprio corpo, alla propria conservazione, al proprio aspetto, alla realizzazione delle proprie aspirazioni. Per raggiungere questo scopo, non bisogna attendersi nulla da nessuno; occorre contare soltanto su se stessi per definirsi; non bisogna avere paura davanti a una crisi, quale che sia la sua natura; occorre accettare la verità anche se non è piacevole da ammettere; e bisogna voler essere protagonisti, né ottimisti né pessimisti, del proprio futuro.

2. L'INTENSITÀ: proiettarsi sul lungo periodo; formarsi una visione di sé, per sé, da qui a vent'anni, da reinventare incessantemente; saper scegliere di compiere un sacrificio immediato se può rivelarsi benefico sulla lunga distanza; nello stesso tempo, non dimenticare mai che il tempo è prezioso, perché si vive una volta sola, e che bisogna vivere ogni momento come se fosse l'ultimo.

3. L'EMPATIA: in ogni crisi e di fronte a ogni minaccia, a ogni cambiamento radicale, bisogna mettersi al posto degli altri, avversari o potenziali alleati; comprendere le loro culture, i loro modi di ragionare, le loro motivazioni; anticipare i loro comportamenti per identificare tutte le minacce possibili e distinguere tra amici e potenziali nemici; bisogna essere amabili con gli altri, accoglierli per stringere con loro alleanze durature, praticare un altruismo interessato e, a tale scopo, fare mostra di una grande umiltà e di una piena disponibilità intellettuale; essere in particolare capaci di ammettere che un nemico può avere ragione senza provare vergogna o rabbia per questo.

4. LA RESILIENZA: una volta identificate le minacce, diverse per ogni tipo di crisi, occorre prepararsi a resistere - mentalmente, moralmente, fisicamente, materialmente, finanziariamente - se una di esse dovesse concretizzarsi. Di conseguenza, bisogna pensare a costituire difese, riserve, piani alternativi, abbondanza e sicurezza a sufficienza, ancora una volta a seconda del tipo di crisi da affrontare.

5. LA CREATIVITÀ: se gli attacchi persistono e diventano strutturali, se la crisi si radicalizza o si iscrive in una tendenza irreversibile, bisogna imparare a trasformarli in opportunità; fare di una mancanza una fonte di progresso; volgere a proprio vantaggio la forza dell' avversario. Ciò esige un pensiero positivo, il rifiuto della rassegnazione, un coraggio e una creatività pratica. Queste qualità si forgiano e si allenano come i muscoli.

6. L'UBIQUITÀ: se gli attacchi continuano, sempre più destabilizzanti, e non è possibile nessun loro impiego positivo, bisogna prepararsi a cambiare radicalmente, a imitare il migliore di quelli che sanno resistere, a rimodellare la rappresentazione di sé per poter passare nel campo dei vincitori senza perdete il rispetto di se stessi. Occorre imparare a essere mobili nella propria identità e, perciò, tenersi pronti a essere doppi, dentro l'ambiguità e l'ubiquità.

7. IL PENSIERO RIVOLUZIONARIO: infine, occorre essere pronti, in una congiuntura estrema, in situazione di legittima difesa, a osare il tutto per tutto, a forzare se stessi, ad agire contro il mondo violando le regole del gioco, pur persistendo nel rispetto di sé. Quest'ultimo principio rinvia dunque al primo e tutti insieme formano così un sistema coerente, un cerchio.

Colui che metterà in atto questi principi, con qualsiasi tipo di crisi, e ne verificherà incessantemente l'applicazione, avrà più possibilità degli altri di sopravvivere.
Che sia un miserabile o che si ritenga un potente, nessuno potrà vivere e sopravvivere senza valeria, senza operare la sua rivoluzione, così come nessuno potrà fare la rivoluzione senza sopravvivere. Come diceva il Mahatma Gandhi: «Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo».

INDICE

Introduzione 5
1. Inserirsi nel movimento 13
2. Anticipare: dopo la crisi, le crisi 34
3. Strategie di sopravvivenza 86
4. Le persone 108
5. Le imprese 131
6. Le nazioni 158
7. L'umanità 174
Ringraziamenti 186

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COMMENTARIO BIBLICO di Matthew Henry - 12 Volumi

matthevhenry 150L'Autore Matthew Henry (1662-1714) è stato considerato uno dei piú grandi espositori della Bibbia. Il commentario da lui scritto esamina a fondo, versetto per versetto, l'intera Bibbia, dalla Genesi all'Apocalisse. La sua opera, redatta originariamente in inglese, è stata tradotta in francese, in spagnolo e in altre lingue, e adesso, finalmente, è disponibile anche in italiano.
Il commentario di Matthew Henry è uno dei piú apprezzati nel mondo evangelico; esso ha influenzato i leader religiosi del XVIII secolo, sia gli arminiani come Wesley, sia i calvinisti come Whitef
ield. Gli inni di William Cowper, ad esempio, sono stati ispirati dallo spirito e persino dal frasario di Matthew Henry.
Nel leggere il commento su Levitico 8:35, si possono riconoscere le parole che Charles Wesley piú tardi usò nell'inno A charge to keep I have. Addirittura intere frasi di questo commentario sono diventate epigrammi popolari nella lingua inglese. C.H. Spurgeon, conosciuto come il "principe dei predicatori", ebbe a dire a proposito che "ogni ministro dovrebbe leggere l'opera di Matthew Henry interamente e attentamente almeno una volta nella vita".
Il noto predicatore Gorge Whitefield lesse il Commentario per intero ben quattro volte prostrato sulle ginocchia e parlava sempre del grande Matthew Henry verso il quale sapeva di essere debitore. Però, ciò che piú conta è che la sua interpretazione della Parola di Dio ha aiutato a creare e a rafforzare gli standard di moralità secondo i quali il cristiano modella e dirige la sua vita.
La presente edizione, con i suoi 12 volumi e circa 10.000 pagine di commento, può essere annoverata tra le opere evangeliche piú consistenti mai pubblicate in lingua italiana.


MATTEW HENRY
Dal Volume
,
riportiamo per Vs. beneficio
,
la spiegazione dei vers. da
1 a 24 del cap. 3 di Genesi

1 Vol Mattew Henry

CAPITOLO 3
Non v’è forse in tutta la Bibbia una storia piú triste, se considerata nel complesso, di quella riportata in questo capitolo. Nei precedenti capitoli abbiamo avuto la piacevole visione della santità e felicità dei nostri progenitori, della grazia e del favore di Dio, della pace e bellezza di tutto il creato: tutto era buono, molto buono. Ma qui la scena cambia completamente: c’è il racconto del peccato e della caduta in disgrazia dei nostri progenitori, dell’ira e della maledizione di Dio contro di loro, del turbamento della pace del creato, della sua bellezza macchiata e offuscata. Tutto è negativo, molto negativo. «
Come può l’oro aver perso lucentezza e l’oro piú fine non essere piú tale?». Possa questo triste ricordo avere il piú profondo effetto sui nostri cuori! Tutto ciò, infatti, ci riguarda da vicino: che non sia per noi solo una semplice storiella. Il contenuto generale di questo capitolo lo ritroviamo nella lettera ai Romani (5:12): per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, cosí la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Piú in particolare, qui troviamo i punti seguenti.

I.
L’uomo e la donna sono tentati, v. 1-5.

II. Trasgrediscono, vv. 6-8.

III.
I trasgressori sono messi sotto accusa, vv. 9, 10.

IV.
Gli stessi, chiamati in giudizio, sono dichiarati colpevoli, vv. 11-13.

V. Dichiarati colpevoli, sono condannati, vv. 14-19.

VI.
Pur condannati, la sentenza viene sospesa, vv. 20, 21.

VII.
Anche se sospesa, la pena viene parzialmente eseguita, vv. 22-24. E se non fosse per la dichiarazione di grazia a cui si fa qui cenno - la redenzione per mezzo della progenie promessa - essi, e tutta la loro colpevole razza corrotta, sarebbero stati abbandonati a una disperazione senza fine.

3:1-5

Qui abbiamo il racconto della tentazione: Satana attaccò i nostri progenitori e li indusse a peccare. Questo ebbe conseguenze fatali per loro e per tutta la razza umana. Qui si può notare che:
I.
Il tentatore, cioè il diavolo, si presentò sotto forma di un serpente.

1. È stato proprio il diavolo - il serpente antico, Satana (Ap 12:9) - ad ingannare Eva. Egli è uno spirito maligno che in origine era stato creato come angelo di luce ed era un servitore molto vicino al trono di Dio. A causa del suo peccato perdette la sua posizione primitiva e divenne un ribelle nei confronti della maestà e dignità di Dio. Miriadi di angeli caddero, ma chi attaccò i nostri progenitori fu certamente il principe dei diavoli, il capo dei ribelli. Questi, dopo aver peccato, divenne tentatore, cioè cercò di indurre altri al peccato, colmo d’ira contro Dio e la sua gloria, pieno d’invidia nei confronti dell’uomo e della sua felicità. Satana sapeva bene che avrebbe potuto rovinare l’uomo se soltanto fosse riuscito a traviarlo. Balaam non era riuscito a maledire Israele, ma poté tentarlo (Ap 2:14). Il piano di Satana era quello di trascinare nel peccato i nostri progenitori, cosí da metterli l’uno contro l’altro e separarli dal loro Dio: egli fu, sin dall’inizio, un omicida e un gran seminatore di zizzania. L’intera razza umana non aveva allora che un solo punto debole, e contro quello Satana sferrò il suo micidiale colpo. Ancora oggi egli è il nostro avversario e nemico.

2. Si trattava proprio del diavolo sotto le sembianze del serpente. Se fosse solo l’aspetto visibile e l’apparenza del serpente (alcuni pensano ai serpenti di cui si legge in Es 7:12), o se invece fosse un vero e proprio serpente guidato e posseduto dal diavolo, non è certo. Con il permesso di Dio, sia l’uno sia l’altro caso sarebbero stati comunque possibili. Fatto è che il diavolo scelse di agire nelle sembianze del serpente per i seguenti motivi:

(a) Perché era una creatura dotata di fascino. Animale dalla pelle maculata e screziata, la sua andatura a quel tempo era eretta. Forse era un serpente volante che sembrava venire dall’alto, come un messaggero del mondo celeste, uno dei serafini. Infatti, i “serpenti di fuoco” erano volanti (i draghi volanti di cui si legge in Is 14:29). Spesso le tentazioni si presentano a noi ammantate di sfavillanti colori, che però sono solo un’apparenza, e sembrano provenire dall’alto. Infatti Satana sa presentarsi come un angelo di luce.

(b) Perché era una creatura ingegnosa, e di ciò si ha piú d’una conferma. Ci sono molti esempi dell’astuzia del serpente, sia nell’offendere sia nel mettersi in salvo. Noi stessi siamo invitati a essere prudenti come serpenti. Ma questo serpente, mosso dal diavolo, era senza dubbio piú astuto di qualsiasi altro. Infatti Satana, benché abbia perso la santità, conserva la sagacia di un angelo ed è ingegnoso nel commettere il male. Egli sapeva che gli sarebbe convenuto servirsi del serpente: per raggiungere i suoi scopi, niente è piú utile al diavolo del suo ingegno malsano. Non siamo in grado di dire che cosa pensasse Eva di questo serpente. Forse nemmeno lei stessa riusciva a farsene un’opinione. All’inizio avrà forse pensato a un angelo buono, poi avrà sospettato che ci fosse qualcosa che non andava. È degno di nota il fatto che molti pagani idolatri adorino il diavolo sotto le sembianze di un serpente, confessando la loro adesione a quello spirito di apostasia e indossando i suoi colori.

II. A essere tentata fu la donna, mentre si trovava sola, lontana dallo sposo, ma vicina all’albero proibito. Si noti l’astuta tattica del diavolo; egli infatti:

1. Incomincia col sedurre il vaso piú delicato con l’arma della tentazione. Per quanto perfetta nel suo genere, tuttavia è lecito pensare che Eva fosse inferiore ad Adamo quanto a conoscenza, forza e presenza di spirito. C’è chi pensa che Eva avesse avuto la proibizione non direttamente da Dio, ma “di seconda mano” da suo marito, e perciò fosse piú facile convincerla a non dar peso al divieto.

2. Attacca discorso con lei quando è sola. Se Eva si fosse trovata in compagnia dell’uomo, dal cui fianco era stata tratta, non si sarebbe trovata cosí esposta. Ci sono molte tentazioni grandemente favorite dalla solitudine, ma la comunione dei santi contribuisce notevolmente a dar forza e sicurezza.

3. Approfitta del fatto di averla trovata vicino all’albero proibito, forse con lo sguardo fisso sul suo frutto, probabilmente solo per curiosità. Chi non vuole mangiare il frutto proibito non dovrebbe neanche avvicinarsi all’albero proibito: «Schivala, non passare per essa» (Pr 4:15).

4. Satana tenta Eva per poi tentare Adamo per mezzo di lei. Cosí pure tentò Giobbe mediante sua moglie, e Cristo per mezzo di Pietro. Fa parte della sua tattica presentare la tentazione per mezzo di mani non sospette, e tramite chi ha piú credito e influenza su noi.

III. Il tentatore usa la tattica della mistificazione. Spesso nelle Scritture si parla del pericolo che corriamo a causa delle tentazioni di Satana, dei suoi raggiri (2 Co 2:11), delle sue profondità (Ap 2:24), delle sue insidie (Ef 6:11). A questo proposito gli esempi di maggior rilevanza sono quelli in cui egli tenta i due Adami, riportati in questo capitolo e in Matteo 4. Qui Satana ha prevalso, ma nell’altro caso il suo tentativo andrà a vuoto. Qualunque cosa abbia detto a loro - sui quali peraltro non poteva far presa, per l’assenza di corruzione in essi - egli parla in noi attraverso i nostri cuori fallaci e carnali. Perciò i suoi assalti sono meno riconoscibili, ma non per questo meno pericolosi. Lo scopo del diavolo era convincere Eva a cogliere il frutto proibito e a questo scopo egli usò lo stesso sistema di cui si serve ancor oggi: insinuò il dubbio che quell’azione non fosse in realtà un peccato (v. 1). Egli negò che il frutto rappresentasse un pericolo (v. 4); anzi suggerí che se ne poteva trarre un gran beneficio (v. 5). E tali sono le argomentazioni tipiche di Satana.

1. Egli mise in dubbio che fosse peccato mangiare il frutto dell’albero e che il frutto stesso fosse proibito.

(a) Egli disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiarne?». La prima parola, nell’introdurre l’argomento, sembra rinviare a qualcosa di già detto prima, forse a un parlottare fra sé di Eva. Satana lo colse al volo per “innestarvi” questa sua domanda. A volte i nostri pensieri si susseguono l’uno all’altro senza un nesso apparente, fino a condurci, forse, a qualcosa di male. Si noti che: [1] Satana non scopre subito le sue carte, ma pone una domanda apparentemente innocente: «Ascolta, mi è parso di sentire una notizia, te ne chiedo conferma: è vero che Dio ti ha proibito di mangiare il frutto di quest’albero?». È cosí che Satana attacca discorso, inducendo Eva a parlare. Chi vuole stare al sicuro deve essere guardingo, evitando di discutere con il tentatore. [2] Egli cita il comando divino in maniera distorta, come se fosse una proibizione non solo di quell’albero, ma di tutti. Dio aveva detto: Potete mangiare da ogni albero, tranne che da uno solo. Satana, per far pesare maggiormente il divieto, cerca di invalidare la concessione: Come, Dio ha detto di non mangiare da nessun albero? La legge divina non può essere criticata se non viene prima travisata. [3] Sembra parlare di questo con ironia, quasi rimproverando alla donna la sua ritrosia nel toccare l’albero. È come se dicesse: «Ma come sei ligia e scrupolosa, solo perché Dio ti ha detto: Non dovete mangiarne». Il diavolo è tanto bugiardo quanto beffeggiatore, sin dal principio: e gli schernitori, allora come oggi, sono suoi figli. [4] Col suo primo attacco egli mira a farle smarrire il senso dell’obbligatorietà del comando divino: «Siete sicuramente in errore, Dio non può certo tenervi lontani da quest’albero: non farebbe mai una cosa cosí irragionevole». Osserviamo l’astuzia tipica di Satana: far sembrare incerta o irrazionale la legge divina per indurre le persone a trasgredirla. Per contro, è saggio da parte nostra mantenere intatta una fede ferma e un alto rispetto per il comando di Dio. Egli non ha forse detto: «Non mentire, non nominare il nome di Dio invano, non ubriacarti», e cosí via? «Sí, sono sicuro che è proprio cosí; sono cose ben dette, a cui, per sua grazia, tengo fede, per quanto il tentatore possa suggerire il contrario».

(b) In risposta alla domanda del tentatore, la donna fa un resoconto schietto e accurato della legge alla quale lei e Adamo sono vincolati (vv. 2, 3). Qui si può rilevare che: [1] È segno di debolezza da parte di Eva attaccare discorso con il serpente. Avrebbe potuto intuire dal tipo di domanda che egli non aveva buone intenzioni. Perciò avrebbe potuto tirarsi indietro con un «Vattene via da me, Satana, tu mi offendi». Ma la curiosità, forse la sorpresa nel sentir parlare un serpente, la indusse a proseguire la conversazione. È pericoloso intrattenersi con una tentazione, si dovrebbe respingerla subito con sdegno e ripugnanza: la guarnigione che chiede di parlamentare non è lontana dalla resa. Chi vuole stare al riparo dal male deve pure stare lontano dalle sue vie (Pr 14:7; 19:27). [2] Sarebbe stato saggio da parte di Eva mettere l’accento sulla libertà che Dio aveva concesso loro, in risposta alla maliziosa insinuazione del serpente, secondo cui Dio li aveva posti nel paradiso solo per far loro soffrire il supplizio di Tantalo alla vista di frutti cosí belli e invitanti, ma proibiti. «Ma certo - poteva dire - possiamo mangiare il frutto degli alberi grazie al nostro Creatore: ne abbiamo a disposizione una grande abbondanza e varietà». Per evitare di sentirci a disagio con le restrizioni imposte dalla religione, è bene volgere spesso lo sguardo alle libertà e alle consolazioni che essa ci offre. [3] È un indizio della sua risolutezza l’essere ligia al comando e ribadirlo fedelmente, mostrando che per lei era una certezza indiscutibile: «Dio ha detto - e ne sono assolutamente sicura - non mangerete del frutto di quest’albero», e quel che Eva aggiunge - né dovrete toccarlo - pare lo abbia fatto con la migliore intenzione, non (come pensano alcuni) perché tacitamente rimuginasse sull’eccessiva severità del comando (Non toccarlo, non assaggiare, non maneggiare, Cl 2:21), ma solo per mettervi intorno una barriera: «Non dobbiamo mangiarlo, perciò nemmeno dobbiamo toccarlo. È assolutamente vietato e l’autorità della proibizione è per noi sacra. » [4] Eva sembra un po’ esitante circa le minacce, e non è cosí minuziosa e fedele nel ripeterle come aveva fatto per il comando. Dio aveva detto: Nel giorno in cui lo mangerai certamente morrai, ma lei tiene conto solo di: altrimenti morirete. Osserva che la fede titubante e le decisioni esitanti danno al tentatore molti punti di vantaggio.

2. Satana nega che ci sia qualche pericolo insistendo che, anche se avessero trasgredito l’ordine di Dio, non sarebbero incorsi in nessuna sanzione: «No, non morirete affatto» (v. 4) afferma, in diretta contraddizione con quanto Dio aveva detto. Oppure:

(a) «Non è sicuro che voi morirete (cosí leggono altri). Non è poi cosí certo come pensate voi». Cosí Satana cerca di far traballare ciò che non può rovesciare, e nega la forza delle minacce divine, mettendo in dubbio la certezza di Adamo ed Eva. E, una volta innescato il sospetto di una possibile falsità o inganno in una qualsiasi parola di Dio, si apre la porta all’infedeltà piú esplicita. Satana insegna agli uomini prima a dubitare e poi a negare: prima li rende scettici per farli scivolare gradatamente verso l’ateismo.

(b) «È certo che non morirete», cosí leggono altri. Per sostenere questa sua contraddizione alla legge divina, Satana capovolge la stessa frase che Dio aveva usato esplicitamente per ratificare le minacce. Egli comincia con il mettere in dubbio il comando in questione (v. 1); poi, vedendo che la donna intende conformarvisi, abbandona l’argomento e ritorna alla carica mettendo in dubbio le minacce divine, lí dove percepisce l’insicurezza di Eva. Satana, infatti, sta sempre all’erta, spiando tutte le occasioni favorevoli, pronto a sfondare il muro nel punto piú debole. Di sicuro non morirete: questo era falso, una bugia bell’e buona, per parecchie ragioni: [1] Era contraria alla parola di Dio, che riconosciamo assolutamente vera (1 Gv 2:27). Poiché si trattava di menzogna, non poteva essere attribuita a Dio stesso. [2] Era contraria a quanto Satana stesso ben conosceva. Quando Satana disse loro che non c’era alcun pericolo nella disubbidienza e nella ribellione, diceva qualcosa che, per sua dolorosa esperienza, sapeva essere falso. Egli stesso aveva infranto la legge della creazione di Dio, scoprendo a sue spese le tragiche conseguenze della ribellione; ciononostante afferma, rivolto ai nostri progenitori, che non moriranno. Nasconde cosí la sua sventura, pur di trascinarli in una condizione pari alla sua. È questo il modo in cui ancor oggi Satana inganna i peccatori, per portarli alla rovina. Dice loro che, anche se dovessero peccare, non moriranno. E in ciò riscuote piú credito di Dio stesso che invece afferma: Il salario del peccato è la morte. La speranza dell’impunità fa da solido puntello a ogni iniquità e mancanza di ravvedimento. «Avrò pace, anche se camminerò secondo la caparbietà del mio cuore» (De 29:18).

3. Promette che ne trarranno vantaggio (v. 5), e prosegue il suo attacco, un attacco alle radici, un colpo fatale al tronco dell’albero di cui noi, discendenti, siamo i rami. Non solo dà assicurazione che non ci rimetteranno niente, impegnandosi cosí a salvarli da ogni danno; ma (se mai fossero cosí insensati da fidarsi di uno che era andato lui stesso in bancarotta) li assicura che ci guadagneranno, che ne trarranno un enorme vantaggio. Satana non sarebbe riuscito a convincerli di rischiare una possibile rovina, se non avesse suggerito un molto probabile miglioramento della loro condizione.

(a) Satana insinua in loro che avranno grandi miglioramenti mangiando questo frutto. E adatta la tentazione allo stato di purezza in cui Adamo ed Eva si trovavano allora, proponendo non qualche piacere carnale o gratificazioni materiali, ma soddisfazioni puramente intellettuali. Questa fu l’esca che mise al suo amo: [1] «I vostri occhi si apriranno: avrete ancor piú potere e piacere nella contemplazione di quanto ne avete ora; il vostro orizzonte intellettuale si amplierà e vedrete, in confronto a oggi, piú a fondo nelle cose». Parlava come se in quel momento essi fossero di vista debole o appannata, facendo loro balenare quel che sarebbero potuti diventare. [2] «Sarete come dèi, come Elohim, dèi potenti: non solo onniscienti, ma anche onnipotenti». Ovvero: «Sarete come Dio stesso, uguali a lui, suoi rivali. Sarete sovrani e non piú sudditi, autosufficienti e non piú dipendenti». Non c’è suggerimento piú assurdo! Come se fosse possibile, per delle creature nate ieri, diventare simili al loro Creatore, che è dall’eternità. [3] «Conoscerete il bene e il male, cioè ogni cosa che è desiderabile conoscere». Per dar credito a questa parte della tentazione, Satana fa cattivo uso del nome dato a quest’albero. Esso era inteso a dare una conoscenza pratica del bene e del male, cioè a far sperimentare la differenza tra ubbidienza e disubbidienza, felicità ed infelicità. In questo senso, il nome dell’albero era un chiaro avvertimento a non mangiarne il frutto. Satana però ne perverte il senso e lo distorce a loro danno, dando ad intendere che quest’albero avrebbe dato una conoscenza speculativa e astratta della natura delle cose, della loro varietà, degli elementi originari della realtà. [4] E tutto questo subito: «Nel giorno che ne mangerete avverrà in voi un improvviso e immediato cambiamento in meglio». Con tutte queste insinuazioni egli ora mira a generare in loro: Primo, il malcontento per la loro condizione attuale, come se non fosse la migliore possibile. Notiamo che nessuna condizione porta contentezza di per se stessa, se la nostra mente non la reputa soddisfacente. Evidentemente per Adamo il paradiso non era ancora abbastanza, come per gli angeli decaduti la loro condizione originaria (Gd 6). Secondo, la sete di potere, come se Adamo ed Eva fossero idonei a diventare dèi. Satana si è rovinato quando ha voluto diventare come l’Altissimo (Is 14:14); perciò ora cerca di contaminare i nostri progenitori con la stessa ambizione, affinché subiscano la sua stessa rovina.

(b) Egli insinua che Dio non ha di mira il loro bene nel proibire loro questo frutto. «Dio sa bene il livello che potreste raggiungere; ecco perché ve lo ha proibito, per invidia e malanimo nei vostri confronti». Come se Dio non permettesse loro di mangiare il frutto dell’albero per paura che diventino consapevoli delle proprie potenzialità e non si accontentino piú di rimanere in stato d’inferiorità, perché ormai in grado di rivaleggiare con lui. Oppure, come se Dio non vedesse di buon occhio il loro progresso e temesse che, mangiando il frutto dell’albero, gli avrebbero sottratto onore e felicità. Ebbene: [1] Questo era un grande affronto a Dio, l’insinuazione piú indegna che si potesse fare, come se egli avesse paura delle proprie creature. Ma, ancor peggio, era un affronto alla sua bontà, quasi che egli odiasse l’opera delle sue stesse mani e non volesse la felicità delle sue creature. Come è possibile travisare a tal punto il carattere e le intenzioni di Dio? Egli non ha mai agito cosí. Satana, che è l’accusatore dei fratelli davanti a Dio (Ap 12:10), è anche l’accusatore di Dio davanti agli uomini. Egli semina discordia ed è il padre di tutti quelli che si comportano in questo modo. [2] Questa era la trappola piú pericolosa per i nostri progenitori, allo scopo di distogliere il loro affetto da Dio e farli recedere dall’alleanza con lui. E ancor oggi il diavolo attira molti dalla sua parte, insinuando cattivi pensieri su Dio e prospettando falsi benefici ed opportunità raggiungibili attraverso il peccato. Che si possa invece, contrariamente a Satana, pensare sempre bene di Dio come del bene migliore e pensare male del peccato come del peggiore dei mali: resistiamo dunque al diavolo ed egli fuggirà lontano da noi.

3:6-8
Qui vediamo come si conclude la discussione tra Eva e il tentatore. Satana alla fine ha la meglio e la fortezza è conquistata d’astuzia. Dio aveva messo alla prova l’ubbidienza dei nostri progenitori proibendo loro l’albero della conoscenza; Satana li induce a mettere in discussione l’operato di Dio e a dubitare di lui, e cosí li convince a trasgredire. Vediamo che egli ha prevalso, ma solo perché Dio lo ha permesso per i suoi saggi e santi scopi. Vediamo con quali lusinghe essi furono indotti alla trasgressione. La donna, ingannata dalle manovre e dagli artifici del tentatore, fu a capo della rivolta (1 Ti 2:14). Fu lei la prima a cadere, a causa delle sue personali considerazioni o, piuttosto, delle sue mancate considerazioni.

I. Eva non vedeva niente di male in quest’albero, non piú che negli altri. Si è già detto che tutti gli altri alberi da frutta piantati nel giardino di Eden erano piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi (Ge 2:9). Ora, ai suoi occhi, quest’albero non era diverso dagli altri. Sembrava buono per nutrirsi come qualsiasi altro, né le pareva di scorgere nel colore dei suoi frutti alcuna minaccia di morte o un qualche pericolo: era piacevole alla vista come tutti gli altri. Perciò, «che male potrebbe farci? Perché proprio questo dovrebbe essere proibito e non un altro?». Quando si giunge a pensare che nel frutto proibito non vi sia male alcuno, non piú che negli altri frutti, il peccato è già alla porta e Satana sta per vincere la partita. Anzi, forse a Eva quel frutto sembrava migliore degli altri, piú gradevole al palato e piú nutriente, cosí come ai suoi occhi risultava piú attraente di ogni altro frutto. Anche noi spesso siamo tratti in inganno dalle lusinghe di desideri disordinati, pur di soddisfare i nostri sensi. Ma anche se non fosse stato piú invitante degli altri, il semplice fatto che era stato proibito lo rendeva il piú concupito. Che fosse o non fosse cosí per Eva, fatto sta che in noi (cioè nella nostra carne, nella nostra natura corrotta) alberga uno strano spirito di contraddizione: Nitimur in vetitum - desideriamo ciò che è proibito.

II. Eva immaginava che ci fossero piú pregi in quest’albero che non negli altri, che non solo fosse un albero del quale non avere alcun timore, ma anzi da desiderare per acquisire sapienza, perché da questo punto di vista superava di gran lunga tutti gli altri. Eva si fece questa opinione dell’albero, percependolo e giudicandolo in base a quello che le aveva suggerito il diavolo. C’è chi pensa che essa vide il serpente mangiare il frutto dell’albero e che questi le dicesse che proprio grazie a quell’albero aveva acquisito le facoltà della parola e della ragione: da ciò Eva arguí che l’albero aveva il potere di rendere sapienti, e fu indotta a pensare: «Se ha reso razionale una bestia, perché non può rendere divina una creatura razionale?». Notiamo che la brama di conoscenze non indispensabili, camuffate da sapienza, si rivela dannosa e distruttiva per tanti. I nostri progenitori, che pure sapevano tante cose, proprio questo non avevano capito: che sapevano a sufficienza. Cristo è l’albero che dovremmo desiderare per acquisire sapienza (Cl 2:3; 1 Co 1:30). Nutriamoci per fede di lui, per essere sapienti in ciò che concerne la salvezza. Nel paradiso celeste, l’albero della conoscenza non sarà un albero proibito. Perciò lassú conosceremo come siamo stati conosciuti. Il nostro anelito sia dunque per quel luogo. E, nel frattempo, non esercitiamoci in cose troppo elevate o profonde per noi, e non sforziamoci di essere saggi oltre quanto è scritto. I passi della trasgressione non sono passi verso l’alto, ma verso il basso, verso la fossa, passi che portano dritto all’inferno. Ecco le tappe che condussero Eva a peccare:

1. Eva vide. Essa avrebbe dovuto stornare la propria attenzione per non farsi prendere dalla vanità. Invece cadde in tentazione soffermandosi a guardare con voluttà il frutto proibito. Un gran numero di peccati si affaccia a noi attraverso gli occhi: è attraverso questa finestra che Satana scaglia i suoi dardi infocati che penetrano nel cuore avvelenandolo. Attraverso l’occhio il male giunge al cuore, provocando senso di colpa e malcontento. Perciò, seguendo l’esempio di Giobbe, facciamo un patto con i nostri occhi, affinché lo sguardo non si fissi su ciò che ci può indurre in concupiscenza (Pr 23:31; Mt 5:28). Che il timore di Dio ci faccia sempre da velo davanti agli occhi (Ge 20:16).

2. Eva prese. Fu lei ad agire cosí, fu una sua azione. Non fu il diavolo a prendere il frutto e a metterglielo in bocca, come se lei fosse titubante a farlo;fu proprio lei a cogliere il frutto. Satana può sí tentare, ma non può forzare, ci può convincere a buttarci giú, ma non può gettarci lui stesso (Mt 4:6). L’atto di cogliere il frutto fu da parte di Eva un vero e proprio furto, come per Acan quando prese dell’interdetto (Gs 7:1), sottraendo quanto non gli apparteneva. Questo è però certo: Eva prese il frutto con mano tremante.

3. Eva mangiò. Forse, quando lo stava guardando, non intendeva prenderlo né mangiarlo. Dopo che l’ebbe colto, comunque, questo fu il risultato finale. Notiamo che la via del peccato è tutta in discesa: non ci si può piú fermare, per quanto lo si voglia. Il suo inizio è come lo scaturire dell’acqua da una sorgente, cui è davvero arduo dire: «Continua a sgorgare fino a quando te lo dico io, poi basta». È perciò prudente da parte nostra sopprimere le prime emozioni causate dal peccato, abbandonandole prima di esserne invischiati: Obsta principiis - Stronca dall’inizio il germe del peccato.

4. Eva ne diede anche a suo marito. È probabile che Adamo non fosse con Eva quando questa fu tentata (sicuramente, in questo caso, si sarebbe frapposto per prevenire il peccato), ma che sopraggiungesse quando ormai lei aveva mangiato il frutto. Cosí non fu difficile per Eva convincere Adamo a mangiarne anche lui. Infatti è piú facile insegnare il male che il bene. Eva diede il frutto ad Adamo, persuadendolo con le stesse argomentazioni che il serpente aveva usato con lei. A queste poi aggiunse il dato di fatto che lei stessa lo aveva mangiato e non lo aveva affatto trovato mortale, ma anzi estremamente piacevole e gradevole: l’acqua rubata è sempre dolce. Lei diede il frutto allo sposo, con tutta la parvenza della cortesia (non si sarebbe mai permessa di assaggiarlo solo lei); fu invece la piú grande scortesia che gli avrebbe mai potuto fare. O, forse, può darsi che gliel’abbia dato per condividere con lui l’infelice destino, nel caso che il frutto si fosse dimostrato dannoso. Questo però apparirebbe un’azione davvero meschina. In ogni caso, è veramente difficile entrare nel cuore di chi ha mangiato il frutto proibito. Ma molto spesso chi ha commesso il male è portato volontariamente a indurre altri a fare la stessa cosa. Come aveva fatto il diavolo, cosí fece Eva, che da quel momento non fu solo una peccatrice ma anche una tentatrice.

5. Adamo mangiò, cedendo all’insistenza della moglie. È superflua la domanda: «Quali sarebbero state le conseguenze se a disubbidire fosse stata Eva soltanto?». La saggezza di Dio, ne siamo certi, avrebbe risolto questa difficoltà secondo giustizia. Ma, purtroppo, anch’egli mangiò il frutto. «Ma che cosa ha fatto Adamo di cosí grave?» potrebbe chiedersi qualcuno che ragioni in modo vano e carnale. Si tratta in realtà di un’azione molto riprovevole, perché implica sfiducia nella parola di Dio e, allo stesso tempo, fiducia in quella del diavolo. E poi, scontentezza per la sua situazione attuale, orgoglio per i propri meriti, ambizione di un onore non proveniente da Dio, invidia della Sua perfezione e, infine, indulgenza agli appetiti del corpo. Nel trascurare l’albero della vita il cui frutto gli era permesso, e nel mangiare quello dell’albero della conoscenza che invece gli era proibito, Adamo mostrò un aperto disprezzo del favore concessogli da Dio e una preferenza per quelle cose che Dio non reputava adatte a lui. Adamo avrebbe voluto essere artefice e maestro di se stesso; gli sarebbe piaciuto ottenere ciò che era di suo gradimento e fare di testa sua: il suo peccato era, in una parola, la disubbidienza (Ro 5:19). Era disubbidienza a un chiaro, semplice ed esplicito comando, la cui funzione, come forse egli ben sapeva, era di metterlo alla prova. Egli peccò contro la grande conoscenza, contro i tanti doni del cielo, contro la luce e l’amore, la luce piú chiara e l’amore piú affettuoso contro cui mai peccatore peccò. Né c’era in lui una qualche natura corrotta che lo potesse fuorviare. Anzi era dotato di libera volontà, non forzata, ed era nelle sue piene capacità, non certo indebolito o menomato; tuttavia abbandonò tutte queste sue prerogative all’istante. C’è chi pensa che sia caduto nel giorno stesso in cui fu creato, ma non si vede come ciò possa conciliarsi con le parole di Dio alla fine di quello stesso giorno: tutto era molto buono. Altri pensano che sia caduto il giorno di sabato, il giorno migliore per l’avvenimento peggiore. In ogni caso, ciò che sembra certo è che Adamo mantenne la sua integrità per poco tempo. Pur essendo in grande onore, non vi rimase a lungo. Ma ciò che aggravò ancor piú la sua colpa fu che egli coinvolse tutta la sua discendenza nel peccato e nella conseguente rovina. Siccome Dio gli aveva detto che la sua discendenza avrebbe riempito la terra, egli non ignorava di essere là come “pubblico rappresentante”, e che la sua disubbidienza sarebbe stata fatale per tutto il genere umano. Quindi la sua fu, senza dubbio, la piú grande slealtà e la peggiore atrocità mai commessa. Essendo infatti la natura umana pienamente “insediata” nei nostri progenitori, da quel momento in poi non poteva che essere trasmessa ai discendenti privata dei suoi diritti originari. E tutto questo a causa della loro colpa: una macchia di disonore, una “malattia ereditaria” dovuta al peccato e alla corruzione. Come possiamo ancora sostenere che il peccato di Adamo sia stato solo un male di poca portata?

III. Le conseguenze della trasgressione. Vergogna e paura assalirono immediatamente - ipso facto - i due criminali: esse entrarono nel mondo assieme al peccato e tuttora lo accompagnano.

1. La vergogna li invase (v. 7). Si noti:

(a) Il profondo senso di colpa che li assalí: Si aprirono gli occhi ad entrambi. Non certo gli occhi del corpo (che erano già aperti, come appare evidente, dato che il peccato si era fatto strada attraverso la vista). Gli occhi di Gionatan si illuminarono quando egli mangiò il cibo proibito (1 S 14:27) e la sua vista fu rischiarata; ma non fu cosí per Adamo ed Eva. Né ciò sta ad indicare un qualche progresso nella vera conoscenza. Ad aprirsi furono gli occhi della loro coscienza, mentre i loro cuori cominciarono a battere forsennatamente per quello che avevano fatto. Troppo tardi Adamo ed Eva compresero la follia di aver mangiato il frutto proibito: videro la loro felicità svanire e si resero conto della condizione miserabile in cui erano precipitati. Videro il loro amorevole Dio irritato; la sua grazia e il suo favore venir meno. Si accorsero che non erano piú a sua immagine e somiglianza e videro svanire il loro dominio sulle creature.Divennero consapevoli della loro natura corrotta e sentirono un disagio interiore mai provato prima. Sentirono una legge nelle loro membra che guerreggiava contro la legge delle loro menti, entrambe assoggettate al peccato e all’ira. Videro, come Balaam quando gli si aprirono gli occhi (Nu 22:31), l’angelo del Signore che stava sulla strada con la spada sguainata, e forse scorsero il serpente che li aveva sedotti schernirli. Il testo ci dice che essi si accorsero di essere nudi. Ecco alcune considerazioni in merito:[1] Essi furono spogliati di tutti gli onori e le gioie della loro condizione paradisiaca, ed esposti a tutta la sventura che ci si può giustamente aspettare da un Dio irato. Essi erano inermi: avevano perso ogni protezione e difesa. [2] Essi furono disonorati, svergognati per sempre davanti a Dio e agli angeli. Si videro spogliati di tutte le loro decorazioni e insegne onorifiche, degradati dal loro stato di dignità e disonorati al massimo grado, esposti alla berlina e dati in pasto al disprezzo del cielo, della terra e della loro coscienza. Possiamo notare: Primo, quale disonore e turbamento provochi il peccato. Esso è fonte di discordia là dove è tollerato, mette gli uomini l’uno contro l’altro, perturba la loro pace e distrugge il loro benessere. Prima o poi tutti i peccatori proveranno vergogna: o quella derivante da un vero ravvedimento che conduce alla salvezza e alla gloria; o la vergogna e l’onta eterna con cui i malvagi risusciteranno il giorno del giudizio. Il peccato è un’onta per chiunque. Secondo, che grande mistificatore è Satana. Egli aveva assicurato ai nostri progenitori che i loro occhi si sarebbero aperti, e cosí fu: ma non nel senso che essi intendevano.I loro occhi si aprirono alla vergogna e all’angoscia, non all’onore né al progresso. Perciò, quando Satana ci lusinga con belle parole, non diamogli retta. Alcuni peccatori ipocriti cercano furbescamente di giustificarsi adducendo la scusante che sono stati tratti in inganno: ma non è certo una scusa valida davanti a Dio.

(b) Il misero sotterfugio cui Adamo ed Eva ricorsero per sfuggire alla condanna: unirono - intrecciarono - delle foglie di fico; e per coprire almeno parte della loro vergogna l’uno nei confronti dell’altro, se ne fecero delle cinture. Qui si può vedere la tipica stoltezza di chi ha commesso un peccato. [1] Essi sono piú preoccupati di salvare la faccia di fronte agli uomini che di farsi perdonare da Dio. Esitano a confessare il loro peccato e, per quanto possibile, vogliono nasconderlo. «Avrò pure peccato, ma onorami lo stesso» diceva Saul (1 S 15:30). [2] Le scuse addotte dagli uomini per coprire e attenuare i loro peccati sono inutili e frivole. Come nel caso delle cinture o delle foglie di fico, non migliorano la situazione, anzi la peggiorano. La vergogna, nascosta in modo cosí maldestro, diventa ancor piú evidente. E tuttavia anche noi, come Adamo ed Eva, siamo sempre tanto inclini a coprire le nostre trasgressioni (Gb 31:33).

2. La paura li attanagliò immediatamente, dopo che ebbero mangiato il frutto proibito (v. 8). Si noti:

(a) La causa della loro paura: essi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera. Fu l’avvicinarsi del Giudice a incutere loro paura. Eppure, il modo con cui venne loro incontro poteva spaventare solo chi avesse avuto la coscienza sporca. Si suppone che Dio si presentasse loro in forma umana e che Colui che giudicò l’umanità di allora sarà lo stesso che la chiamerà in giudizio l’ultimo giorno: sarà proprio quell’uomo che Dio ha incaricato. Egli apparve loro in quella circostanza (cosí parrebbe) sotto le stesse sembianze con cui l’avevano visto quando li aveva insediati nel paradiso terrestre. Infatti egli venne loro incontro per convincerli a umiliarsi, non per sorprenderli e terrorizzarli. Non venne nel giardino piombando improvvisamente dal cielo, come avvenne in seguito sul monte Sinai (ammantato di spesse tenebre o su un carro fiammeggiante). Al contrario, fece il suo ingresso nel giardino come chi volesse continuare a rimanere loro amico. Venne camminando, non correndo, non volteggiando; ma, deliberatamente con il suo passo abituale, come chi è lento all’ira. Questo ci deve insegnare che, anche quando ci sentiamo provocati, non dobbiamo mai perdere la calma o essere impulsivi, ma dobbiamo parlare e agire soppesando ogni cosa, senza precipitazione. Dio si presentò all’imbrunire, non di notte, quando ogni paura è doppiamente tale, né in pieno giorno, perché non venne al colmo dell’ira. Nessuna ira è in Lui (Is 27:4). Né sopraggiunse di colpo. Infatti essi udirono la sua voce preannunciare a una certa distanza la sua presenza. Probabilmente, era pure una voce sommessa, come quando Dio si rivolse a Elia. C’è chi pensa che essi lo udirono mentre parlava tra sé del peccato di Adamo, e dell’eventuale pena da comminargli, forse cosí come fece nei confronti d’Israele (Os 11:8, 9): Come farei a lasciarti? O, piuttosto, sentirono che li chiamava mentre si avvicinava.

(b) Il risultato della loro paura: Si nascosero dalla presenza di Dio il Signore. Che triste cambiamento! Prima della caduta, all’udire la voce del loro Signore che si avvicinava, erano pronti a corrergli incontro e a dare il benvenuto alla sua benevola visita con umile gioia. Ma ora la situazione era completamente cambiata, Dio era diventato per loro occasione di sgomento; non v’è quindi da stupirsi che avessero paura e fossero pieni di confusione. Era la loro coscienza che li accusava, mostrando loro il peccato nei suoi giusti contorni. Neppure le foglie di fico furono di qualche efficacia. Dio era venuto verso di loro come nemico, tutta la creazione era in guerra contro di loro e non c’era nemmeno un mediatore fra loro e un Dio cosí sdegnato: non rimaneva altro che attendere con sgomento il giudizio ormai certo. Presi dal terrore, essi si nascosero tra i cespugli. Dopo aver commesso la trasgressione, fuggirono per la paura. Ben consci della propria colpevolezza, non osarono sottostare al giudizio:cosí si nascosero cercando di sfuggire alla giustizia. Qui si può rilevare: [1] La falsità del tentatore, le frodi e gli inganni delle sue tentazioni. Egli aveva promesso che sarebbero stati al sicuro, ma ora non lo sono affatto. Aveva garantito che non sarebbero morti, ma ora sono costretti a fuggire per salvare la vita. Aveva promesso che avrebbero fatto progressi, ma ora si trovano a indietreggiare. Aveva assicurato che avrebbero acquisito conoscenza, ma ora si vedono confusi e non sanno neppure dove nascondersi. Aveva promesso che sarebbero diventati come dèi, grandi, baldanzosi e audaci, ma ora sono come criminali colti sul fatto, tremanti, pallidi e ansiosi solo di scappare. Non volevano essere sudditi e si ritrovano ora prigionieri. [2] La follia dei peccatori quando pensano che sia possibile, o desiderabile, nascondersi da Dio. Ma come possono nascondersi dal Padre della luce? (Sl 139; Gr 23:24). Se si allontanano dalla sorgente della luce, chi mai potrà offrir loro aiuto e felicità? (Gn 2:8). [3] La paura che segue al peccato. Tutta la sorpresa frammista a paura ogniqualvolta Dio appare, la coscienza che accusa, l’insorgere dei problemi, le creature inferiori pronte ad aggredire, l’avvicinarsi inevitabile della morte, tutti fatti comuni tra gli uomini, sono l’effetto del peccato. Adamo ed Eva, compagni nel peccato, condividono l’onta e la paura che ne derivano. E, per quanto mano nella mano (quelle mani che si erano unite nel matrimonio), tuttavia non riescono a farsi animo né a rafforzarsi l’un l’altro. Che miserabili consolatori sono diventati l’uno per l’altra!

3:9, 10
Abbiamo qui l’atto di accusa contro questi “imputati”, al cospetto del giusto Giudice del cielo e della terra. Per quanto non sia tenuto a osservare delle formalità, tuttavia Dio procede nei loro confronti con tutta l’equità possibile, in modo che non gli si possa rimproverare niente quando avrà parlato. Notiamo:

I. La domanda a sorpresa con cui Dio interpella e blocca Adamo: Dove sei? Non che Dio non sapesse dov’egli era, ma fu cosí che volle iniziare il “processo” contro di lui. «Ma dov’è quest’uomo cosí insensato?». Altri vedono nella domanda una sfumatura di compassione: «Povero Adamo, che ne è di te?». C’è chi la legge: «Povero te! Come sei caduto in basso, Lucifero, figlio del mattino! Tu che eri amico mio, il mio favorito, per cui ho fatto tanto, e tanto altro avrei fatto ancora, che hai combinato? Mi hai voltato le spalle e ti sei rovinato con le tue stesse mani! Come hai potuto arrivare a tanto?». È piú che altro una domanda fatta per aiutare Adamo a dichiararsi colpevole e a umiliarsi. Dove sei? non nel senso in quale posto? ma, in quale condizione? «È questo tutto quello che hai ottenuto mangiando il frutto proibito? Tu che hai voluto rivaleggiare con me, ora mi vuoi sfuggire?». Viene qui sottolineato che:

1. Coloro che si sono allontanati da Dio dovrebbero chiedersi seriamente dove sono finiti. Essi sono lontani mille miglia da ogni bene, accerchiati dai loro nemici, schiavi di Satana e sulla strada maestra che conduce alla completa rovina. La domanda di Dio ad Adamo può essere considerata un’inchiesta a fin di bene, un atto di sollecitudine nei suoi confronti, finalizzato al suo recupero. Se Dio non l’avesse chiamato per recuperarlo, la sua condizione sarebbe stata disperata come quella degli angeli decaduti. La pecora smarrita avrebbe vagato ininterrottamente se il buon Pastore non avesse preso l’iniziativa di cercarla per riportarla all’ovile. In questa ottica Dio ricordò ad Adamo dove egli era, dove non sarebbe dovuto essere, dove non avrebbe potuto trovare felicità né pace.

2. Se i peccatori si soffermassero a riflettere su dove sono, certo non vi rimarrebbero ma tornerebbero al Signore.

II. La trepidante risposta di Adamo: Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura (v. 10). Egli non ammette la sua colpa, ma è come se la confessasse con la sua vergogna e la sua paura. È una sciocca quanto diffusa abitudine di coloro che hanno commesso qualcosa di male, non riconoscere quello che è cosí evidente da non poter essere negato. Adamo aveva paura perché era nudo. Era inerme e per questo spaventato al solo pensiero di dover affrontare Dio; ma anche senza vestiti, e perciò in preda allo sgomento dovendo presentarsi a Dio in quelle condizioni. C’è di che aver timore, se ci avviciniamo a Dio senza essere rivestiti e cinti della giustizia di Cristo. Questa soltanto, infatti, è l’armatura impenetrabile che ci protegge dalla vergogna della nostra nudità. Perciò, indossiamo l’armatura di Gesú Cristo il Signore, e poi avviciniamoci a Dio con umiltà e senza paura.

3:11-13
Qui i trasgressori sono smascherati per loro stessa ammissione;tuttavia cercano ancora scusanti e attenuanti. Essi potrebbero non confessare ma respingere le accuse. Invece confessano, invocando però le attenuanti. Notiamo alcuni particolari interessanti:

I. Il modo in cui Dio estorce la loro confessione. Egli chiede ad Adamo: «Chi ti ha detto che eri nudo? (v. 11). Come hai fatto a capire che la tua nudità è qualcosa di cui vergognarti? Hai forse mangiato il frutto dell’albero proibito?». Sebbene Dio conosca ogni nostro peccato, tuttavia vuole che siamo noi a parlargliene e ci chiede una confessione sincera; non per essere messo al corrente, ma affinché noi possiamo umiliarci. Con questa domanda, Dio ricorda il comando dato ad Adamo: «Sono io che ti ho comandato di non mangiarne; io, il tuo Creatore, tuo Maestro, tuo benefattore te l’ho proibito». Il peccato sembra piú evidente e piú grave se osservato alla luce del comando divino. Perciò Dio mette Adamo di fronte al divieto precedente la caduta. E in questo comando anche noi dovremmo “rispecchiarci”. La domanda fatta alla donna fu invece: «Perché hai fatto questo? (v. 13). Vuoi anche tu riconoscere la tua colpa e farne piena confessione? E vuoi riconoscere quanto male hai fatto?». Tutti quelli che mangiano il frutto proibito - e specialmente chi istiga altri a fare la stessa cosa - dovrebbe meditare seriamente su quanto ha fatto. Mangiando il frutto proibito, abbiamo offeso un Dio grande e misericordioso, infranto una legge giusta e retta, violato un patto sacro e quanto mai solenne, e abbiamo fatto un grave torto alla nostra anima cosí preziosa, alienandole il favore di Dio ed esponendola alla sua ira. Nell’istigare altri a mangiarne, noi facciamo l’opera del diavolo, ci rendiamo colpevoli dei peccati altrui, nonché complici della loro rovina. Quindi, chiediamo a noi stessi davanti a Dio: «Perché abbiamo fatto questo?».

II. Il modo in cui Adamo ed Eva invocano le circostanze attenuanti per la loro colpa. Non aveva senso dichiararsi non colpevoli: il loro atteggiamento comprovava apertamente le accuse contro di loro, tanto che essi stessi diventarono i principali testi d’accusa di se stessi. «È vero, l’ho mangiato» dice l’uomo. «Anch’io» aggiunge la donna. Perciò Dio li sottopone al suo giudizio. Le loro confessioni non sembrano dovute a ravvedimento: infatti, invece di mettere in risalto il peccato e vergognarsene, essi lo scusano, cercando di far ricadere la colpa e il biasimo su altri.

1. Adamo dà tutta la colpa alla moglie. «È stata lei a darmi il frutto dell’albero, costringendomi a mangiarlo e io l’ho fatto solo per compiacerla». Questa, naturalmente, era una scusa quanto mai vana. Semmai, lui avrebbe dovuto insegnare a lei, non viceversa. E non era certo difficile stabilire a chi dei due Adamo avrebbe dovuto ubbidire, se a Dio o a sua moglie. Da qui si può trarre questo insegnamento: mai farsi trascinare in situazioni deprecabili che non offrono scampo; mai farsi scudo con autorizzazioni altrui che non verranno confermate in giudizio. Non facciamoci mai sopraffare da chi vuol spingerci ad agire contro coscienza. Non procuriamo dispiacere a Dio per compiacere un nostro amico, fosse anche il migliore al mondo. Ma non siamo ancora al peggio: Adamo non solo incolpa sua moglie, ma si esprime in modo tale da gettare tacitamente discredito su Dio stesso. «È stata la donna che tu mi hai dato, che mi hai procurato come compagna, guida e amica, è stata lei a darmi il frutto dell’albero, altrimenti non l’avrei mangiato». Cosí Adamo insinua il sospetto che Dio stesso sia responsabile della sua azione peccaminosa. È stato lui a dargli la donna e questa gli ha dato il frutto. È quasi come se Adamo lo avesse ricevuto dalla mano stessa di Dio. Vi è una strana tendenza in coloro che cadono in tentazione a ritenersi tentati da Dio: come se; quando essi usano male i doni di Dio, fosse colpa di chi ha fatto quei doni. Il Signore ci dà ricchezze, onori e affetti familiari, tali da permetterci di servirlo gioiosamente godendo di queste cose. Se poi le stesse cose sono per noi occasione di peccato, invece di accusare la provvidenza di averci messo in condizione di peccare, dovremmo incolpare noi stessi per aver pervertito i misericordiosi piani della provvidenza.

2. Eva scarica tutta la colpa sul serpente. Il serpente m’ha ingannata. Il peccato è come un cerino acceso che si ha fretta di passare a qualcun altro. Chi è incline a trarre soddisfazione dal peccato è altrettanto riluttante ad assumersene la responsabilità. «Il serpente, quella creatura astuta che tu hai creato, a cui hai permesso di entrare nel paradiso perché ci venisse incontro, proprio lui mi ha ingannato», cioè mi ha indotto in errore: Infatti tendiamo spesso a considerare i nostri peccati come semplici sbagli. Di qui si possono ricavare alcune lezioni:

(a) Le tentazioni di Satana sono tutte ingannatrici, le sue argomentazioni tutte false, le sue lusinghe tutte fraudolente: egli sa parlare molto bene, ma non bisogna credergli. Il peccato ci trae in inganno e, cosí facendo, ci truffa. È per la seduzione del peccato che il cuore si indurisce (Ro 7:11; Eb 3:13).

(b) Benché l’astuzia di Satana ci spinga al peccato, tuttavia non ci giustificherà quanto al peccato. Sebbene lui sia il tentatore, i peccatori siamo noi, ed è la nostra concupiscenza che ci attrae e seduce (Gm 1:14). Non cerchiamo quindi di minimizzare la nostra afflizione e umiliazione con la scusa che il peccato ci ha ingannato. Indigniamoci piuttosto contro noi stessi, e non lasciamoci ingannare da un famigerato truffatore, nostro nemico giurato. Sí, è questo che ogni imputato dovrebbe fare per non subire la condanna prevista dalla legge, invece di far passare tutto come se niente fosse. Per certi versi, minimizzare è peggio che negare.

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GRAMMATICA DEL GRECO DEL NUOVO TESTAMENTO

RETROCOPERTINA

La celebre grammatica di Friedrich Blass e Albert Debrunner continua e essere la più completa e sperimentata tra le grandi grammatiche del greco neotestamentario oggi in uso. Più volte riveduta e ampliata, nella nuova edizione di Friedrich Repkopf questa grammatica si distingue per la perpicuità sia della disposizione del materiale sia dell'acribia analitica.
La rielaborazione di F. Rehkopf dà in forma chiara il debito rilievo a quanto la grammatica già offriva e insieme l'arrichisce di nuovo materiale, si che uso dell'opera ne risulta facilitato sopratutto per gli studenti.
Un indice analitico oltremodo circostanziato, indice dei termini greci e un abbondatissimo indice dei passi citati (neo-e veterotestamentari, oltre che dei Padri della chiesa) facilitano grandemente la consultazione dell'opera.

PREMESSA ALLA
QUATTORDICESIMA EDIZIONE

Nel 1896 il filologo classico Friedricb Blass (1843-1907) pubblicò la sua Grammatica del greco neotestamentario. Già nel 1902 si presentò la necessità di un'edizione ampliata, alla quale fece seguito nel 1911 una 3a edizione che ne rappresentava la ristampa invariata.
Nel 1911 l'indoeuropeista e filologo classico Albert Debrunner (1884-1958) diede all'opera nuovo incremento con una 4a edizione. Con una nuova suddivisione dei paragrafi, a loro volta ulteriormente articolati, egli riuscì ad ottenere - sia nel testo in corpo maggiore sia nelle parti in corpo minore - l'auspicata perspicuità. Nel 1943, con la 7a edizione, il Debrunner apportò quasi ad ogni paragrafo ulteriori aggiunte, che dalla 9a edizione (1954) alla 13a (1970) rimasero invariate in un secondo corpo inferiore in appendice ai singoli paragrafi. Nel 1965 David Tabacbovitz pubblicò un supplemento alla 12a edizione. La mancanza di chiarezza che da tutto ciò derivava esigeva ormai una rielaborazione radicale.
L'attuale rielaborazione, perciò, si prefigge di sistemare il materiale precedente in una forma più chiara e al tempo stesso di aggiungerne di nuovo, e soprattutto mira a rendere più agevole agli studenti l'uso della Grammatica.
È stata mantenuta la numerazione dei paragrafi che risale al Debrunner, per non rendere difficoltoso il confronto con le edizioni precedenti; le sottosezioni, invece, si sono dovute spesso ordinare e numerare in modo nuovo. Il testo vuol dare maggior rilievo all' essenziale c a cbiarirlo, quanto più possibile, con esempi. Particolarità, confronti, chiarimenti minuti e bibligrafia - numerati - figurano in corpo minore. In genere, non sono state accolte e spiegate le lezioni che n011 si trovano nel Nestle-Aland (dalla 22° edizione), e inoltre tutto ciò che non contribuisce sostanzialmente a chiarire il greco del Nuovo Testamento. A numerosi paragrafi sono state aggiunte nuove sottosezioni, i problemi grammaticali enunciati nel testo sono stati corredati di ulteriori esempi, e, inoltre, sono stati aumentati chiarimenti e tentativi d'interpretazione di passi difficili o esegeticamente controversi. L'indice dei passi citati è pressoché completo, gli indici delle cose e dei termini sono stati aumentati il meno possibile.
Spero che la Grammatica abbia buona riuscita anche in questa sua nuova forma. Sono molte le persone che devo ringraziare per i consigli e l'aiuto che hanno prestato, e per il tempo e la fatica dedicati a questo lavoro; so che non faranno mancare il loro aiuto neppure in seguito, segnalando errori, oscurità e altre carenze, inevitabili in una rielaborazione così impegnativa. In particolare vorrei ringraziare il mio venerato maestro ]oachim Jeremias, al quale è dedicato questo lavoro per il suo settantacinquesimo compleanno.
Nel corso del lavoro tipografico ho goduto del gentilissimo aiuto offerto dall'Editrice Vandenhoeck & Ruprecht e dalla Tipografia Hubert & Co. Ringrazio la Signorina Susanne Scbildknecbt che ha compilato l'indice dei passi, e la Signorina Dorothea Bathelt che ha letto le bozze e controllato i più importanti passi neo testamentari.
Gottingen, 20 settembre I975.

FRIEDRICH REHKOPF

Avvertenza dell'editore italiano

La traduzione del Blass-Debrunner è stata condotta sulla XIV edizione tedesca riveduta da Friedrich Rehkopf. Sono stati corretti, ovviamente, gli errori di stampa di vario genere e le incongruenze riscontrate nel corso del lavoro di traduzione e di revisione. Anche le edizioni precedenti alla XIV sono servite dove l'ultima edizione tedesca presentava oscurità o lacune, inevitabili in un lavoro in cui i paragrafi furono lasciati sempre inalterati, mentre le aggiunte numerose furono confinate in note ormai dovute a più mani e, quindi, non sempre coerenti o armonizzate col testo primitivo. La bibliografia è stata dal revisore italiano disposta più razionalmente , dov'era necessario, completata. Quando la XIV edizione tedesca rimanda alle edizioni precedenti, l'edizione italiana riporta per esteso la parte necessaria ad evitare il rimando.

INDICE

Premessa alla quattordicesima edizione
Avvertenza dell'editore italiano

Abbreviazioni e blbliografia

1. I libri biblici
2. Autori greci e latini, letteratura cristiana e apocrifa
3. Papiri e iscrizioni
4. Bibliografia
5. Pubblicazioni periodiche e collezioni
6. Abbreviazioni generali

Introduzione
I. Il «greco neotestamentario»
La koinè
La posizione della lingua neotestamentaria all'interno del greco ellenistico

PARTE PRIMA
Fonologia


CAPITOLO I: Ortografia (§§ 8-16)

CAPITOLO II: Fonetica sin tattica
(§§ 17-21)


CAPITOLO III: Le principali modificazioni vocaliche (§§ 22-28)

CAPITOLO IV: Altri mutamenti fonetici
(§§ 29-35)


CAPITOLO V: Trascrizione dei barbarismi
(§§ 36-42)


PARTE SECONDA
Morfologia


CAPITOLO I: Declinazione (§§ 43-64)
1. Prima declinazione (§ 43)
2. Seconda declinazione (§ 44)
3· Contratti della la e 2' declinazione (§ 45)
4· Terza declinazione (§§ 46-48) 105
5· «Metaplasmo» (fluttuazione morfologica) (§§ 49-52)
6. Declinazione delle parole straniere (§§ 53-58) 111
7. Mozione e comparazicne degli aggettivi (§ § 59-62)
8. Numerali (§ 63)
9· Pronomi (§ 64)

CAPITOLO II: Coniugazione (§§ 65-101)
Introduzione (§ 65)
I. Aumento e raddoppiamento (§§ 66-69)
2. Verbi in ....§§ 7°-91)
3· Verbi in .... (§§ 92-100)
Elenco di verbi in ordine alfabetico (§ 101)

CAPITOLO III: Avverbi (§§ 102-106)

CAPITOLO IV: Particelle ed interiezioni (§ 1°7)

CAPITOLO V: Formazione del tema (§§ 108-:;:25)
I. Derivazione mediante suffissi (§§ 108-113)
2. Composizione (§§ 114-124) 179
3. Sulla formazione dei nomi di persona (§ 125)

CAPITOLO VI: Il patrimonio lessicale (§ 126)

PARTE TERZA
Sintassi

CAPITOLO I: Soggetto e predicato (§§ 127-130)
I. Assenza delle forme di ELVC1.L come copula (§§ 127-I28)
2. Assenza del soggetto (§ § 129-13 o)

CAPITOLO II: Concordanza (§§ 131-137)

CAPITOLO III: USO dei generi e dei numeri (§§ 138-142)

CAPITOLO IV: USO dei casi (§§ 143-202)
I. Nominativo (§§ 143-145)
2. Vocativo (§§ 146-147)
3· Accusativo (§§ 148-161)
4. Genitivo (§§ 162-r86)
5. Dativo (§§ 187-202)

CAPITOLO V: Preposizioni
(§§ 2°3-24°)

Generalità (§ 203)
1. Preposizioni con un solo caso (§§ 204-221)
2. Preposizioni con due casi (§§ 222-232)
3. Preposizioni con tre casi (§§ 233-24°)

CAPITOLO VI: Sintassi dell'aggettivo
(§§ 24I-246)

1. Attributo (§§ 241-242)
2. Aggettivo predicativo corrispondente in italiano ad un avverbio o a locuzioni (§ 243)
3. Comparazione (§§ 244-246)

CAPITOLO VII: Sintassi dei numerali (§§ 247-248)

CAPITOLO VIII: L'articolo (§§ 249-276)
1. 'to come pronome (§§ 249-25I)
2 .L'articolo con un sostantivo (§§ 252-262)
3. L'articolo con aggettivi sostantivati (§§ 263-264)
4. L'articolo sostantivante con numerali, avverbi, ecc. (§§ 265-267)
5. L'articolo con apposizioni (§ 268)
6. L'articolo con più attributi (§ 269)
7. L'articolo e la posizione dell'attributo (§§ 270-272)
8. L'articolo con il predicato nominale (§ 273)
9. L'articolo con pronomi ed aggettivi pro nominali (§§ 274-275)
10. L'articolo con più sostantivi congiuntivi con xa.{, (§ 276)

CAPITOLO IX: Sintassi dei pronomi
(§§ 277-306)

I. Pronomi personali (§§ 277-282)
2. Pronomi riflessivi (§ 283)
3. Pronomi possessivi (§§ 284-286)
4. Pronomi reciproci (§ 287)
5. a.v'toç 'stesso' (§ 288)
6. Pronomi dimostrativi (§§ 289-292)
7. Pronomi relativi (§§ 293-297)
8. Pronomi interrogativi (§§ 298-300)
9. Pronomi indefiniti (§§ 301-303)
10. Correlativi derivati (§ 304)
11. Aggettivi pronominali (§§ 305-306)

CAPITOLO X: Sintassi del verbo (§§ 307-425)
Uso dei generi del verbo (§§ 307-317)
Introduzione (§ 307)
a) Attivo (§§ 308-3IO)
b) Passivo (§§ 311-315)
c) Medio (§§ 316-317)
2. Uso dei tempi (§§ 318-356)
Introduzione (§ 318)
a) L'indicativo del presente (§§ 3I9-324)
b) L'imperfetto e l'indicativo dell'aoristo (§§ 325-334)
c) L'imperativo del presente e dell'aoristo (§§ 335-337)
d) L'infinito del presente e dell'aoristo (§ 338)
e) Il participio del presente e dell'aoristo (§ 339)
f) Il perfetto (§§ 340-346)
g) Il piuccheperfetto (§ 347)
b) Il futuro (§§;48-351)
i) Coniugazione perifrastica (§§ 352-356)
3. Uso dei modi (§§ 357-425)
Premessa (§ 357)
a) L'indicativo dei tempi storici (o secondari) nelle proposizioni principali (§§ 358-361)
b) L'indicativo del futuro per espressioni volitive nelle proposizioni principali (§ 362)
c) Il congiuntivo nelle proposizioni principali (§§ 363-366)
d) Indicativo e congiuntivo nelle proposizioni secondarie (§§ 367-383)
e) I tempi dell'indicativo con l'aumento accompagnati da ilv in senso iterativo (§ 367)
f) Proposizioni interrogative indirette (§ 368)
g) Proposizioni finali e f...LT} dopo espressioni di timore (preoccupazione) (§§ 369-370)
h) Proposizioni ipotetiche (§§ 371-376)
i) Proposizioni relative (§§ 377-380)
l) Proposizioni temporali (§§ 381-383)
m) L'ottativo (§§ 384-386)
n) L'imperativo (§ 387)
o) L'infinito (§§ 388-410)
Generalità (§ 388)
a) Infinito e perifrasi con tvo: (§§389-395)
b) Infinito e perifrasi con o"n (§§ 396-397)
c) L'infinito con l'articolo (§§ 398-404)
d) Il caso con l'infinito (§§ 405-4I0)
Il participio (§§ 4II-425)
Premessa (§ 4II)
a) Il participio attributivo (§§ 4I2-4I3)
b) Il participio predicativo (§§ 4I4-4I6)
c) Il participio avverbi aIe (§§ 417-425)

CAPITOLO XI: Negazioni, avverbi, particelle
(§§ 426-457)

1. Negazioni (§§ 426-433)
2. Avverbi (§§ 434-437)
3. Particelle c congiunzioni (§§ 438-457)

CAPITOLO XII: Struttura del periodo
(§§ 458-47I)

Introduzione (§ 458)
1. L'asindeto (§§ 459-46,)
2. Il periodo (§ 464) 564
3. La parentesi (o inciso) (§ 465)
4· L'anacoluto (§§ 466-470)
5. L'uso della paratassi nella lingua popolare (§ 471)

CAPITOLO XIII: Ordine delle parole e delle frasi (§§ 472-473)
1. Ordine delle parole (§§ 472-477)
2. Ordine delle frasi (§ 478) 585

CAPITOLO XIV: Ellissi, bracbilogia, pleonasmo
(§§ 479-484)

1. Ellissi e brachilogia (§§ 479-483)
2. Pleonasmo (§ 484)

CAPITOLO XV: Disposizione delle parole: figure (§§ 485-496)
Osservazioni preliminari (§ 485)
1. Figure di parola (§ § 486-494)
2. Figure di pensiero (§§ 495-496)

Indici
1. Indice delle cose notevoli e dei termini tecnici
2. Indice dei termini greci
3. Indice dei passi citati

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DIZIONARIO DI DOTTRINE BIBLICHE


RETROCOPERTINA

Come si colloca un Dizionario biblico nella realtà delle nostre chiese? Quale finalità intende raggiungere? Quale funzione pratica dovrebbe assolvere? Queste e tante altre domande ci venivano in mente mentre lavoravamo alla redazione del presente volume.
Come Dipartimento delle Attività Laiche avremmo voluto privilegiare gli aspetti pratici inerenti la formazione biblica dei nostri membri, restringendo il campo a quelle voci che ritenevamo essenziali a questo fine pedagogico. Tuttavia, col passare del tempo, sono ormai trascorsi vari anni dall'Assemblea che ci aveva assegnato questo compito; il nostro programma di lavoro è divenuto via via più ambizioso, includendo nuove voci e nuovi collaboratori. Così facendo ci è parso di allargare la visione biblica dei nostri membri, suggerendo loro altre possibili acquisizioni non solo della dottrina avventista, ma anche della storia biblica, della pastorale, ecc. Come si vede il campo delle possibili cognizioni è tanto vasto da superare i nostri obiettivi originali e i nostri mezzi.
Ora il lavoro è finito. È un punto di partenza suscettibile di ulteriori miglioramenti. Un sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno partecipato alla redazione dell'opera. Innanzitutto al Centro di Documentazione diretto da Antonio Caracciolo e poi a tutti i vari collaboratori che l'hanno resa possibile: ai 28 redattori di cui forniremo i nomi a parte e ai responsabili della nostra
Casa Editrice.
Ora su questa modesta opera imploriamo la benedizione divina.
Domenico Visigalli
Dipartimento delle Attività Laiche dell'Unione Italiana

INDICE DELLE VOCI TRATTATE

Voci e autori
Adorazione (Domenico Visigalli) 11-13
Adozione (Giovanni Leonardi) . 13-15
Angeli (Riccardo Orsucci) . 15-17
Anima (Ivo Fasiori) . 17-22
Anticristo (Domenico Visigalli) . 22-27
Apocalisse (Mario Maggiolini) . 27-32
Apocrifi (Antonio Caracciolo) . 32-35
Apostasia (Domenico Visigalli) . 36-38
Avvocato (Ignazio Barbuscia) .
38-39
Babilonia (Domenico Visigalli) . 41-44
Battesimo (Vincenzo Cacciatore) . 44-46
Bestemmia (Ivo Fasiori) . 46-47
Bibbia (Franco Mosca) . 47-53
Calendario (Antonio Caracciolo) . 55-57
Carismi (Ivo Fasiori) . 57-61
Carne-carnalità (Rodolfo Ferraro) . 61-62
Celibato ecclesiastico (Ivo Fasiori) . 62-66
Cena del Signore (Riccardo Orsucci) .67-72
Chiesa (Alessio Del Fante) . 72-75
Comunione (Giuseppe Cupertino) . 75-77
Concupiscenza (Giuseppe Cupertino) . 77-80
Confessione (Giuseppe De Meo) . 80-83
Consacrazione (Franco Evangelisti I) . 84
Conversione (Vittorio Fantoni) . 84-85
Corpo [santità del) (Ivo Fasiori) . 85-87
Creazione (Emanuele Santini) . 87-88
Croce-crocifissione (Paolo Tramuto) .88-90
Culto (Alessio Del Fante) .90-92
Daniele (Antonio Caracciolo) . 93-97
Decalogo (Paolo Tramuto) . 97-100
Decima (Ivo Fasiori) . 100-103
Demoni (Rodolfo Ferraro) .
103-104
Diacono (Vincenzo Cacciatore) . 104-106
Digiuno (Corrado Cozzi) . 106-108
Dio (Antonio Caracciolo) . 108-114
Disciplina (Ignazio Barbuscia) . 114-119
Divinazione (Rolando Rizzo) . 119-121
Dogma (Giuseppe De Meo) . 121-128
Domenica (Domenico Visigalli) . 128-135
Donna (Rolando Rizzo) . 135-137
Economato [cristiano) (Enrico Long) . 139-140
Ecumenismo (Ivo Fasiori) . 140-143
Elezione (Giovanni Leonardi) .
143-144
Erede-eredità (lgnazio Barbuscia) .145-150
Escatologia (Franco Mosca) . 150-152
Espiazione (Paolo Benini) . 152-156
Eternità (Adelio Pellegrini) . 156-158
Evangelizzazione (Enrico Long) . 158
Evangelo (Giuseppe De Meo) . 158-160
Famiglia (Raul Posse) . 161
Fede (Corrado Cozzi) . 161-163
Fedeltà (Vittorio Fantoni) . 163
Fornicazione (Rolando Rizzo) . 163-166
Fratelli-fraternità (Giuseppe De Meo) . 166-168
Gehenna (Antonio Caracciolo) . 169-171
Gerusalemme (Mario Maggiolini) . 171-177
Gesù (Antonio Caracciolo) . 177-184
Giudizio (lgnazio Barbuscia) . 184-193
Giustizia-giustificazione (Giovanni Leonardi) . 193-197
Glorificazione (Domenico Visigalli) . 197-198
Glossolalia (Ivo Fasiori) . 198-203
Grazia (Alessio Del Fante) . 203-204
Harmaghedon (Domenico Visigalli) .205-209
Idoli-idolatria (Paolo Benini) . 211-212
Imposizione delle mani (Giuseppe Cupertino) . 212-214
Incarnazione (Adelio Pellegrini) . 214-216
Interpretazione della Bibbia (Ivo Fasiori) . 216-219
Israele (Antonio Caracciolo) .220-223
Laodicea (Rolando Rizzo) . 225-227
Legge (Antonio Caracciolo) . 227-233
Magia (Luigi Caratelli) . 235-237
Maria (Iv o Fasiori) . 237-240
Matrimonio (Rolando Rizzo) . 240-244
Messia (Alessio Del Fante) . 244-245
Mietitura (Enrico Long) . 245-246
Millennio (Adelio Pellegrini) . 246-249
Miracolo (Domenico Visigalli) . 249-252
Morte (Giuseppe Marrazzo) . 252-256
Nome (Antonio Caracciolo) . 257-258
Numeri (simbolismo dei) [Antonio Caracciolo] . 258-262
Nuova terra (Giuliano Di Bartolo) . 262-263
Obbedienza (David Ferraro) . 265-266
Offerte (Corrado Cozzi) . 266-267
Opere (Rodolfo Ferraro) .
267-269
Organizzazione ecclesiastica (Domenico Visigalli) . 269-274
Origine del male (AdeJio Pellegrini) . 274-275
Pace (Franco Evangelisti I) . 277-278
Padre (Giuseppe Marrazzo) o 278-281
Pastorale (Paolo Tramuto) o 281-285
Patto (Franco Mosca) o 285-288
Peccato (Vittorio Fantoni) o 288-289
Pentimento (Vincenzo Cacciatore) o 289-291
Perdizione (Giuseppe Marrazzo) . 291-293
Perdono (Franco Evangelisti I) o 293-295
Piano della salvezza (Giuseppe De Meo) o 295-302
Pietà (Giuliano Di Bartolo) o 302-303
Preconoscenza (Giovanni Leonardi) . 303-304
Predestinazione (Giovanni Leonardi) . 304-309
Predicazione (Rodolfo Ferraro) o 309-311
Preghiera (Domenico Visigalli) o 311-314
Profeti-profezie (Franco Mosca) . 314-318
Redenzione (Giovanni Leonardi) . 319-323
Regno di Dio (Adelio Pellegrini) o 323-326
Riconciliazione (Vittorio Fantoni) o326-327
Rigenerazione (Paolo Tramuto) o 327-328
Rimanente (David Ferraro) o 328-329
Riscatto (Rolando Rizzo) o 329-331
Resurrezione (Mario Maggiolini) o 331-337
Ritorno di Cristo (Enrico Long) o 337-338
Rivelazione (Rolando Rizzo) o 338-341
Sabato (Domenico Visigalli) . 343-348
Sacerdozio (Paolo Benini) . 34S-351
Sacrifici (Paolo Benini) o 351-354
Salute (Bruno Rimoldi) . 355-357
Sangue (Antonio Caracciolo) o 357-359
Santificazione-santità (Enrico Long) . 359-360
Santuario (Franco Mosca) . 360-366
Satana (Rolando Rizzo) o 366-368
Segni dei tempi (Domenico Visigalli) 368-370
Sessualità (Paolo Tramuto) . 370-373
Sofferenza (Vincenzo Cacciatore) o 373-375
Spiritismo (Luigi Caratelli) . 376-378
Spirito (Ivo Fasiori) o 378-383
Spirito di profezia (Franco Mosca) . 383-384
Spirito Santo (Antonio Caracciolo) o 384-389
Storia della salvezza (Giuseppe De Meo) o 389-395
Temperanza (Bruno Rimoldi) o 397-400
Tentazione (Franco Evangelisti I) . 400-401
Testimonianza (Giuseppe Cupertino) . 401-403
Tipologia (Ivo Fasiori) .
403-404
Tradizione (Giuseppe De Meo) . 404-413
Trinità (Antonio Caracciolo) . 413-418
Umiltà (Giuliano Di Bartolo) . 419-420
Unità (David Ferraro) . 420-421
Unto-unzione (Franco Mosca) . 421-422
Uomo (Giuseppe Marrazzo) . 422-429
Verità (Rolando Rizzo) . 431-433
Visione (Riccardo Orsucci) . 433
Vita eterna (Mario Maggiolini) . 433-438
Vocazione (David Ferraro) . 438-440
Voto (Franco Mosca) . 440-441

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IMPARARE FACILE - PUNJABI/ITALIANO - ITALIANO/PUNJABI

RETROCOPERTINA

Nell'era moderna e globalizzata è essenziale, a chi si sposta per lavoro o per turismo in un paese straniero, avere la certezza di essere capito almeno per le prime necessità. Il bisogno di dialogare, atto a fidelizzare rapporti economici o culturali, può determinare in maniera importante il successo dei propri specifici obiettivi.
Questa breve guida alle lingue Punjabi-Italiano dà la possibilità in modo semplice e accurato di imparare in pochissimo tempo il Punjabi, la lingua parlata da più di 85 milioni di indiani e capìta dall' 80% degli stessi nel mondo. Questa guida insegna senza difficili virtuosismi, le principali regole della lingua, usando un approccio diretto ai fonemi della stessa. A ragion veduta capiamo che chi si accosta ad una lingua così diversa dai fonemi latini ha sicuramente difficoltà non indifferenti. Per tale motivo ci siamo limitati a scrivere solo le regole fonetiche e grammaticali essenziali, le quali comunque consentono, se ben applicate, di riuscire a capire oltre 1'80% della lingua parlata.
Fiduciosi di aver fatto un lavoro essenziale volto all'apprendimento delle due lingue, vi ricordiamo che il tempo e molto esercizio saranno indispensabili per raggiungere questo fine.
Harjinder S. Hira - Alessandra Giacomelli

INDICE

PRIMA PARTE: pinjabi

Alfabeto 11

I suoni dell'afabeto in Punjabi 12
I suoni delle vocali in Punjabi 12
Numeri in italiano 14
Giorni della settimana 15
Mesi dell'anno 16
Pronomi e aggettivi possessivi 17
Complementi di termine 17
Natura 18
Apprezzamento 20
Le Calamità 21
Nomi dei vestiti 24
Nomi di animali 25
Nomi dei mestieri 27
Corpo umano 29
Malattie, medicinali, sanitari e altro 31
Dal dottore e in ospedale 39
Dal dentista 47
Conversazione dal medico e brevi frasi relative alla salute 49
Problemi di salute femminili 53
Igiene e cura della persona 55
Le parole basilari che si trovano in tutte le conversazioni 57
Nomi degli utensili da cucina, brevi frasi ed altro 61
Frasi relative alla cucina 64
I nomi dei gradi di parentela 66
Oggetti della Casa 67
Frasi relative alla casa 69
Colori 71
Direzioni 72
Cartelli e segnali 73
Indicazioni importanti e altro 75
Chiedere i prezzi e comprare 76
Spezie 77
Verdure 78
Frutta 79
Gli alimenti 80
Glossario per la questura 82
Conversazione in questura 86
Parole utili nel viaggio 88
In aeroporto 91
Conversazione in agenzia di viaggi 93
Conversazione in autobus 97
Conversazione durante un viaggio 99
Conversazione con un datore di lavoro 103
Conversazione in un negozio di alimentari 106
Quando
arriva un ospite 108

Conversazione alla biglietteria della stazione 111
Conversazione in Taxi 114
Conversazione a scuola 116
Lauto e la guida 118
Incidenti stradali 120
Alcuni verbi fra i più comuni nella forma infinita 124
I verbi più usati 131
Indicazioni importanti e altro 152
Contrari 154

Domande di uso comune 156
Frasi comuni 164
Esclamazioni 168
Stagioni 169
Frasi relative alle stagioni 169
Meteorologia 171
Il tempo e suddivisioni 172
Frasi relative al tempo 174
Frasi relative a conversazioni telefoniche 175
Vocabolario 178
Segnaletica stradale 321

SECONDA PARTE: Italiano / Punjabi

Lalfabeto Punjabi 244
I suoni dell'alfabeto Punjabi corrispondenti ai suoni italiani 245
I suoni aggiuntivi 247
Giorni della settimana 248
Mesi dell'anno 249
Numeri in Punjabi 249
Convenevoli e indicazioni 252
Contrari 253
Domande di uso comune 255
Frasi comuni 257
Parole basilari che si trovano in tutte le conversazioni 258
Cibi 262
Vocabolario 264

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VITTIME DEL PECCATO: Introduzione e Indice

Continua L'INTRODUZIONE

   Questo logicamente vuol dire che, con relativa frequenza, i desideri umani (incentrati sulla felicità), da un lato, e le preoccupazioni religiose (incentrate sul peccato), dall'altro, non sempre coincidono. Non solo. Il peggio è che non di rado è successo (e continua a succedere) che" desideri umani" e "preoccupazioni religiose" entrano in conflitto, cosicché, per adempiere ai doveri della religione, si sono causate (e si continuano a causare) notevoli sofferenze a non poche persone. La situazione limite, come sappiamo, si verifica nel caso di quelle religioni il cui atto centrale è stato (o è) il "sacrificio", che consiste nel sopprimere una vita. Ecco perché le religioni e le loro credenze sono state spesso, nel corso del tempo, l'origine del meglio e del peggio che è avvenuto nella storia dell'umanità. Le religioni hanno prodotto eroi e santi, ma da esse sono anche venuti fuori tiranni e carnefici. La storia, si sa, rende conto degli uni e degli altri.
   Confesso che tutto questo mi ha spesso preoccupato. E devo dire che mi preoccupa ogni giorno di più. Per una ragione, credo, facilmente comprensibile. Parlando del "peccato", ci riferiamo non soltanto alle cose cattive che spesso noi esseri umani compiamo in questa vita, ma anche al "male", interpretando questa malvagità secondo un criterio o, se si vuole, una chiave che ci trascende, cioè che non è più tangibile o alla nostra portata. Perché il «peccato» è, per definizione, non soltanto un' azione cattiva, ma anche un' azione cattiva che è proibita da Dio, che offende Dio e che, per questo, Dio sanziona, giudica e punisce persino con castighi eterni (l'inferno), secondo non poche religioni tra cui il cristianesimo. Ne segue che, parlando del "peccato" (e non semplicemente del "male"), introduciamo nella vita umana un elemento che è estraneo all'umanità.
Un elemento che, naturalmente, si giustifica e si spiega in base alle credenze religiose, ma che, per lo stesso motivo, è un elemento che sfugge alla verifica immediata e all' evidenza, ossia che trascende quello che è semplicemente umano e basta. È evidente che, se io rubo o uccido, commetto delle azioni malvagie. Ma risulta che spesso, in nome di Dio e della religione, si è rubato e ucciso, si è torturato e si sono scatenate guerre. Quel che dunque è accaduto è che il santissimo nome di Dio e il rispetto che merita la religione hanno a volte trasformato il male in bene. E altre volte il bene in male. Quello che per gli uni era peccato, per gli altri risultava essere virtù o eroismo. Al contrario, quello che per gli uni era generosità e santità, per gli altri è stato malvagità e perversione.
   Dicendo queste cose, non intendo affatto mettere in dubbio l'esistenza del peccato. Quello che voglio dire è che il peccato, essendo un'interpretazione religiosa e trascendente che noi esseri umani diamo a determinate azioni o comportamenti, si presta a essere mal interpretato, come tante volte è mal interpretata la religione. Ma non solo questo. L'aspetto più infido è che il peccato si presta anche a essere manipolato, per cui nella vita di ogni giorno si può dare una tale importanza a determinati "peccati" che, per evitarli, si arriva a causare grandi sofferenze alle persone. Come può anche succedere che si commettano azioni che non si considerano "peccato" e, tuttavia, sono causa di enormi dolori e tragedie per determinati individui o persino per interi gruppi di esseri umani. E qui, come qualcuno sa, non mi riferisco soltanto a cose che potrebbero essere accadute, ma a fatti che sono avvenuti e continuano ad avvenire ogni giorno.
   Inoltre, non so esattamente perché, ma è un dato di fatto che negli ultimi tempi la questione si sia piuttosto complicata. Ed è successo a causa di quello che viene oggi chiamato "fondamentalismo". Si potrebbe pensare che il fondamentalismo sia sempre esistito. Non è così. Secondo gli esperti, l'uso di questa parola risale agli inizi del xx secolo, quando venne coniata in riferimento alle credenze di alcune sette protestanti degli Stati Uniti. Ma è curioso sapere che, ancora alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, la parola "fondamentalismo" non era citata nell'Oxford English Dictionary. Si può dire che questo termine non sia stato coniato con il significato attuale prima della fine degli anni Sessanta. D'altra parte, "fondamentalismo" non è la stessa cosa di "fanatismo". Come è stato giustamente detto, i fondamentalisti chiedono un ritorno alle scritture o ai testi fondamentali, che devono essere letti in maniera letterale, e propongono che le dottrine derivate da tali letture siano applicate alla vita sociale, economica e politica. Il fondamentalismo dà nuova vitalità e importanza ai custodi della tradizione. Solo loro hanno accesso al «significato esatto» dei testi. In questo stato di cose, il clero o altri interpreti privilegiati acquisiscono un potere maggiore in ambito laico e, naturalmente, religioso (Anthony Giddens). Ebbene, tutto ciò è di grande attualità. Perché, da un lato, siamo stanchi di sentirei dire che si sta perdendo il senso del peccato. Ma, di fatto, per molte persone, le religioni, proprio in base alle loro interpretazioni del bene e del male, ossia, alloro credo (in ultima istanza) riguardo a ciò che è o non è "peccato", hanno acquisito un protagonismo molto pericoloso nel nostro mondo. Al punto tale che, come è stato detto a ragion veduta, finché non ci sarà dialogo e comprensione tra le religioni, non ci sarà pace nel mondo (Hans Kiìng), per la semplice ragione che, in questo momento, le religioni sono uno dei più potenti agenti di violenza esistenti al mondo. Sia che si tratti della violenza sobillata dal fanatismo che scatena guerre, sia della violenza dissimulata del fondamentalismo che opprime le coscienze, limita le libertà e provoca comportamenti che generano infelicità nella vita delle persone e dei gruppi umani.
   Stando così le cose, mi sono sentito motivato a scrivere questo libro. Perché se la coscienza del peccato è ciò che più dovrebbe aiutare tutti affinché Dio, la religione e gli esseri umani possano avere la dignità e la vita che devono avere, in realtà quello che sta succedendo è che il tema del peccato, per come lo si è soliti spiegare, con le sue molteplici e inconsapevoli ramificazioni e conseguenze, causa troppe sofferenze a molte persone. E inoltre deteriora l'immagine di Dio e della religione fino a estremi che si fanno per noi sempre più pesanti e difficili da sopportare.
  È vero che ci sono molti sacerdoti e credenti in genere che con coscienza e sensibilità profondamente urnane aiutano molti a liberarsi da sentimenti di "colpa" e tenebrose esperienze di "macchia" che sconvolgono la psiche umana e fanno soffrire senza necessità. Ma è anche vero che diventa ogni giorno più preoccupante la disumanizzazione di Dio e di tutto ciò che è in relazione a Dio e alla religione, per come viene vissuto da ampi settori della popolazione. È vero, come ho già detto, che la preoccupazione per la sofferenza delle vittime aumenta ogni giorno di più (René Girard). Ma non è meno vero che tale preoccupazione viene vissuta sempre più in modo "laico", cioè ai margini di Dio e della religione. È già troppa la gente che vede Dio e la religione come qualcosa difficile da capire e soprattutto da accettare. Forse per questo, tra gli altri motivi, in passato i giovani che volevano aiutare gli altri entravano in un seminario o in un convento, mentre ora si dedicano al "volontariato" oppure fondano una ONG. Perché la gente non è disposta a rinunciare alla propria umanità e, soprattutto, alla propria felicità. Ma risulta che, così come stanno le cose, Dio e la religione sono sempre meno in relazione con l'umanità e la felicità delle persone. Ed è chiaro che, finché Dio e la religione continueranno ad avere questa immagine pubblica, sarà molto difficile che gli esseri umani vorranno credere in Dio e accettare di praticare la religione.
   D'altra parte, devo dire che ho cominciato a interessarmi veramente di questo tema il giorno in cui mi sono reso conto che, secondo i vangeli, Gesù fu un uomo che intese e visse la religione in modo tale che il suo profondo amore per il Padre del cielo non lo disumanizzò, anzi, avvenne esattamente il contrario. Gesù di Nazareth fu così sensibile a tutto quello che riguardava l'ambito umano che, secondo i racconti evangelici, per lui fu più importante porre rimedio alle sofferenze delle persone che adempiere alle osservanze religiose. Proprio per questo dovette subire i conflitti e i contrasti che il suo modo di parlare e di vivere provocarono nei capi religiosi del suo popolo e del suo tempo. Il mio interesse aumentò ancor più dal momento in cui la lettura dei vangeli mi portò a pensare che, mentre la preoccupazione di Giovanni Battista fu di lottare contro il peccato (che offende Dio), ciò che invece sembrò interessare Gesù fu di alleviare la sofferenza umana (che tormenta gli esseri umani). Per questo, tra le altre cose, sappiamo che Gesù si fece amico di peccatori e gente di malaffare e si scontrò spesso con i capi della religione e gli osservanti farisei, tanto che finì condannato e giustiziato nel modo peggiore.
   Questo è quanto mi ha portato a pensare e a preoccuparmi delle vittime del peccato. Vittime del peccato sono, naturalmente, i peccatori. Ma non solo loro. Lo sono anche tutti quelli che, a causa di ciò che viene considerato "peccato", si vedono costretti a subire situazioni insopportabili. E, quel che è peggio, coloro che si vedono messi da parte, ai margini delle strade, perché gli osservanti, che non sono disposti a "peccare", se ne tengono lontani e li abbandonano alla loro lenta e mortale agonia. Inoltre, se si riflette attentamente, ci si rende conto che vittime del peccato sono anche la religione (e tutto quello che comporta) e persino Dio. Per questo, per il fatto che il peccato può essere qual
cosa di talmente decisivo, per il bene o per il male dell'umano e del divino, ho scritto questo libro. Con l'illusione che possa aiutare chi concorda con quanto dico a essere sensibile verso tutto ciò che riguarda l'ambito umano, rendendolo (per quanto possibile) simile a Dio, che in Gesù si umanizzà e si fuse con tutto ciò che è veramente umano. Fino a soverchiare e vincere la disumanizzazione, che tutti noi abbiamo nel sangue, di tante idee e comportamenti che sono l'origine e la causa di troppe solitudini, oltraggi e sofferenze.

INDICE

Introduzione     9

1. Gesù, un giudeo che cambiò vita     19
Il battesimo come cambiamento di vita per Gesù, p. 19 - In che cosa cambiò la vita di Gesù?, p. 22 - Un cambiamento sconcertante p. 25 - Il battesimo di Gesù e il battesimo dei cristiani, p. 32

2. Giovanni Battista e il peccato     36
Il contrasto tra Giovanni Battista e Gesù, p. 36 - Giovanni e il perdono dei peccati, p. 41 - La religione di Giovanni Battista, p. 42 - «Scioglimi dal mio incanto», p. 45 - In che modo Giovanni Battista intendeva il peccato?, p. 51


3. Gesù e la sofferenza     54
Le preoccupazioni di Giovanni e quelle di Gesù, p. 54 - In che modo Gesù parlò del peccato?, p. 59 - La conversione, p. 66 - Il comportamento di Gesù, p. 68 - Gesù e i malati, p. 69 - Gesù e i peccatori, p. 72 - La sensibilità di Gesù, p. 77 - La missione, p. 80 - Lo sconcerto, p. 85 - Il giudizio, p. 89 - La chiave: Dio si fonde con l'umano, p. 91 - Il «naturale» e il «soprannaturale», uniti definitivamente, p. 94

4. I pericoli del moralismo     99
Il "bene" e il "male", p. 99 - Morale e dominio, p. 102 - È in pericolo la "morale costituita"?, p. 103 - Il rigorismo morale degli ultimi due secoli, p. 107 - Il "bene" e il "male" o
la voce della coscienza, p. 109 - Dalla "morale" al "moralismo", p. 112 - I pericoli del "rnoralismo", p. 120

5. Il peccato o la sofferenza?     126
Il problema, p. 126 - Peccato e potere, p. 130 - Sofferenza e solidarietà, p. 139 - La teologia del peccato, p. 145 - La teologia della croce, p. 158

6. Le vittime del peccato     167

Peccato e castigo divino, p. 167 - Dio, prima di tutto, p. 170 - 1) Il peccato e il fallimento di Dio, p. 170 - 2) Un Dio che "ha bisogno" di incolpare gli altri per risultare innocente, p. 172 - 3) Il Dio sadico, vendicativo e castigatore, p. 172 - 4) La violenza di Dio, p. 175 - 5) [;"umanizzazione" del sacri/icio nel Nuovo Testamento, p. 178 - 6) La crudeltà della «soddisfazione» divina, p. 179 - 7) Un Dio a cui interessa più il proprio onore che il dolore umano, p. 182 - Gesù, p. 184 - 1) Gesù come «vittima», p. 184 - 2) Gesù come uomo "programmato" per soffrire, p. 185 - 3) La distr~zione della libertà profetica di Gesù, p. 186 - 4) Un uomo che non ebbe altra missione che placare Dio?, p. 187 - 5) Un uomo che passò per questo mondo senza essere di questo mondo, p. 188 - La Chiesa, p. 190 -1) Una preoccupazione ossessiva, p. 191 - 2) Una preoccupazione sospetta, p. 193 - 3) Una preoccupazione contraddittoria, p. 194 - 4) Il peccato come "offesa a Dio" e come "strumento di potere", p. 195 - L'essere umano, p. 198 -1) L'unica cosa di valore infinito che l'uomo può fare è peccare, p. 198 - 2) È pericoloso "negoziare" con Dio, p. 198 - 3) Quando i nostri sentimenti di colpa vengono manipolati, p. 200 - 4) Colpa e sofferenza, p. 202 - 5) Quando l'uomo si vergogna dei propri istinti, p. 203 - 6) Puritanesimo ellenistico nel cristianesimo, p. 204 - 7) La frattura interiore che tutti dobbiamo subire, p. 205 - I gruppi umani più danneggiati, p. 206 - 1) I poveri, p. 207 - 2) Le donne, p. 211 - 3) Gli esclusi sociali, p. 213 - Conclusione: il peccato come "strumento utile", p. 215 


7. Un'altra morale, un'altra Chiesa, un'altra spiritualità     217
Un'altra morale, p. 217 - Un'altra Chiesa, p. 227 - Un'altra spiritualità, p. 243

Conclusione. La genialità del Vangelo     255

Note     273

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